Il divieto di lavorare nelle ore calde scatta in cinque regioni dalle 12:30 alle 16, ma il dato Inail-Cnr quantifica il rischio coperto: oltre 4.000 infortuni l'anno legati al caldo estremo e un costo per la collettivita vicino ai 50 milioni di euro.
Le ordinanze 2026 nelle prime cinque regioni
Toscana, Liguria, Puglia, Piemonte e Lazio sono le prime cinque regioni ad aver firmato per l'estate 2026. Il divieto scatta tra le 12:30 e le 16 nei giorni in cui il portale Worklimate di Inail e Cnr segnala un rischio termico classificato come 'alto'. La validità delle ordinanze varia: Toscana, Liguria e Piemonte coprono fino al 31 agosto, Puglia e Lazio si spingono al 15 settembre 2026.
Sotto il divieto rientrano agricoltura, florovivaismo, cantieri edili, cave e logistica all'aperto, comprese le consegne dei rider con velocipedi o veicoli a motore a due ruote. Il provvedimento non solleva il datore di lavoro dall'obbligo di valutazione autonoma: il Codice civile, all'articolo 2087, impone di mappare l'esposizione al calore nel Documento di valutazione dei rischi anche fuori dai giorni segnalati come critici. La filiera tocca anche gli appalti dei servizi e delle forniture pubbliche, dove cantieristica, logistica e manutenzione lavorano in prima linea sotto il sole.
Restano fuori 14 regioni e province autonome. Emilia-Romagna ha aperto un tavolo con i sindacati e ha emanato l'ordinanza il 3 giugno; Lombardia annuncia misure 'a breve'; Sicilia, Sardegna, Campania e Calabria procedono ancora con i criteri della stagione 2025.
4.000 infortuni e 50 milioni di costo: il dato Inail-Cnr
Lo studio Inail e Cnr-Ibe pubblicato su Environmental Research a gennaio 2025 traduce il rischio termico in numeri. Oltre 4.000 infortuni l'anno tra i lavoratori italiani sono statisticamente associati al caldo estremo, con un picco concentrato tra luglio e agosto. Il costo per la collettività, sommando premi assicurativi, costi di gestione e tutela degli infortunati, si avvicina ai 50 milioni di euro l'anno secondo le stime Inail sullo stress termico nei luoghi di lavoro.
Il calo di produttività medio stimato e del 6,5%, ma sale fino all'80% nelle attività fisicamente più impegnative: scavare in trincea a 36 gradi, salire su un tetto a luglio, raccogliere meloni a mezzogiorno. Tradotto in termini aziendali, ogni giornata di rischio 'alto' in cui il cantiere resta aperto produce meno della metà del lavoro che produrrebbe a 22 gradi, esponendo l'impresa al rischio penale dell'articolo 2087 senza un corrispettivo in fatturato.
I morti del 2025 hanno reso il quadro più nitido. Il report Worklimate di giugno 2025 segnalava tre decessi sospetti legati al caldo nei luoghi di lavoro: un cuoco a Vasto Marina, un bracciante trentenne abbandonato davanti al pronto soccorso di San Felice a Cancello e due operai trovati privi di sensi su un tetto a Romano di Lombardia. Il 19 giugno 2025 la Conferenza delle Regioni ha approvato le Linee di indirizzo nazionali per la protezione dal calore e dalla radiazione solare, ma senza decreto del Ministero del Lavoro restano applicabili solo se la singola regione le recepisce.
Cassa integrazione sopra i 35 gradi: il calcolo per le imprese
La cassa integrazione ordinaria per evento meteo si attiva quando la temperatura supera i 35 gradi effettivi o percepiti, secondo le indicazioni operative Inps applicabili a edilizia, agricoltura, lapidei e settori equiparati. La domanda non richiede più i bollettini meteo come allegato obbligatorio e va trasmessa entro la fine del mese successivo all'evento. Per agricoltura ed edilizia la copertura include anche il lavoro autonomo equiparato.
Per il datore di lavoro il calcolo è semplice: fermare l'attività nei giorni 'rossi' scarica il costo della giornata sull'ammortizzatore pubblico e azzera il rischio sanzionatorio. Tenere aperto significa pagare comunque la giornata, rischiare un infortunio che fa scattare la responsabilità penale ai sensi dell'articolo 2087 e accettare il calo di produttività del 6,5% misurato da Inail-Cnr. Per gli operai e i rider la cassa caldo paga l'80% della retribuzione persa e non erode i giorni di ferie. La discussione sui salari resta aperta su altri fronti: gli aumenti previsti per le forze armate mostrano come l'intervento del governo sia ancora selettivo.
La prossima mossa di Lombardia ed Emilia-Romagna deciderà se nel 2026 le ordinanze copriranno la maggioranza dei lavoratori italiani esposti al caldo o resteranno minoritarie. Senza un decreto nazionale, la geografia del rischio termico resterà legata alla velocità delle giunte regionali, mentre il mercato del lavoro corre in altre direzioni e le competenze digitali pesano sempre più della laurea.
Domande frequenti
Quali sono le regioni interessate dal divieto di lavoro tra le 12:30 e le 16 nel 2026?
Le regioni che hanno introdotto il divieto per l'estate 2026 sono Toscana, Liguria, Puglia, Piemonte e Lazio, con validità del provvedimento fino al 31 agosto o al 15 settembre a seconda della regione.
In quali settori si applica il divieto di lavoro durante le ore più calde?
Il divieto riguarda i settori dell'agricoltura, florovivaismo, cantieri edili, cave e logistica all'aperto, comprese le consegne dei rider con velocipedi o veicoli a motore a due ruote.
Come viene attivata la cassa integrazione per eventi meteo legati al caldo estremo?
La cassa integrazione ordinaria si attiva quando la temperatura supera i 35 gradi effettivi o percepiti; la domanda va presentata entro la fine del mese successivo e copre anche il lavoro autonomo equiparato nei settori indicati.
Qual è l’impatto economico e produttivo del caldo estremo secondo i dati Inail-Cnr?
Ogni anno si registrano oltre 4.000 infortuni legati al caldo, con un costo per la collettività vicino ai 50 milioni di euro e un calo medio di produttività del 6,5%, che sale fino all'80% nelle attività più fisicamente impegnative.
Cosa succede nelle regioni che non hanno ancora adottato l’ordinanza sul divieto di lavoro nelle ore calde?
In queste regioni la protezione dei lavoratori dal rischio termico dipende dall’eventuale recepimento delle linee guida nazionali o da future decisioni regionali; senza un decreto nazionale, l’applicazione resta frammentata e legata alle singole giunte.