In dieci anni i corsi di laurea con la parola sostenibilità nel titolo sono passati da 23 a 185, un salto del 704% distribuito su 60 atenei italiani. Il totale degli iscritti a questi percorsi resta però sotto la soglia dell'1% del sistema universitario nazionale.
Un numero che convince e un dato che stona
Secondo i dati MUR-USTAT elaborati nel 2026, i 185 corsi coinvolgono 17.111 iscritti nell'anno accademico 2024/2025 e hanno prodotto 2.421 laureati nel 2024. Su una popolazione universitaria di circa 1,9 milioni di studenti, l'incidenza è dello 0,9%. Gli atenei con almeno un corso della categoria sono 60 su 92, il 65% del sistema, con Firenze in testa a 12 corsi, seguita da Sapienza (10), Parma e Milano (9), Bologna (8).
Il salto vero è recente: 38 corsi nel 2019, 66 nel 2020, 168 nel 2023, 185 nel 2024. La crescita segue la pressione delle strategie di ateneo, dei fondi PNRR sulla transizione ecologica e dell'adesione degli 88 atenei alla Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile (RUS), il cui elenco è aggiornato al 3 marzo 2026.
L'angolo: la sostenibilità che appare e quella che si apprende
Il rapporto congiunto ENQA-UNECE presentato nel 2025 ha messo a fuoco il rischio principale del settore in Europa: separare la visibilità dall'evidenza. Molti atenei rendono la sostenibilità visibile con settimane green, progetti di campus e mappature degli SDG, ma solo pochi la portano dentro i learning outcome, il design del curriculum e la valutazione degli studenti.
Il dato italiano conferma il divario. L'indagine AlmaLaurea sui laureati e la sostenibilità ambientale mostra che il 60% dei laureati ha affrontato almeno un tema ambientale durante il corso, ma la quota crolla al 48,9% nelle aree sanità e agraria e resta al 56,8% in arti e umanistica. Quattro laureati su dieci in settori chiave escono dall'università senza averla studiata. In parallelo i laureati dichiarano insufficiente la profondità dei contenuti affrontati e più della metà crede che quella competenza inciderà sulla loro carriera.
Il resto d'Europa procede su strade diverse. La Svezia ha condotto già nel 2017 una valutazione tematica nazionale sullo sviluppo sostenibile del sistema universitario. Andorra e Aragona hanno costruito indicatori per collegare gli SDG al quality assessment istituzionale. Il Regno Unito ha prodotto una guidance dedicata alla progettazione dei curricula per la sostenibilità. L'Italia ha scelto finora un'altra strada.
Cosa valuta ANVUR e cosa resta fuori
Il modello AVA 3 di ANVUR, approvato con delibera 189 dell'8 agosto 2024 nelle Linee guida per l'assicurazione della qualità negli atenei, introduce la figura dell'esperto in sostenibilità economico-finanziaria dentro le Commissioni di Esperti della Valutazione. La sostenibilità nel testo è quella dei conti dell'ateneo: bilanci di esercizio, indicatori di solidità, capacità di sostenere l'offerta formativa nel tempo. La sostenibilità come contenuto didattico, come competenza attesa dei laureati, come learning outcome verificabile, resta fuori dai punti di attenzione principali.
Il rischio operativo è la compliance simbolica: aggiungere la parola sostenibilità ai learning outcome senza modificare le attività didattiche, mappare i corsi sugli SDG senza valutare le competenze effettivamente acquisite dagli studenti. Il tema entrerà nell'agenda della prossima revisione europea degli ESG (Environmental, Social and Governance standards) per l'European Higher Education Area. Chi si presenterà senza un sistema strutturato di valutazione dei learning outcome sulla sostenibilità troverà difficile trasformare 185 corsi in massa critica.
Il prossimo test operativo sarà la relazione annuale dei Nuclei di Valutazione 2026, che le linee guida ANVUR chiedono di articolare su bilancio sociale, bilancio di genere e bilancio di sostenibilità. Passare dal bilancio dell'ateneo alla verifica di quello che gli studenti sanno fare in aula è il salto ancora da compiere.
Domande frequenti
Come è cresciuto il numero dei corsi di laurea sulla sostenibilità negli ultimi dieci anni?
Il numero di corsi di laurea con la parola sostenibilità nel titolo è passato da 23 a 185 in dieci anni, registrando un aumento del 704% e coinvolgendo 60 atenei su 92 in Italia.
Quanti studenti e laureati sono coinvolti nei corsi di laurea sulla sostenibilità?
Nell'anno accademico 2024/2025, i corsi di sostenibilità contano 17.111 iscritti e hanno prodotto 2.421 laureati nel 2024, pari allo 0,9% della popolazione universitaria italiana.
Quali sono le principali criticità nell'integrazione della sostenibilità nei corsi universitari italiani?
La principale criticità è il divario tra la visibilità della sostenibilità (eventi green, progetti, mappature SDG) e la reale integrazione nei curriculum e nei learning outcome. Solo una parte degli studenti affronta temi di sostenibilità in modo approfondito durante gli studi.
Come si posiziona l’Italia rispetto ad altri paesi europei sull’integrazione della sostenibilità nell’istruzione universitaria?
Altri paesi come Svezia, Andorra, Aragona e Regno Unito hanno adottato valutazioni tematiche, indicatori e linee guida specifiche per la sostenibilità nei curricula, mentre l’Italia si concentra ancora principalmente sulla sostenibilità economica e finanziaria degli atenei.
In che modo l’ANVUR valuta la sostenibilità nei processi di accreditamento universitario?
Il modello AVA 3 di ANVUR considera la sostenibilità soprattutto in termini economico-finanziari, valutando bilanci e solidità degli atenei, ma non dà ancora rilevanza alla sostenibilità come competenza didattica o outcome formativo.
Quali sono le prospettive future per la valutazione della sostenibilità nei corsi universitari italiani?
Le linee guida ANVUR prevedono che dal 2026 i Nuclei di Valutazione debbano articolare relazioni su bilancio sociale, di genere e di sostenibilità. Tuttavia, il vero salto sarà valutare concretamente le competenze sulla sostenibilità acquisite dagli studenti.