Il Ministero dell'università e della ricerca ha pubblicato il primo modello nazionale di sicurezza della ricerca, con Linee guida operative per università ed enti pubblici. È l'attuazione italiana della Raccomandazione del Consiglio Ue del 23 maggio 2024, che chiede agli Stati membri di proteggere collaborazioni, dati e brevetti senza chiudere le porte agli scambi internazionali. Per la prima volta la cornice dell'internazionalizzazione università diventa una questione di governance istituzionale, non un dossier confinato agli uffici relazioni internazionali.
Un'apertura cresciuta più in fretta della sua governance
Negli ultimi cinque anni l'internazionalizzazione degli atenei italiani è cresciuta rapidamente. Il Rapporto Anvur 2026 conta oltre 111mila studenti con titolo di accesso estero nel 2024/25, quasi il doppio rispetto al 2018/19, e 1.105 corsi in lingua straniera o mista, circa il 20% dell'offerta formativa complessiva.
Lo scenario resta però paradossale. Nell'Education at a Glance 2025 l'Ocse colloca l'Italia al 28° posto su 31 paesi per quota di laureati internazionali sul totale (2,2%), mentre il Rapporto annuale Istat 2026 conferma che gli studenti stranieri iscritti negli atenei restano intorno al 5,7% e che il 10,4% dei dottori di ricerca formati in Italia lavora oggi all'estero. Bologna, Politecnico di Milano e Sapienza da sole raccolgono oltre il 21% degli iscritti stranieri: l'attrattività è concentrata in pochi atenei, la governance del fenomeno è rimasta per anni dentro gli uffici di internazionalizzazione, con procedure disomogenee e senza un quadro nazionale di riferimento.
Cosa chiedono le Linee guida Mur
Il Modello nazionale di sicurezza della ricerca del Mur mette al centro tre principi: libertà accademica, responsabilità istituzionale e autovalutazione del rischio. L'adesione è volontaria, la logica è quella delle best practice condivise. Agli atenei viene chiesto di intervenire su quattro fronti.
- designare un referente di ateneo per la sicurezza della ricerca
- formare docenti e personale amministrativo sulle interferenze estere indebite
- svolgere una due diligence sui partner internazionali, soprattutto nei dieci settori tecnologici critici indicati dall'Unione europea (dai semiconduttori all'intelligenza artificiale, dal quantum computing alle biotecnologie)
- integrare procedure per la protezione della proprietà intellettuale, la cybersicurezza e la gestione dei dati di ricerca
L'orizzonte di implementazione indicato dal Ministero è la fine del 2026. Il quadro si allinea alla Raccomandazione del Consiglio Ue sulla sicurezza della ricerca e si intreccia con la direttiva Nis2 sulla cybersicurezza, il cui perimetro include ora molti enti pubblici di ricerca. La Crui ha avviato un percorso di formazione per dirigenti universitari, ma il modello resta soft law: nessun obbligo, nessuna sanzione.
Cosa cambia per docenti, ricercatori e amministrazioni
Per chi insegna e fa ricerca, il modello sposta dentro un flusso istituzionale pratiche che finora erano scelte individuali. Un accordo con un ateneo estero, una visita di ricercatori ospiti, la partecipazione a un consorzio Horizon Europe passeranno per una valutazione preventiva del rischio, con un referente di ateneo che certifica il via libera prima della firma. Anche i finanziamenti privati provenienti da paesi terzi entreranno nel raggio del self-assessment.
Cambia anche il profilo del personale amministrativo richiesto. Non bastano più competenze linguistiche e di mobilità: gli uffici dovranno integrare figure con competenze legali, di compliance e di sicurezza dei dati. Il rischio operativo è evidente, appesantire procedure che già oggi rallentano i partenariati e allungano i tempi di reclutamento dei ricercatori dall'estero. Il documento del Mur insiste sul principio di proporzionalità, ma la messa a terra dipenderà da quanto le università investiranno in strutture dedicate. Senza vincoli di legge, la velocità di adozione resterà molto disomogenea fra atenei del Nord e del Sud, e fra grandi generalisti e piccoli atenei tematici.
Il vero banco di prova è il 2026: entro l'anno il Ministero attende dagli atenei i primi self-assessment. Da quel censimento si capirà se l'Italia sta passando davvero dal fare internazionalizzazione al governarla, e se il modello volontario basta per un sistema che ha raddoppiato l'attrattività in cinque anni senza aver aggiornato le regole.
Domande frequenti
Cosa prevede il nuovo modello nazionale di sicurezza della ricerca introdotto dal Mur?
Il nuovo modello introduce linee guida operative per la protezione di collaborazioni, dati e brevetti nelle università e negli enti pubblici di ricerca, in linea con la Raccomandazione del Consiglio Ue. Si basa su libertà accademica, responsabilità istituzionale e autovalutazione del rischio, promuovendo best practice condivise.
Quali cambiamenti comporta il modello per docenti, ricercatori e personale amministrativo?
Il modello istituzionalizza la valutazione preventiva del rischio per accordi e collaborazioni internazionali, che ora devono essere approvate da un referente di ateneo. Il personale amministrativo dovrà integrare competenze legali, di compliance e sicurezza dei dati, oltre a quelle linguistiche e di mobilità.
Quali sono i principali settori tecnologici su cui si concentrano le nuove linee guida?
Le linee guida richiedono particolare attenzione ai dieci settori tecnologici critici individuati dall'Unione europea, tra cui semiconduttori, intelligenza artificiale, quantum computing e biotecnologie.
L'adesione al modello nazionale di sicurezza della ricerca è obbligatoria per gli atenei?
No, l'adesione è volontaria e non sono previste sanzioni. Il modello si configura come soft law e la sua implementazione dipenderà dall'impegno e dagli investimenti di ciascun ateneo.
Quali sono le principali sfide operative nell'attuazione delle nuove regole per l'internazionalizzazione?
Le principali sfide riguardano il rischio di appesantire le procedure amministrative e di rallentare i partenariati e il reclutamento di ricercatori dall'estero. Inoltre, la velocità di adozione delle nuove regole sarà molto disomogenea tra atenei grandi e piccoli e tra Nord e Sud.
Quando è previsto il primo bilancio sull'attuazione del modello e cosa ci si aspetta?
Il Ministero attende entro la fine del 2026 i primi self-assessment dagli atenei. Da questo censimento emergerà se il sistema universitario italiano sta realmente passando a una governance più strutturata dell'internazionalizzazione.