Chi inserisce esperienze di volontariato in una parrocchia o in una moschea nel proprio curriculum riceve in media 0,676 punti in meno su una scala di valutazione a 11 punti rispetto a chi dichiara attività laiche identiche. Il dato arriva da un esperimento condotto dall'Università di Gand su 177 recruiter professionisti belgi, con 708 valutazioni raccolte.
Cosa misura davvero lo studio belga
Louise Devos, Louis Lippens e Stijn Baert firmano il paper pubblicato come Discussion Paper IZA n. 18906 nel settembre 2026. I ricercatori hanno sottoposto a un panel di selezionatori di Bruxelles, Fiandre e Vallonia curriculum che variavano in modo indipendente nomi, simboli visivi religiosi e attività di volontariato. Il risultato più netto riguarda proprio il volontariato: la sola indicazione di attività in enti cristiani o musulmani abbassa la probabilità di richiamo, mentre i simboli visivi presi da soli, come una croce nella foto o un velo, non producono un effetto statisticamente significativo. Non cambia nulla se il candidato è etichettato come cristiano, musulmano o ateo. La penalità scatta con l'atto pratico dichiarato nel CV.
I selezionatori non giudicano questi profili meno competenti: al contrario li associano a onestà, umiltà, disponibilità e coscienziosità. La penalizzazione è indiretta e nasce dalla previsione che colleghi e clienti li accettino meno. Un pregiudizio di secondo grado, quindi, che i recruiter attribuiscono al gruppo di lavoro invece che a sé stessi. Gli autori scrivono nel paper che l'effetto è coerente con l'idea di una distanza culturale percepita rispetto alla maggioranza di riferimento, e ipotizzano che risultati simili siano replicabili in altri Paesi europei. Il testo completo è disponibile nel paper IZA n. 18906 di Devos, Lippens e Baert.
Il volontariato religioso italiano è già in crisi
Il caso belga si incrocia con una tendenza italiana rimasta sotto traccia. Nel decennio tra il 2013 e il 2023 la partecipazione al volontariato religioso è scesa di 5,8 punti percentuali in Italia: è il calo più marcato tra i settori del terzo settore rilevati dall'ultimo report ISTAT sul volontariato in Italia. Nello stesso arco temporale il volontariato organizzato complessivo passa dal 7,9% al 6,2% della popolazione con 15 anni o più, mentre gli aiuti diretti scendono dal 5,8% al 4,9%. In totale i volontari italiani sono oggi 4,7 milioni, il 9,1% dei residenti in età attiva.
Il divario territoriale racconta un ulteriore paradosso: la partecipazione scivola dall'11,9% del Nord all'8,8% del Centro fino al 5,5% del Mezzogiorno, dove parrocchie e oratori restano tra i pochi presìdi organizzati esistenti. Se anche una parte del calo intercettato dall'ISTAT fosse riconducibile allo stigma occupazionale misurato dallo studio di Gand, il fenomeno non sarebbe più solo culturale ma economico.
Il cortocircuito con le politiche pubbliche
Il messaggio pratico è scomodo perché arriva in un momento in cui lo Stato spinge nella direzione opposta. Ad agosto il Ministero del Lavoro ha firmato un protocollo triennale con CSVnet ETS sulla cittadinanza attiva per promuovere la cultura del volontariato. In parallelo il governo apre nuovi canali di ingresso regolare per lavoratori provenienti da Paesi a forte componente religiosa, come conferma l'intesa bilaterale su lavoro e welfare con il Bangladesh. Se la selezione delle risorse umane premia i candidati percepiti come neutri, chi ha investito anni in Caritas, oratori, comunità islamiche o associazioni buddiste si trova davanti a un bivio artificioso: nascondere una parte della propria biografia oppure accettare uno svantaggio misurabile in fase di screening.
Il paper belga non entra nelle strategie individuali dei candidati, ma il dato è coerente con altre forme di discriminazione che restano fuori dal radar del diritto del lavoro. È il caso di il riconoscimento parziale delle malattie professionali legate alla salute mentale, dove le tutele arrivano solo dopo che il danno si è manifestato. Con il bias religioso il meccanismo è ancora più opaco: il candidato viene scartato prima del colloquio e non sa mai perché.
Chi seleziona può iniziare a chiedersi cosa sta davvero valutando quando legge la riga «volontario in parrocchia»: una competenza, una biografia o un'appartenenza. Chi si candida oggi, in attesa di regole che chiudano questa zona grigia, sa che quella riga del curriculum non è più neutra.
Domande frequenti
Perché inserire esperienze di volontariato in parrocchia o moschea nel CV può penalizzare un candidato?
Secondo uno studio dell'Università di Gand, chi dichiara volontariato in enti religiosi riceve valutazioni più basse rispetto a chi indica esperienze laiche equivalenti. La penalità deriva da pregiudizi indiretti legati alla percezione che tali candidati possano essere meno accettati da colleghi e clienti.
Quali elementi religiosi nel curriculum influenzano maggiormente la valutazione dei recruiter?
Lo studio indica che la penalizzazione avviene principalmente quando si dichiara l'attività pratica di volontariato in enti religiosi. Simboli visivi religiosi, come croci o veli, invece, non producono effetti statisticamente significativi sulla valutazione.
Lo studio mostra che i recruiter considerano meno competenti i candidati con volontariato religioso?
No, i recruiter tendono ad associare questi candidati a qualità positive come onestà, umiltà e coscienziosità. Tuttavia, prevedono una minore accettazione da parte del team o dei clienti, causando così una penalizzazione indiretta.
La tendenza evidenziata dallo studio è riscontrabile anche in Italia?
Sebbene lo studio sia stato condotto in Belgio, gli autori ipotizzano che risultati simili siano replicabili in altri Paesi europei, inclusa l'Italia. In Italia si registra già un calo significativo nel volontariato religioso, che potrebbe essere parzialmente influenzato da questo tipo di stigma occupazionale.
Quali implicazioni ha questa penalizzazione sulle politiche pubbliche e sul mercato del lavoro?
La penalizzazione contrasta con le politiche pubbliche italiane che promuovono il volontariato e l'integrazione lavorativa di persone provenienti da contesti religiosi. Chi ha svolto volontariato in contesti religiosi si trova così davanti al dilemma di dichiarare o meno queste esperienze nel CV, rischiando uno svantaggio in fase di selezione.