La Treccani ha aperto la rubrica 'L'alfabeto del lavoro' con una voce dedicata al burn-out, e i docenti sono l'esempio scelto dalla linguista Beatrice Cristalli. Ma se si guardano i numeri OCSE TALIS 2024, i professori italiani si dichiarano meno stressati della media internazionale.
Il quadro europeo dietro il lemma Treccani
Il rapporto EU-OSHA sui rischi psicosociali nell'istruzione, pubblicato il 30 luglio 2026, fotografa un continente in difficoltà: quasi il 50% degli insegnanti della scuola secondaria di primo grado sperimenta stress lavoro-correlato, il 24% riferisce un impatto negativo sulla salute mentale e il 22% sulla salute fisica. Sono i numeri che hanno spinto la Treccani a inserire il lemma burn-out nel lemmario del presente curato da Cristalli, dove la scuola diventa il caso di studio più chiaro di come la sindrome cambi forma nel tempo. Il mese che i prof temono non è gennaio nè maggio ma agosto: quello che dovrebbe essere il periodo di riposo diventa il tempo dell'ansia da rientro, spesso accompagnata da un calo di apprendimento segnalato dal 44% degli insegnanti a settembre.
I numeri italiani raccontano un'altra storia
Il confronto con la nota Paese OCSE TALIS 2024 per l'Italia, presentata il 15 ottobre 2025 su un campione di 200 scuole secondarie di primo grado, cambia la prospettiva. Solo il 10% dei docenti italiani dichiara di sentirsi molto stressato dal lavoro: circa la metà della media OCSE, ferma al 19%. Anche l'impatto negativo su salute mentale e fisica si ferma al 4%, contro il 10% e l'8% dei colleghi degli altri Paesi, e la quota di chi si dichiara soddisfatto del proprio lavoro raggiunge il 96%, sette punti sopra la media internazionale. I numeri sembrano ridimensionare l'allarme, ma nascondono due segnali di allerta. Il primo è la crescita: dal 2018 la quota di docenti molto stressati è aumentata di 4 punti percentuali, un trend opposto a quello dell'appagamento professionale. Il secondo è la fonte principale dello stress, che non riguarda gli studenti ma il lavoro burocratico: il 56% degli insegnanti indica il carico amministrativo come principale causa di stress, davanti alla correzione dei compiti (48%) e alle preoccupazioni dei genitori (48%). Il carico si somma alla richiesta emotiva di gestire in aula gli studenti con bisogni educativi speciali, categoria che tocca 377mila alunni e 57mila docenti senza formazione specifica su DSA, BES e ADHD. L'orario complessivo dichiarato dai docenti italiani si ferma a 32,7 ore settimanali, contro le 41 della media OCSE, ma le ore dedicate alla correzione dei compiti (4,8 alla settimana) sono in linea con l'OCSE e sono cresciute di un'ora dal 2018, mentre la soddisfazione sullo stipendio resta al 23%, contro il 39% dei colleghi degli altri Paesi.
La barriera che nessuna riforma tocca
Il divario più netto riguarda il riconoscimento normativo. Il burnout in Italia non è malattia professionale indennizzata dall'INAIL e, all'interno della scuola, solo i docenti di infanzia e primaria (codice ISTAT 2.6.4) sono inseriti nella lista dei lavori gravosi che apre le porte all'Ape sociale, prorogata dal governo fino al 31 dicembre 2026. Per usare la misura servono 63 anni e 5 mesi di età e 36 anni di contributi. Insegnanti di medie e superiori, personale ATA, ricercatori e AFAM restano fuori, nonostante siano proprio i comparti dove EU-OSHA e TALIS individuano i maggiori rischi psicosociali. Il sindacato Anief chiede da anni l'estensione della lista e stima in circa 1,4 milioni i lavoratori dei comparti Istruzione, Università, Afam e Ricerca che convivono con questa disparità di trattamento.
Con la firma del CCNL scuola 2022-24 all'ARAN, avvenuta il 23 dicembre 2025, il tema è entrato per la prima volta nel testo negoziale, ma senza tutele economiche o pensionistiche automatiche. Il prossimo banco di prova sarà il rinnovo 2025-2027, mentre il calendario del rientro scaglionato dal 7 settembre riporta subito in cattedra oltre un milione di insegnanti.
Domande frequenti
Perché i docenti italiani risultano meno stressati rispetto alla media europea?
Secondo i dati OCSE TALIS 2024, solo il 10% dei docenti italiani si dichiara molto stressato, circa la metà della media internazionale. Questo dato si accompagna a una soddisfazione lavorativa molto elevata, pari al 96%.
Qual è la principale causa di stress per gli insegnanti italiani?
La principale fonte di stress per i docenti italiani è il carico burocratico e amministrativo, indicato dal 56% degli insegnanti, seguito dalla correzione dei compiti e dalle preoccupazioni dei genitori.
Il burnout degli insegnanti è riconosciuto come malattia professionale in Italia?
No, in Italia il burnout non è riconosciuto come malattia professionale indennizzata dall'INAIL. Solo i docenti di infanzia e primaria rientrano tra i lavori gravosi che consentono l'accesso all'Ape sociale.
Come si collocano le ore di lavoro degli insegnanti italiani rispetto alla media OCSE?
Gli insegnanti italiani dichiarano di lavorare in media 32,7 ore settimanali, meno delle 41 ore della media OCSE, ma le ore dedicate alla correzione dei compiti sono in linea con l'OCSE e sono aumentate di un'ora dal 2018.
Quali categorie di personale scolastico sono escluse dalle tutele per i lavori gravosi?
Sono esclusi dalle tutele i docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado, il personale ATA, i ricercatori e il personale AFAM, nonostante siano settori con elevati rischi psicosociali secondo EU-OSHA e TALIS.
Ci sono state recenti novità contrattuali sul tema del burnout nella scuola?
Con la firma del CCNL scuola 2022-24, il tema del burnout è stato inserito nel testo negoziale per la prima volta, ma al momento non prevede tutele economiche o pensionistiche automatiche.