Indice: In breve | Il fenomeno dei colloqui deserti | Come è cambiato l'approccio al lavoro | Le ragioni del disallineamento | Il caso Sardegna: sopra la media nazionale | Errori comuni nel leggere il dato | Domande frequenti
In breve
- Nel 2025, il 30,8% delle selezioni in Sardegna è andato a vuoto per mancanza di candidati, sopra la media nazionale del 30,2% (fonte: Ufficio Studi CGIA di Mestre).
- Su 160.380 assunzioni programmate nell'isola, quasi 49.500 non hanno trovato risposta.
- Il fenomeno è in crescita rapida: nel 2017 la quota nazionale era al 9,7%, più che triplicata in meno di dieci anni.
- I candidati filtrano le offerte prima del colloquio: salario, orario e prospettive di crescita sono i criteri decisivi.
- Il tasso di occupazione in Sardegna è già sotto la media nazionale (59,9% contro 66,3%): il mismatch segnala un problema di qualità delle offerte, non di quantità.
Il fenomeno dei colloqui deserti
Nel 2025, in Italia, quasi una selezione di lavoro su tre è rimasta senza candidati. L'Ufficio Studi della CGIA di Mestre ha censito oltre 1,75 milioni di posizioni aperte rimaste scoperte su un totale di circa 5,8 milioni di assunzioni programmate, pari al 30,2% del totale. Un primato che non ha precedenti recenti nel mercato del lavoro italiano.
Il confronto storico racconta un cambiamento rapido. Nel 2017 i casi analoghi erano meno di 400.000, pari al 9,7% del totale. In otto anni la quota è più che triplicata. Non si tratta di un calo della domanda di lavoro: le imprese cercano personale in quantità crescente. Il problema è che i candidati non si presentano, o si presentano molto meno di prima.
Le regioni più colpite appartengono al Nord-Est: Valle d'Aosta guida la classifica con il 39,5% di selezioni andate vuote, seguita da Trentino Alto Adige (39%) e Friuli Venezia Giulia (37,4%). La Sardegna, con il 30,8%, supera la media nazionale e si colloca in una posizione che richiede una lettura diversa rispetto a quella delle regioni settentrionali.
Come è cambiato l'approccio al lavoro
Il paradigma tradizionale del mercato del lavoro prevedeva una riserva di disoccupati disposti ad accettare qualsiasi offerta pur di lavorare. Quel modello non regge più. I lavoratori, in tutte le fasce d'età, valutano le offerte prima di rispondere a un annuncio. Salari inadeguati, orari pesanti e assenza di prospettive di crescita bastano a far sparire una candidatura.
Tra i giovani il cambiamento è più visibile. Nel 2024 oltre 1,6 milioni di under 35 hanno lasciato volontariamente il proprio impiego, un dato record. Il salario medio netto di un under 30 italiano è inferiore di circa il 25% rispetto ai coetanei europei. Chi non risponde a un annuncio non sta rifiutando il lavoro in quanto tale: sta rifiutando quelle condizioni specifiche. Se è importante una retribuzione equa, lo sono altrettanto i diritti, la famiglia e le prospettive di crescita.
Le ragioni del disallineamento
- Retribuzione inadeguata: le offerte con compensazioni sotto la soglia percepita come dignitosa vengono scartate prima del colloquio. Il confronto con le retribuzioni europee, immediato su piattaforme di lavoro internazionali, alza il livello di aspettativa minima anche tra chi non ha mai lavorato all'estero.
- Orari incompatibili con la vita privata: turni, reperibilità notturna, lavoro nei festivi senza adeguato ristoro economico. Chi attribuisce valore all'equilibrio tra vita privata e lavoro esclude queste offerte dalla propria valutazione prima ancora di contattare l'azienda.
- Poche prospettive di carriera: contratti a tempo determinato ripetuti, inquadramenti bloccati, assenza di formazione strutturata. Se l'offerta non include un percorso di sviluppo professionale, molti candidati preferiscono non iniziarlo.
- Divario geografico nelle opportunità: nelle regioni con mercati del lavoro meno competitivi, come la Sardegna, le piccole imprese non riescono a offrire condizioni paragonabili alle grandi aziende del Nord o alle opportunità di lavoro all'estero, amplificate dall'accesso digitale al mercato globale.
Il caso Sardegna: sopra la media nazionale
In Sardegna il mismatch ha caratteristiche proprie. Il tasso di occupazione della fascia 20-64 anni si fermava al 59,9% nel 2023, 6,4 punti sotto la media nazionale (66,3%), secondo i dati ISTAT sul benessere e sostenibilità in Sardegna (2024). La quota di giovani NEET, cioè non occupati e non in formazione, era al 19,6%, contro il 16,1% della media italiana. Un mercato che, sulla carta, dovrebbe avere un'ampia riserva di candidati disponibili.
Eppure il 30,8% delle selezioni è rimasto senza risposta. La lettura superficiale porta a parlare di mancanza di motivazione, ma i dati suggeriscono altro. I lavoratori sardi non rifiutano il lavoro in senso assoluto: confrontano le offerte con le alternative disponibili, incluso il lavoro stagionale nel turismo, le opportunità fuori regione o all'estero, e in alcuni casi il lavoro irregolare che offre retribuzioni di fatto più alte rispetto al contratto formale proposto.
La Puglia, con il 25% di selezioni vuote, è la regione del Sud meno colpita. La Sardegna, al 30,8%, supera non solo la media del Mezzogiorno ma anche quella nazionale, segnalando un problema specifico di adeguatezza delle offerte rispetto alle aspettative dei lavoratori dell'isola.
Errori comuni nel leggere il dato
Confondere la carenza di candidati con il rifiuto del lavoro: chi non risponde a un annuncio o non si presenta a un colloquio non sta rifiutando il lavoro come categoria. Sta rifiutando quella specifica offerta. La distinzione cambia la diagnosi: il problema non è la mentalità dei candidati, ma la struttura delle condizioni proposte. Le imprese che hanno adeguato le retribuzioni registrano tassi di risposta più alti.
Attribuire il fenomeno solo ai giovani: il cambiamento nelle priorità è più visibile nelle nuove generazioni, ma l'assenza di candidati riguarda tutte le fasce d'età. Lavoratori con esperienza decennale che hanno lasciato volontariamente un impiego applicano gli stessi criteri: retribuzione, orari, prospettive di sviluppo. I dati CGIA non mostrano una concentrazione generazionale esclusiva.
Leggere il dato come un problema del solo Mezzogiorno: Valle d'Aosta e Trentino Alto Adige registrano percentuali di selezioni vuote tra le più alte d'Italia. Il mismatch è più intenso dove la piena occupazione crea scarsità di candidati, ma esiste anche dove la scarsità è di offerte adeguate, come in Sardegna. Sono due fenomeni diversi che producono lo stesso indicatore.
Domande frequenti
Perché la Sardegna registra colloqui deserti sopra la media pur avendo bassa occupazione?
Il paradosso è apparente. Un mercato con alta disoccupazione e alta quota di selezioni vuote convive quando le posizioni aperte non soddisfano le aspettative di chi cerca lavoro. In Sardegna, una parte di chi è fuori dal mercato preferisce attendere offerte migliori, cercare lavoro fuori regione o all'estero, piuttosto che accettare condizioni percepite come inadeguate rispetto al costo della vita locale e alle aspettative di reddito.
Cosa possono fare le piccole imprese per attrarre più candidati?
Secondo i dati della CGIA di Mestre, il nodo principale è la retribuzione: un incremento salariale anche limitato può sbloccare candidature che la stessa offerta, rimasta invariata, non intercetta. Oltre alla paga, incidono la chiarezza nell'annuncio sulle prospettive di crescita, la flessibilità oraria dove possibile, e la comunicazione trasparente del contratto offerto. Le PMI che includono un percorso di formazione strutturato hanno tassi di risposta più alti.
Il fenomeno riguarda settori specifici?
Il mismatch colpisce con più forza ristorazione, turismo, manifattura e alcune professioni tecniche qualificate. Sono i comparti in cui le PMI sarde concentrano la domanda di lavoro. La stagionalità del turismo nell'isola amplifica il problema: contratti brevi, con retribuzioni spesso basse e orari pesanti in alta stagione, attraggono sempre meno candidati disposti a lavorare stabilmente nel settore.
Come si confronta l'Italia con il resto d'Europa su questo fenomeno?
Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro è diffuso in tutta l'Unione Europea, ma l'Italia si distingue per la combinazione tra retribuzioni tra le più basse dell'area OCSE e un'alta selettività dei candidati. In Germania e nei Paesi Bassi le PMI rispondono al problema con aumenti salariali strutturati e percorsi di formazione cofinanziati dallo Stato. Il modello italiano di piccola impresa fatica a replicare quella risposta senza un supporto esterno. Il rapporto della CGIA di Mestre descrive un mercato del lavoro che si è trasformato in profondità, e il caso sardo lo rende leggibile con particolare chiarezza. La domanda da cui partire non è perché i candidati non si presentano, ma perché le offerte non sono sufficienti ad attirarli. Quella risposta spetta alle imprese prima che ai lavoratori, e ai decisori politici che regolano le condizioni in cui le PMI operano.