In Italia solo il 5,9% degli occupati lavora stabilmente da remoto, contro una media che a Milano sfiora il 38%. La distanza fra una città e un Paese spiega perché il presidente INPS Gabriele Fava, il 3 giugno 2026, ha definito lo smart working una trasformazione da governare e non un sostituto del welfare familiare.
Cosa ha detto Fava all'INPS sul lavoro da remoto
Al convegno "Lavoro da remoto: nuovi equilibri tra lavoro, imprese e famiglie", il presidente dell'INPS ha posto un argine politico al dibattito che da settimane vede rilanciare il lavoro agile come leva anti-traffico, anti-inflazione e pro-conciliazione. Il lavoro da remoto, ha detto Fava, non può diventare il nuovo welfare familiare e non può sostituire asili, servizi territoriali e politiche per la famiglia.
L'avvertenza più diretta riguarda il rischio di un secondo tempo del divario di genere: il telelavoro non deve diventare lo strumento con cui si chiede ancora alle donne di adattarsi al carico di cura. Una posizione che riporta il tema sul terreno delle infrastrutture sociali, non solo della connessione domestica.
Il dato che il dibattito ignora: chi può davvero lavorare da casa
I numeri pubblicati a febbraio 2026 dall'ISTAT nel rapporto Rapporto ISTAT 2026 sul lavoro da remoto in Italia rendono concreto l'allarme di Fava. Il 13,8% degli occupati italiani lavora da remoto almeno in parte, ma solo il 5,9% lo fa per almeno metà dei giorni lavorativi. Significa che lo strumento è quotidiano per circa 1 lavoratore su 14, non per la generalità del Paese.
La distribuzione territoriale è il vero punto critico. Il Nord-Est tocca il 17,1%, il Nord-Ovest l'11,9%, mentre il Mezzogiorno si ferma al 10,2% e le Isole al 9,7%. Tra le città, Milano svetta al 38,3%, seguita da Roma (29,4%), Bologna (27,7%) e Torino (24,6%). Tutte le regioni del Sud, con l'eccezione di Campania, Abruzzo e Sardegna, restano sotto il 10%.
Anche la dimensione d'impresa pesa quanto la geografia. Secondo l'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, il lavoro agile è presente nel 95% delle grandi imprese e nel 67% delle pubbliche amministrazioni, ma copre solo il 45% delle PMI, dove spesso resta una pratica informale. Il welfare "a distanza" si concentra dove esistono uffici grandi, mansioni terziarie e infrastrutture digitali mature: esattamente le aree in cui i servizi pubblici sono già più presenti.
Perché un tablet non basta: il lavoro che cambia, il welfare che manca
Il punto sollevato da Fava ha una traduzione operativa. Quando le aziende italiane intervistate dall'Osservatorio dichiarano benefici di produttività compresi tra il 15% e il 20% per lavoratore in modalità agile, parlano di organizzazioni già strutturate, in cui il lavoro da remoto si appoggia a competenze digitali sempre più decisive per il mercato del lavoro e a ruoli ridisegnati. Restano fuori le PMI artigianali, i servizi alla persona, gran parte del commercio e quasi tutto il Mezzogiorno.
Per il lavoratore tipo questo significa che la "flessibilità" non si traduce in tempo liberato per la cura se accanto manca un asilo aperto, un trasporto efficiente o un servizio per anziani non autosufficienti. È la critica più solida al lavoro agile come sostituto del welfare pubblico: scarica sull'abitazione costi di energia, postazione e connettività, e riduce la pressione politica per servizi territoriali che continuano a essere sotto-finanziati.
Sul fronte aziendale, l'altra faccia è la nascita di nuovi ruoli organizzativi: dai responsabili dei processi ibridi agli assistenti di direzione che governano agende su più sedi e fusi. Il rischio descritto da Fava è proprio che queste figure diventino la nuova classe protetta del lavoro agile, mentre la maggioranza degli occupati continua a misurare il proprio benessere sui pochi euro di welfare aziendale convenzionato che il datore di lavoro decide di erogare.
Il governo prepara per il 2027 una revisione della disciplina sul lavoro agile e l'INPS ha annunciato un osservatorio dedicato. Il banco di prova sarà capire se i nuovi strumenti porteranno il lavoro da remoto anche nelle regioni e nelle imprese che oggi restano a guardare, o se confermeranno un sistema in cui Milano viaggia a una velocità e il resto del Paese a un'altra.
Domande frequenti
Qual è la diffusione dello smart working in Italia rispetto a Milano e al Sud?
In Italia solo il 5,9% degli occupati lavora stabilmente da remoto, mentre a Milano la percentuale raggiunge il 38,3%. Nel Sud e nelle Isole la quota si ferma rispettivamente al 10,2% e al 9,7%, evidenziando un forte divario territoriale.
Perché il presidente INPS Gabriele Fava mette in guardia sull’uso dello smart working come welfare familiare?
Fava sottolinea che il lavoro da remoto non deve essere visto come un sostituto dei servizi di welfare pubblico, come asili o servizi per la famiglia. Ritiene che affidare la conciliazione dei tempi di vita e lavoro solo allo smart working rischia di scaricare il peso della cura sulle famiglie, in particolare sulle donne.
Quali sono i principali limiti dello smart working nelle PMI e nelle regioni meridionali?
Nelle PMI e nel Mezzogiorno il lavoro agile è meno diffuso a causa della mancanza di infrastrutture digitali e della prevalenza di occupazioni meno adatte al remoto. Inoltre, spesso resta una pratica informale e non strutturata, limitando i benefici riscontrati nelle grandi imprese.
Lo smart working può davvero migliorare la conciliazione lavoro-famiglia?
Lo smart working offre flessibilità, ma senza adeguati servizi pubblici come asili, trasporti efficienti e assistenza agli anziani, la flessibilità non si traduce sempre in reale beneficio per la conciliazione. L'assenza di tali servizi rischia di spostare il carico di cura sulle famiglie, senza un vero supporto strutturale.
Quali interventi sono previsti per il futuro dello smart working in Italia?
Il governo ha annunciato una revisione della disciplina sul lavoro agile per il 2027 e l’INPS istituirà un osservatorio dedicato. L'obiettivo sarà valutare se queste novità estenderanno lo smart working anche alle aree e alle imprese oggi meno coinvolte.