Su 42.186 studenti e lavoratori di 46 università europee, il 62% ha dichiarato di aver subito almeno una forma di violenza di genere durante il proprio percorso accademico. Solo il 13% lo ha comunicato ai canali istituzionali.
La conferenza a Milano-Bicocca prova a colmare il divario
Il 21 e 22 settembre l'Università di Milano-Bicocca ospita la Seconda Conferenza Paneuropea "Implementing the Istanbul Convention after the EU's Accession in the Academic System". L'appuntamento è organizzato da UN.I.RE., la rete delle università italiane contro la violenza di genere, insieme a OCEAN, la rete accademica del Consiglio d'Europa, con il sostegno della Regione Lombardia.
Il primo giorno è dedicato a un confronto europeo sull'attuazione della Convenzione di Istanbul, il trattato del Consiglio d'Europa entrato in vigore per l'Unione europea nel 2023. Il 22 settembre il panel nazionale coinvolge la Conferenza dei rettori delle università italiane, la Conferenza nazionale degli organismi di parità e l'ISTAT.
I gruppi di lavoro affrontano cinque aree: attacchi alle politiche di genere e libertà accademica, consenso e molestie, insegnamento della Convenzione, sessismo negli spazi digitali, raccolta dei dati sugli atenei. La partecipazione è gratuita ma richiede registrazione preventiva; le plenarie sono anche online.
Perché il canale interno oggi non funziona
Il divario tra chi subisce e chi denuncia è stato quantificato dal progetto UniSAFE, che nel 2022 ha coinvolto 42.186 rispondenti in 46 università ed enti di ricerca di 15 Paesi europei. Il questionario distingueva sei forme: psicologica, fisica, economica, sessuale, molestie sessuali e violenza online. Il 31% dei partecipanti ha riferito molestie sessuali, il 6% violenza fisica e il 3% violenza sessuale.
Tra chi aveva vissuto almeno un episodio, il 47% ha spiegato di non averlo segnalato perché riteneva il comportamento "non abbastanza grave", il 31% non lo aveva riconosciuto come violenza sul momento. La lettura va fatta con cautela: il tasso di risposta all'indagine è stato del 3,9% e la partecipazione era volontaria. Anche così, la distanza fra prevalenza dichiarata e segnalazioni formali resta il dato più duro dell'intero rapporto.
Il nodo strutturale è la dipendenza accademica. Uno studente, un dottorando o un giovane ricercatore che voglia segnalare un episodio spesso deve rivolgersi alla stessa gerarchia in cui si trova la persona coinvolta: relatore, supervisore, docente o responsabile del progetto di ricerca. Il timore di ritorsioni sulla tesi, sull'assegno di ricerca o sull'ammissione al dottorato pesa più dello sportello, soprattutto quando lo sportello coincide con il dipartimento in cui si è subita la violenza.
Il silenzio non nasce nel campus. Secondo l'indagine ISTAT 2025 sulla violenza contro le donne, oltre il 58% delle italiane che hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni non ne ha mai parlato con nessuno. La quota di violenza sessuale infantile scende all'8,2% dal 10,6% rilevato nel 2014, ma resta una trasmissione intergenerazionale misurata al 57,2%: chi ha subito abusi da minorenne è più esposta a subirne anche da adulta. La maggioranza delle vittime arriva all'età universitaria senza aver mai attivato un canale di ascolto.
Cosa prevede il Codice europeo in discussione
Il documento portato al tavolo della conferenza organizzata da UN.I.RE. e OCEAN chiede agli atenei di individuare un ufficio o una figura chiaramente riconoscibile e di garantire almeno un canale di ascolto esterno alla gerarchia accademica diretta. L'accesso all'assistenza non dovrebbe dipendere dalla presentazione di una denuncia o di un reclamo formale.
Il testo prevede inoltre formazione periodica del personale, informazioni visibili per gli studenti, collaborazione con i centri antiviolenza territoriali, raccolta anonima dei dati e procedure comprensibili e tempestive.
Il campo di applicazione si estende oltre le aule: comprende residenze universitarie, attività online, tirocini, convegni, lavoro sul campo, soggiorni di ricerca e programmi di mobilità come Erasmus+. La bozza resta modificabile durante i due giorni di lavori.
L'efficacia del Codice dipenderà dalla versione approvata e, soprattutto, dalla disponibilità dei singoli atenei a destinare personale e budget per renderlo operativo entro l'anno accademico 2026/2027.
Domande frequenti
Quali sono i principali dati emersi sull'incidenza della violenza di genere negli atenei europei?
Secondo il progetto UniSAFE, il 62% degli studenti e lavoratori universitari intervistati ha subito almeno una forma di violenza di genere, ma solo il 13% ha denunciato l'episodio ai canali istituzionali.
Perché così pochi episodi di violenza vengono segnalati negli atenei?
Molti non denunciano per timore di ritorsioni, poiché spesso devono rivolgersi alla stessa gerarchia accademica coinvolta nei fatti, o perché ritengono il comportamento non abbastanza grave o non lo riconoscono subito come violenza.
Cosa prevede il Codice europeo in discussione per contrastare la violenza di genere nelle università?
Il Codice propone la creazione di un ufficio o figura riconoscibile, un canale di ascolto esterno alla gerarchia accademica, formazione periodica del personale, informazioni visibili per gli studenti, collaborazione con centri antiviolenza, raccolta dati anonima e procedure tempestive.
In quali ambiti si applicherà il nuovo Codice europeo nelle università?
Il Codice si applicherà non solo alle aule, ma anche a residenze universitarie, attività online, tirocini, convegni, lavoro sul campo, soggiorni di ricerca e programmi di mobilità come Erasmus+.
Cosa ostacola l'efficacia delle misure contro la violenza di genere negli atenei?
L'efficacia dipenderà dall'approvazione della versione definitiva del Codice e, soprattutto, dalla volontà dei singoli atenei di destinare risorse e personale per renderlo operativo entro l'anno accademico 2026/2027.
Qual è il ruolo della conferenza di Milano-Bicocca nel contrasto alla violenza di genere universitaria?
La conferenza mira a discutere l'attuazione della Convenzione di Istanbul e a promuovere il confronto tra università, organismi di parità e istituzioni, per adottare strategie condivise e colmare il divario tra episodi subiti e segnalazioni.