Loading...
Auto-censura nelle università africane: la libertà accademica muore nel silenzio
Mondo

Auto-censura nelle università africane: la libertà accademica muore nel silenzio

Disponibile in formato audio

Da Tanzania a Mozambico, docenti e ricercatori rinunciano a esprimersi per paura di ritorsioni politiche. Un webinar internazionale lancia l'allarme sulla crisi silenziosa che mina la ricerca nell'Africa subsahariana

La minaccia invisibile: quando il silenzio diventa sistema

Non servono leggi bavaglio, non servono decreti di espulsione. A volte basta la paura. È questo, in estrema sintesi, il messaggio emerso da un recente webinar internazionale dedicato allo stato della libertà accademica nell'Africa subsahariana, un quadro che diversi studiosi hanno descritto come allarmante, non tanto per ciò che viene esplicitamente vietato, quanto per ciò che i docenti scelgono spontaneamente di non dire.

L'auto-censura si è trasformata nella barriera principale alla libera espressione nelle università di gran parte del continente. Un fenomeno sfuggente per definizione, difficile da quantificare, impossibile da denunciare formalmente, eppure capace di svuotare dall'interno il senso stesso della ricerca accademica. Stando a quanto emerge dalle testimonianze raccolte durante l'incontro, il meccanismo è tanto semplice quanto efficace: la minaccia di ritorsioni politiche, anche solo percepita, spinge ricercatori e professori a evitare determinati argomenti, a smussare le proprie analisi, a rinunciare a pubblicazioni che potrebbero risultare sgradite al potere.

Non si tratta di casi isolati. Il fenomeno è strutturale.

Tanzania, Uganda, Mozambico: tre paesi, un unico copione

Le testimonianze presentate durante il webinar tratteggiano scenari che, pur nella diversità dei contesti nazionali, condividono un denominatore comune: il timore come strumento di controllo.

In Tanzania, accademici di diverse università hanno segnalato pratiche diffuse di auto-censura. Il clima politico, descritto come poco tollerante verso il dissenso intellettuale, induce molti docenti a evitare tematiche sensibili, dalla governance alla gestione delle risorse naturali, dalla corruzione ai diritti delle minoranze. Non è necessario che qualcuno imponga il silenzio: il segnale arriva in modo indiretto, attraverso la mancata promozione di colleghi troppo vocali o l'esclusione da progetti finanziati con fondi pubblici.

In Uganda la situazione presenta tratti ancora più espliciti. Molti docenti universitari limitano consapevolmente la propria libertà di espressione per evitare ritorsioni statali. Il confine tra opinione accademica e opposizione politica, in contesti come questo, si fa pericolosamente sottile. Chi lo oltrepassa rischia conseguenze professionali e, in alcuni casi, personali.

Ma è il Mozambico a offrire il capitolo più drammatico. Qui l'auto-censura non nasce dal nulla: si alimenta di una storia recente in cui accademici sono stati uccisi o torturati per aver espresso opinioni contrarie alla linea governativa. Quando il prezzo del dissenso può essere la vita, la scelta del silenzio smette di essere un atto di prudenza e diventa pura sopravvivenza.

Sorveglianza e apatia: le altre facce della medaglia

Accanto all'auto-censura, gli studiosi intervenuti al webinar hanno individuato altri due fattori che erodono la libertà accademica nel continente: la sorveglianza e l'apatia.

La prima è un fenomeno in crescita. L'utilizzo di strumenti digitali per monitorare le attività online dei docenti, le comunicazioni via email, la partecipazione a conferenze internazionali, crea un effetto dissuasivo potente. Non è necessario intercettare davvero le conversazioni: è sufficiente che i ricercatori credano di essere controllati perché il meccanismo funzioni. La sorveglianza accademica, percepita o reale, agisce come un moltiplicatore della paura.

L'apatia, d'altro canto, rappresenta forse l'esito più insidioso. Dopo anni di compressione, una parte del corpo docente ha semplicemente smesso di porsi il problema. La rinuncia alla libertà di ricerca non viene più vissuta come una privazione, ma come normalità. È questa, secondo diversi relatori, la vera vittoria del potere politico sulle università: non il silenzio imposto, ma il silenzio interiorizzato.

Una questione che riguarda anche l'Europa

Sarebbe un errore relegare questa discussione a un problema esclusivamente africano. Il tema della libertà di ricerca e dei diritti dei docenti universitari attraversa anche il dibattito europeo, Italia compresa, sebbene con forme e intensità differenti.

Il caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto nel 2016, resta una ferita aperta che ricorda quanto la ricerca sul campo possa esporre a rischi letali. Non a caso, iniziative come l'UniStem Day 2025: Un Evento Dedicato a Giulio Regeni e alla Libertà di Ricerca continuano a tenere viva l'attenzione su un principio che non può essere dato per scontato neppure nel cuore dell'Unione Europea.

Anche nel contesto italiano, del resto, il dibattito sulla pressione che le istituzioni possono esercitare, direttamente o indirettamente, sulla produzione scientifica è tutt'altro che spento. La crescente dipendenza da finanziamenti esterni, la valutazione quantitativa della ricerca, le logiche di carriera possono generare forme sottili di condizionamento che, pur non paragonabili alle violenze fisiche denunciate in Mozambico, meritano comunque attenzione.

Il ruolo della comunità accademica internazionale

Cosa può fare, concretamente, la comunità scientifica globale? Le risposte emerse dal webinar non offrono soluzioni miracolose, ma indicano alcune direzioni.

La prima è la documentazione sistematica delle violazioni della libertà accademica. Organizzazioni come Scholars at Risk e la European University Association monitorano da anni i casi più gravi, ma il fenomeno dell'auto-censura, per sua natura, sfugge alle statistiche tradizionali. Servono strumenti di indagine più raffinati, capaci di intercettare ciò che non viene detto.

La seconda è il sostegno diretto ai colleghi a rischio: programmi di accoglienza, borse di studio per ricercatori in esilio, pressioni diplomatiche. Strumenti che esistono già, ma che andrebbero potenziati e resi più accessibili.

La terza, forse la più importante, è culturale. Finché la libertà accademica sarà percepita come un lusso riservato alle democrazie consolidate, e non come un diritto universale e una condizione essenziale per la produzione di conoscenza, il problema resterà irrisolto. Il silenzio nelle aule di Dar es Salaam o Kampala impoverisce non solo quei paesi, ma l'intera comunità scientifica.

La questione, come spesso accade quando si parla di diritti compressi, resta aperta. Ma il fatto stesso che se ne discuta, che le voci di chi subisce queste pressioni trovino spazi di ascolto internazionali, è già un segnale. Piccolo, certo. Ma in contesti dove il silenzio è diventato la norma, anche un webinar può essere un atto di resistenza.

Pubblicato il: 20 aprile 2026 alle ore 10:47

Domande frequenti

Che cos'è l'auto-censura nelle università africane e perché è così diffusa?

L'auto-censura consiste nella scelta spontanea di docenti e ricercatori di evitare determinati temi o esprimere opinioni critiche per paura di ritorsioni. È diffusa perché il timore di conseguenze, anche solo percepite, agisce da deterrente più efficace delle leggi o delle sanzioni esplicite.

Quali sono le differenze e le similitudini tra Tanzania, Uganda e Mozambico riguardo la libertà accademica?

In tutti e tre i paesi domina la paura come strumento di controllo. In Tanzania e Uganda prevalgono pressioni indirette e rischi professionali, mentre in Mozambico il passato di violenze fisiche e persecuzioni rende il rischio molto più grave, spingendo i docenti al silenzio per sopravvivenza.

In che modo la sorveglianza e l'apatia contribuiscono alla crisi della libertà accademica?

La sorveglianza, reale o percepita, induce i docenti ad autocensurarsi per timore di essere controllati, mentre l'apatia è la conseguenza di anni di repressione: molti hanno smesso di percepire la libertà di ricerca come un diritto, considerandola una normale rinuncia.

Perché la questione della libertà accademica in Africa riguarda anche l'Europa e l'Italia?

Episodi come il caso di Giulio Regeni e il dibattito sulla pressione istituzionale nella ricerca mostrano che anche in Europa la libertà accademica può essere messa in discussione, seppur in forme meno violente rispetto ad alcuni paesi africani.

Quali azioni può intraprendere la comunità accademica internazionale per sostenere la libertà di ricerca?

La comunità internazionale può documentare sistematicamente le violazioni, offrire sostegno concreto ai ricercatori a rischio e promuovere una cultura della libertà accademica come diritto universale, non solo come privilegio delle democrazie consolidate.

Michele Monaco

Articolo creato da

Michele Monaco

Redattore Michele Monaco è imprenditore, ricercatore e docente universitario con oltre vent'anni di esperienza nell'innovazione digitale, nella formazione e nella consulenza strategica. Laureato in Scienze Politiche e Internazionali, è CEO di Adventus Consulting Jdoo (Umag, Croazia dove risiede stabilmente) e Presidente Nazionale di ENBAS, ente bilaterale attivo nella formazione professionale e nelle politiche attive per il lavoro. In qualità di Coordinatore Nazionale dei Progetti di Ricerca presso ERSAF, guida iniziative che coniugano intelligenza artificiale e formazione, tra cui FindYourGoal.it, piattaforma di orientamento scuola-lavoro basata sul modello LifeComp, Avatar4University.Org, sistema AI per la creazione di corsi universitari con avatar docente, KeepYouCare.it, piattaforma di telemedicina, telesoccorso e telerefertazione. È inoltre Delegato della Regione Calabria presso il Ministero degli Esteri per la Cooperazione Internazionale ed è membro del tavolo delle regioni, dove coordina un progetto per la creazione di un Hub Formativo in Tunisia. Docente a contratto di Diritto dell'Economia e Diritto Internazionale presso la SSML di Lamezia Terme e presso l'Università Telematica eCampus, è autore di pubblicazioni in ambito pedagogico sulle competenze caratteriali e il framework LifeComp. Ha tenuto interventi al Senato della Repubblica, alla Camera dei Deputati, in Regione Lombardia e a Buenos Aires su temi che spaziano dalla pedagogia speciale, alla telemedicina ed alla cooperazione internazionale. Innovation Manager certificato MISE, unisce visione strategica e competenza tecnologica con una vocazione per il dialogo istituzionale e la ricerca applicata.

Articoli Correlati