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In Italia solo un dottore di ricerca su tre lavora davvero come tale
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In Italia solo un dottore di ricerca su tre lavora davvero come tale

Nel Regno Unito solo il 27% dei dottorandi si fida del supervisor per carriere non accademiche. In Italia il 37% usa il titolo, 59,6% all’estero.

Nel Regno Unito solo il 27% dei dottorandi ritiene che il supervisor abbia consigli utili per una carriera fuori dall'accademia. In Italia, dove il 96,1% dei dottori di ricerca lavora entro 4-6 anni dal titolo, il problema si sposta piu' a valle: chi resta trova un impiego che sfrutta davvero il titolo solo nel 37,2% dei casi, chi va all'estero sale al 59,6%. Il divario racconta un'unica storia: mancano ponti fra ricerca e mercato del lavoro reale.

Il segnale che arriva dal Regno Unito

Il rapporto More Than Academia dell'Higher Education Policy Institute, pubblicato il 16 luglio 2026 e firmato da Charlotte Fawcett, misura una frattura nel rapporto tra dottorandi e mentori britannici. Un terzo degli intervistati si dichiara insoddisfatto dell'orientamento ricevuto dal supervisor, piu' di un terzo lamenta la mancanza di conversazioni franche sul futuro professionale, appena il 27% riconosce al tutor una competenza specifica sui percorsi non accademici. Eppure il 46% dei dottorandi britannici indica ancora l'universita' come prima scelta di carriera, in un sistema in cui i posti accademici non crescono al ritmo dei nuovi titoli. HEPI raccomanda formazione obbligatoria per i supervisor, tirocini finanziati fuori dall'accademia, servizi carriera dedicati ai postgraduate e un tracciamento nazionale dei percorsi post-PhD affidato allo Higher Education Statistics Agency.

Cosa succede in Italia dopo il titolo

L'ISTAT ha fotografato il quadro italiano l'11 marzo 2026 con l'indagine sull'inserimento professionale dei dottori di ricerca delle coorti 2019 e 2021. Il 49,3% lavora presso universita' o enti di ricerca, in aumento rispetto al 39,7% del 2018; il 63,7% del totale e' impiegato nella pubblica amministrazione, il 36,3% nel privato, dove l'industria assorbe il 27,8% e gli istituti di ricerca il 17,3%. Il 34,4% ha un contratto a tempo determinato, circa un quarto non svolge attivita' di ricerca nonostante il titolo. Il 52,6% dei dottori consegue il PhD in un'area STEM e piu' della meta', il 53,2%, ha svolto un periodo all'estero gia' durante il percorso. La mobilita' internazionale resta il canale di rivalsa: il 10,4% dei dottori occupati lavora fuori dai confini, con Germania (13,7%), Stati Uniti (13,2%), Francia (11,8%) e Svizzera (11,5%) in testa alle destinazioni. Dal Mezzogiorno il 45,5% dei neo-titolati lascia la propria regione.

Il gap di orientamento, non solo di stipendio

L'utilizzo effettivo del titolo separa i due mondi. Chi resta in Italia trova un lavoro che richiede realmente il dottorato nel 37,2% dei casi; per il 55% e' sufficiente la laurea magistrale e il 7,8% svolge mansioni che non chiedono neppure un titolo universitario. Chi si sposta all'estero raggiunge il 59,6% di corrispondenza fra ruolo e titolo, con un vantaggio retributivo netto superiore ai 1.500 euro mensili. Il 36,7% dei dottori italiani dichiara che non rifarebbe il dottorato o non ne e' piu' sicuro, e nel 42,5% dei casi il rimpianto e' collegato agli sbocchi professionali incerti. Fra gli insoddisfatti il 50,3% cita le scarse possibilita' di carriera e il 49,4% la bassa retribuzione: due voci che descrivono lo stesso deficit di orientamento, prima ancora che di offerta. Il grado di soddisfazione complessivo si ferma a 7,2 su 10, ma la voce prospettive di carriera crolla a 5,3 e la stabilita' del lavoro a 5,8: sono le stesse dimensioni su cui il rapporto HEPI chiede alle universita' britanniche di intervenire per prime.

Le raccomandazioni HEPI, dal training obbligatorio dei supervisor al tracciamento centralizzato dei dottori affidato allo Higher Education Statistics Agency, colmano un vuoto che in Italia si misura in fuga verso Berlino e Boston. Un sistema pubblico di monitoraggio degli sbocchi post-PhD, servizi carriera dedicati negli atenei italiani e tirocini finanziati fuori dall'accademia ridurrebbero il gap prima che si consolidi in emigrazione qualificata. Il punto non e' produrre meno dottori, ma smettere di prepararli come se l'unico approdo possibile fosse la cattedra.

Domande frequenti

Quanti dottori di ricerca italiani trovano un lavoro che sfrutta davvero il loro titolo?

Solo il 37,2% dei dottori di ricerca che restano in Italia svolge un lavoro che richiede realmente il dottorato; la percentuale sale al 59,6% per chi lavora all'estero.

Quali sono le principali destinazioni estere per i dottori di ricerca italiani?

Le principali destinazioni estere sono Germania (13,7%), Stati Uniti (13,2%), Francia (11,8%) e Svizzera (11,5%).

Quali sono le principali criticità segnalate dai dottori di ricerca italiani riguardo agli sbocchi professionali?

Le criticità principali sono le scarse possibilità di carriera (50,3%) e la bassa retribuzione (49,4%), entrambe legate a un deficit di orientamento professionale più che alla sola offerta di lavoro.

Cosa suggerisce il rapporto HEPI per migliorare l’orientamento dei dottorandi?

HEPI raccomanda una formazione obbligatoria per i supervisor, tirocini finanziati fuori dall’accademia, servizi carriera dedicati ai postgraduate e un sistema centralizzato di tracciamento dei percorsi post-PhD.

Qual è il livello di soddisfazione dei dottori di ricerca italiani riguardo carriera e stabilità lavorativa?

Il grado di soddisfazione complessivo è 7,2 su 10, ma scende a 5,3 per le prospettive di carriera e a 5,8 per la stabilità del lavoro.

Quanto è diffusa la mobilità internazionale tra i dottori di ricerca italiani?

Il 10,4% dei dottori di ricerca italiani lavora all'estero e oltre la metà (53,2%) ha svolto un periodo all'estero durante il percorso di dottorato.

Pubblicato il: 19 luglio 2026 alle ore 10:01

Savino Grimaldi

Articolo creato da

Savino Grimaldi

Giornalista Pubblicista Savino Grimaldi è un giornalista laureando in Economia e Commercio, con una solida esperienza maturata nel settore della formazione. Da anni lavora con competenza nell’ambito della formazione professionale, distinguendosi per una conoscenza approfondita delle politiche attive del lavoro e delle dinamiche che legano istruzione, occupazione e sviluppo delle competenze. Alla preparazione economica e professionale affianca una grande passione per la lettura e per il giornalismo, che ne arricchiscono il profilo umano e culturale. Spazia con disinvoltura tra diverse tematiche, offrendo sempre il proprio punto di vista con equilibrio, sensibilità e spirito critico.

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