Nel suo Economic Outlook diffuso il 3 giugno 2026, l'Ocse torna a chiedere all'Italia di contenere la spesa pensionistica. Il dato di partenza pesa: il sistema previdenziale italiano vale il 15,5% del PIL, il livello più alto fra i Paesi avanzati e quasi il doppio della media Ocse, ferma all'8,8%.
Cosa chiede davvero l'Ocse all'Italia
L'organizzazione di Parigi chiede tre cose, non una sola: tenere agganciata l'età di pensionamento alla speranza di vita, evitare nuovi canali di uscita anticipata e alzare l'occupazione degli over 60. Il country note Pensions at a Glance 2025 fotografa il problema: il tasso di occupazione fra i 60 e i 64 anni in Italia è al 47%, dieci punti sotto la media Ocse, e la popolazione in età da lavoro è prevista in calo di oltre un terzo entro il 2060. Tradotto: meno contributi in entrata e più assegni da pagare. La raccomandazione non riguarda quindi solo i conti del 2026, ma il modo in cui l'Italia arriverà al picco di spesa atteso nel 2040.
Perché l'Italia spende il doppio
Il primato non si spiega con la generosità dei singoli assegni: si spiega con due numeri letti insieme. Il primo è la durata media del pensionamento, che in Italia raggiunge 20,7 anni per gli uomini e 25 per le donne dal momento dell'uscita dal mercato del lavoro, contro i 18,6 e 22,8 anni della media Ocse. È l'ottavo valore più alto fra i Paesi avanzati per entrambi i generi. Il secondo è il rapporto fra pensione media e stipendio medio: 69% in Italia, secondo posto in Unione europea dietro la Grecia, contro una media UE del 43%. Quando si moltiplicano durata dell'assegno e generosità relativa, il conto sale. Anche depurando la spesa dal prelievo fiscale, fra l'altro elevato in Italia, restiamo al secondo posto Ocse: il fattore fiscale spiega 3,1 punti di PIL di differenza, non l'anomalia complessiva.
Il calo dopo il 2040 dipende da un salto di produttività
La traiettoria ufficiale della Ragioneria Generale dello Stato vede la spesa pensionistica salire dal 15,2% del PIL nel 2025 al 17% nel 2040, per poi rientrare al 14% nel 2070. Quel calo è la rassicurazione più ripetuta dai governi, ma poggia su un'ipotesi forte: una crescita della produttività media annua di circa l'1% nei prossimi 45 anni, nove volte superiore allo 0,12% registrato nel decennio 2015-2025. È lo stesso tipo di scommessa che attraversa molte stime tecnologiche di questa fase, dai ritardi nello sviluppo del nuovo Siri di Apple agli investimenti aziendali in AI: i salti annunciati spesso slittano. Se la produttività dovesse confermare il passo degli ultimi anni, il rientro al 14% diventa un esercizio sulla carta e il picco del 17% rischia di non essere un picco.
Cosa cambia per chi lavora oggi
Sul versante delle regole, il sistema contributivo introdotto nel 1995 sta entrando ora nella sua fase piena: oltre il 90% dei nuovi pensionati 2025 ha la pensione calcolata con il metodo contributivo per più di metà della carriera, e dal 2040 la regola varrà per tutti. La conseguenza è un tasso di sostituzione in calo: per un dipendente con 38 anni di contributi è previsto scendere dal 71,9% nel 2030 al 58,5% nel 2070, oltre tredici punti in meno. Per chi è in piena età lavorativa nel 2026, la traduzione concreta è doppia: contributi che restano alti sullo stipendio mensile, e assegni futuri proporzionalmente meno generosi di quelli percepiti oggi. La leva di compensazione resta una sola, allungare gli anni di contribuzione, perché l'età ordinaria di pensionamento è già a 67 anni e quella anticipata a 64.
La prossima legge di bilancio dovrà muoversi in questo spazio stretto. L'Ocse spinge per non riaprire le uscite anticipate, mentre alcune ipotesi politiche puntano su un nuovo canale di anticipo. Il margine fiscale per concederlo, con un deficit ancora al 2,9% del PIL nel 2026, semplicemente non c'è. La pagina ufficiale con i rapporti sulla spesa pensionistica della RGS e il country note Ocse Pensions at a Glance 2025 sull'Italia fissano i paletti numerici della discussione.
Domande frequenti
Perché la spesa pensionistica in Italia è così elevata rispetto alla media Ocse?
La spesa pensionistica italiana è elevata principalmente per la lunga durata media dei pensionamenti e per il rapporto pensione/stipendio molto alto. Questi due fattori, combinati, fanno sì che l'Italia spenda il 15,5% del PIL, quasi il doppio della media Ocse.
Cosa chiede l'Ocse all'Italia riguardo alle pensioni?
L'Ocse chiede di mantenere l'età pensionabile legata alla speranza di vita, evitare nuovi canali di uscita anticipata dal lavoro e aumentare il tasso di occupazione tra gli over 60. Queste misure mirano a rendere più sostenibile il sistema previdenziale nel lungo periodo.
Quali sono le prospettive sulla spesa pensionistica italiana nei prossimi decenni?
Secondo la Ragioneria Generale dello Stato, la spesa pensionistica salirà fino al 17% del PIL nel 2040 per poi scendere al 14% entro il 2070. Tuttavia, questa riduzione dipende da una crescita della produttività annua molto superiore a quella registrata nell'ultimo decennio.
Come cambia la pensione per chi lavora oggi?
Per chi lavora oggi, la pensione sarà sempre più calcolata con il metodo contributivo, portando a un tasso di sostituzione in calo nel tempo. I futuri pensionati riceveranno assegni meno generosi rispetto a quelli attuali, a meno di aumentare la durata dei contributi.
Quali sono le difficoltà nel modificare il sistema pensionistico italiano?
Le difficoltà principali derivano dall'elevata spesa già in atto, dalla necessità di rispettare i vincoli di bilancio e dal rischio di squilibri se si introducessero nuove uscite anticipate. Il margine fiscale è limitato, e le proposte di riforma devono tenere conto di questi vincoli numerici.