Le imprese italiane che usano l'intelligenza artificiale sono passate dal 13,1% al 19,5% in dodici mesi, secondo Unioncamere-Dintec. Il raddoppio maschera però una spaccatura strutturale: oltre la metà delle grandi aziende ha adottato l'IA, contro appena il 15% delle piccole.
Le due velocità dell'adozione
Il dato aggregato è la fotografia di una diffusione trainata quasi interamente dalle imprese di dimensioni maggiori. Nel comparto industriale la quota di aziende che dichiara di utilizzare soluzioni di IA è raddoppiata al 13,6%, ma sono le realtà più grandi a fare la differenza: oltre il 50% le ha già integrate. Tra le piccole ci si ferma al 15%, un divario che il comunicato Unioncamere sull'adozione IA nelle imprese lega alla maturità digitale e alle capacità organizzative interne.
La rilevazione si basa su oltre 20.000 assessment SELFI4.0 raccolti nell'ultimo biennio dai Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio: non un sondaggio a campione ma una fotografia strutturata delle capacità digitali delle aziende che si sono rivolte al sistema camerale. È lo stesso quadro descritto nell'approfondimento sul divario di adozione tra piccole e grandi imprese, dove il gap dimensionale emerge come nodo trasversale ai settori produttivi.
Il collo di bottiglia si chiama formazione
Il 58,6% delle PMI italiane indica la mancanza di competenze digitali come primo freno all'adozione dell'IA. Ma solo il 7% ha avviato percorsi di formazione strutturati sul tema. Il gap tra domanda di skill e investimento formativo, in altre parole, è di oltre 50 punti percentuali. Almeno sei imprese su dieci, pur interessate a integrare l'IA, finiscono per rinunciare, sempre per la stessa ragione. Il vero ostacolo ha un nome: competenze, non tecnologia, ha spiegato Giuseppe Francesco Italiano, prorettore per l'Artificial Intelligence alla Luiss Guido Carli.
Le aziende che investono in formazione strutturata sono anche quelle che riescono a integrare l'IA nei processi operativi, non solo negli strumenti individuali dei dipendenti. Le altre si fermano a un uso spontaneo, spesso invisibile ai vertici aziendali: modelli generativi utilizzati dai singoli senza policy, senza governance dei dati, senza misurazione dei risultati. Il 7% che ha attivato percorsi strutturati è la quota che può passare dalla sperimentazione all'organizzazione dei processi.
Il paradosso è che l'Italia è stata il primo Paese europeo a dotarsi di una norma dedicata, la legge italiana sull'intelligenza artificiale approvata nel 2025 (L. 132/2025), i cui decreti attuativi sono stati varati a giugno 2026. Sul piano regolatorio siamo davanti alla media UE; sul piano delle competenze restiamo indietro rispetto a chi ha investito prima sulla formazione tecnica dei dipendenti. La legge disciplina l'uso, non prepara chi la deve applicare in produzione.
Cosa serve alle PMI per non restare indietro
Le Camere di commercio mettono a disposizione voucher e laboratori per sperimentare l'IA, come ricordato dal segretario generale di Unioncamere Giuseppe Tripoli. A questi si affiancano i bandi regionali dedicati alla digitalizzazione delle PMI: ne è un esempio la mappa dei bandi PMI attivi ad agosto 2026 in Lazio, Basilicata e Piemonte, che copre voci di spesa direttamente collegate all'adozione tecnologica. Il nodo resta però la disponibilità di personale qualificato in ingresso.
Sul fronte dell'offerta formativa, l'università italiana sta accelerando sui corsi legati al digitale, con ricadute misurabili sul mercato del lavoro: lo mostrano i dati AlmaLaurea 2026 sull'occupazione dei laureati, che segnalano tassi di impiego più alti negli atenei con maggiore integrazione tra didattica e trasferimento tecnologico. Ma il tempo di adeguamento del sistema formativo è più lento di quello del ciclo tecnologico che le PMI stanno affrontando ora.
Il 24 settembre 2026, alla Fiera del Levante di Bari, la seconda Giornata del Mezzogiorno di Unioncamere metterà al centro proprio il ruolo del Sud come possibile hub dell'IA italiana. Senza un piano nazionale di reskilling delle PMI, il divario dimensionale è destinato ad allargarsi anno dopo anno.
Domande frequenti
Qual è il principale ostacolo all'adozione dell'intelligenza artificiale nelle PMI italiane?
Il principale ostacolo è la mancanza di competenze digitali, indicata dal 58,6% delle PMI, che limita la capacità di integrare l'IA nei processi aziendali.
Perché esiste un grande divario tra grandi aziende e PMI nell'adozione dell'IA in Italia?
Il divario è dovuto principalmente alla maggiore maturità digitale e alle migliori capacità organizzative delle grandi aziende, che hanno investito di più in formazione e sviluppo interno rispetto alle PMI.
Quali iniziative sono disponibili per aiutare le PMI ad adottare l'intelligenza artificiale?
Le Camere di commercio offrono voucher e laboratori per la sperimentazione dell'IA, mentre bandi regionali sostengono la digitalizzazione delle PMI, coprendo spese direttamente collegate all'adozione tecnologica.
Che ruolo gioca la formazione nella diffusione dell'IA nelle aziende italiane?
La formazione è fondamentale: solo il 7% delle PMI ha avviato percorsi strutturati, e chi investe in formazione riesce a integrare l'IA nei processi operativi, mentre le altre si limitano a usi sporadici e non strategici.
Cosa prevede la legge italiana sull'intelligenza artificiale e quali sono i suoi limiti?
La legge italiana (L. 132/2025) disciplina l'uso dell'IA e pone l'Italia all'avanguardia in Europa dal punto di vista normativo, ma non affronta il problema della formazione tecnica del personale necessario per applicarla efficacemente.
Come sta rispondendo il sistema universitario italiano alla crescente domanda di competenze digitali?
Le università italiane stanno accelerando sui corsi legati al digitale, con risultati positivi sull'occupazione dei laureati nei settori tecnologici, anche se il ritmo di adeguamento formativo è più lento rispetto all'evoluzione tecnologica richiesta dal mercato.