L'estate 2026 riporta al centro un allarme che le aziende italiane dovrebbero gestire per legge da quindici anni: l'83% dei lavoratori si dichiara mentalmente esausto almeno qualche volta e più di uno su due ha pensato di lasciare il lavoro per motivi di salute psicologica o fisica.
Il paesaggio del disagio estivo
Il quadro emerge dal Report sulla retribuzione 2025 di Coverflex, costruito su un campione di 1.000 dipendenti rappresentativo del mercato italiano. Tra le fonti di stress principali il report indica carichi di lavoro eccessivi, mancanza di riconoscimento e scarse prospettive di crescita. Un'indagine di Unobravo, ripresa da Adnkronos, alza ancora l'asticella: oltre otto lavoratori su dieci hanno pensato di lasciare l'impiego a causa dello stress e il 66% teme ripercussioni professionali se mostra fragilità psicologica o un calo di performance.
Il neuropsicologo Gabriele Zanardi, socio fondatore di Brain&Care, spiega ad Adnkronos che l'estate non genera il malessere ma lo rende visibile: quando le routine si allentano, ansia e frustrazione accumulate nei mesi di lavoro riemergono. Il fenomeno interessa anche i settori esposti al caldo, dove l'esecutivo è dovuto intervenire con la cassa integrazione in deroga per i lavoratori agricoli per proteggere chi opera in condizioni climatiche estreme.
Un obbligo di legge disatteso da 15 anni
Il paradosso italiano è che questo rischio non è una novità normativa. L'articolo 28 del D.lgs. 81/2008 impone al datore di lavoro di valutare tutti i rischi per la salute, compresi quelli psicosociali, e la valutazione dello stress lavoro-correlato è entrata in vigore in via definitiva il 1° agosto 2010. La mancata inclusione del rischio nel Documento di Valutazione dei Rischi comporta sanzioni pecuniarie da 2.500 a 6.400 euro e, nei casi più gravi, l'arresto fino a sei mesi per il datore di lavoro.
A quindici anni dall'entrata in vigore, i dati raccontano una prevenzione più formale che sostanziale: se la valutazione si fosse davvero tradotta in interventi organizzativi, un lavoratore su due non starebbe pensando di licenziarsi e otto su dieci non avrebbero paura di parlare con il proprio responsabile. La scheda INAIL sul burnout come sindrome in crescita pubblicata a novembre 2025 chiarisce che la prevenzione primaria deve agire sui carichi di lavoro, sugli stili di leadership e sull'autonomia decisionale, non solo sui percorsi di supporto individuale. C'è poi un secondo cortocircuito che pesa sulla tutela: il burnout è riconosciuto dall'OMS come sindrome nell'ICD-11 dal 2019, ma in Italia non è ancora malattia professionale tabellata. L'onere della prova del nesso con l'attività professionale resta interamente in capo al lavoratore che si ammala, con tassi di riconoscimento delle malattie psichiche fermi al 7,3% delle denunce presentate.
Le leve che le aziende non possono più rimandare
Il decalogo Coverflex insiste su leve organizzative, non su benefit isolati: gestione trasparente dei carichi, formazione dei manager al feedback e al coaching, flessibilità reale che misura risultati e non ore online, coerenza tra valori dichiarati e pratiche quotidiane. Sono gli stessi elementi che l'INAIL ha inserito nel modulo integrativo di aprile 2025 dedicato al lavoro da remoto e all'innovazione tecnologica, così da valutare anche il tecnostress delle piattaforme digitali. L'accesso avviene via Spid, la stessa infrastruttura di identità digitale che copre ormai oltre 690mila lavoratori gestiti tramite algoritmi e piattaforme pubbliche.
Quando un dipendente su due pensa al licenziamento per motivi psicologici, le dimissioni diventano la valvola di sfogo di un sistema che non riesce a intercettare il malessere per tempo. Una tendenza che il legislatore ha iniziato a inquadrare con la stretta sulle dimissioni per fatti concludenti, ma che sul piano della salute mentale richiede scelte diverse: audit del clima aziendale, formazione ai manager e uso effettivo della piattaforma INAIL, non un fondo psicologo puramente simbolico.
Domande frequenti
Quali sono le principali cause di stress lavorativo secondo il report Coverflex?
Le principali fonti di stress individuate sono carichi di lavoro eccessivi, mancanza di riconoscimento e scarse prospettive di crescita.
Cosa prevede la normativa italiana sulla prevenzione dello stress lavoro-correlato?
L'articolo 28 del D.lgs. 81/2008 impone ai datori di lavoro di valutare tutti i rischi per la salute, inclusi quelli psicosociali, e la valutazione dello stress lavoro-correlato è obbligatoria dal 1° agosto 2010.
Quali sono le conseguenze per i datori di lavoro che non rispettano l'obbligo di valutazione dello stress?
La mancata inclusione del rischio nel Documento di Valutazione dei Rischi comporta sanzioni pecuniarie da 2.500 a 6.400 euro e, nei casi più gravi, l'arresto fino a sei mesi.
Il burnout è considerato malattia professionale in Italia?
Sebbene il burnout sia riconosciuto dall'OMS come sindrome dal 2019, in Italia non è ancora considerato una malattia professionale tabellata; il lavoratore deve dimostrare il nesso tra malattia e attività lavorativa, con bassi tassi di riconoscimento.
Quali interventi vengono suggeriti per una reale prevenzione dello stress nei luoghi di lavoro?
Sono raccomandate azioni organizzative come la gestione trasparente dei carichi, la formazione dei manager, una flessibilità che valuti i risultati e la coerenza tra valori aziendali e pratiche quotidiane, oltre all'utilizzo delle risorse INAIL.