In Italia 690mila persone hanno ricavato un reddito tramite una piattaforma digitale nel 2024 e per il 76% di loro quel guadagno è componente essenziale del bilancio familiare. Il dato dell'Indagine Inapp Plus 2024 sulle piattaforme non racconta solo i rider: il 21% dei lavoratori si occupa di servizi di cura a domicilio, oggi terzo settore della gig economy italiana.
Chi sono i 690mila lavoratori delle piattaforme
La rilevazione Inapp Plus 2024 mostra una composizione divisa in tre blocchi: il 56% opera nel food delivery, il 35,7% in attività professionali online (informatica, traduzioni, docenze) e il 21% nei servizi di cura. I lavoratori stabili e continuativi sono 80mila, una minoranza che convive con un'ampia platea di collaboratori a tempo parziale, spesso impegnati in un secondo lavoro. Operano in un mercato che il progetto WePlat ha censito nel 2023 in oltre 140 piattaforme attive, e quasi un lavoratore su due (46%) collabora con due o più operatori contemporaneamente per costruire un reddito sufficiente.
Sul fronte qualitativo, il 35,7% di chi opera in piattaforma fa ricerca, didattica online o consulenza digitale, professioni in cui le competenze digitali pesano più della laurea e in cui l'app diventa lo strumento di matching tra domanda e offerta. Cambia anche il ruolo di figure intermedie come gli assistenti di direzione, che gestiscono pezzi di lavoro frammentato distribuito su più operatori.
Identità digitale e algoritmo, arriva l'infrastruttura pubblica
Il Decreto Legge 30 aprile 2026 n. 62, dedicato al contrasto del caporalato digitale, ha introdotto una svolta. L'accesso alle piattaforme di lavoro deve avvenire esclusivamente tramite SPID, CIE o sistemi di autenticazione forte; è vietato cedere o condividere credenziali; ciascun lavoratore può avere un solo account per codice fiscale e l'operatore non può assegnare allo stesso lavoratore turni temporalmente sovrapposti. La sanzione per chi cede l'account va da 800 a 1.200 euro, mentre la piattaforma che non attiva controlli rischia la sospensione amministrativa dell'attività.
Significa che il management algoritmico, finora osservato solo dall'esterno, diventa tracciabile e collegato a un'identità verificata. È la base che Inapp ha indicato come prerequisito per un'infrastruttura pubblica del lavoro digitale, prendendo come riferimento il Chèque Emploi Service Universel francese, attivo dal 2006 per dichiarare e contribuire automaticamente i servizi alla persona erogati a domicilio. Vent'anni di esperienza francese mostrano che un canale pubblico riduce gli adempimenti e fa emergere ore di lavoro che altrimenti restano fuori dalla contabilità contributiva.
L'app sperimentale Workmeter di Inapp ha già stabilito ordini di grandezza concreti del lavoro algoritmico: la maggior parte delle prestazioni si svolge entro 3-7 chilometri, ha una durata media di 25 minuti e velocità operative sopra i 12 km/h. Dati che oggi nessuna piattaforma privata condivide con l'autorità pubblica e che senza un'infrastruttura comune restano nelle sole mani di chi sviluppa l'algoritmo.
Cosa cambia per cura, partite IVA e cooperazione sociale
Il settore più esposto è quello dell'assistenza domiciliare, dove convivono cooperative sociali territoriali e nuove piattaforme che intercettano la domanda delle famiglie. Una tracciatura collegata a SPID restringe la zona grigia tra lavoro autonomo dichiarato e lavoro irregolare e libera le cooperative da una parte degli oneri amministrativi che oggi sottraggono tempo al servizio.
Restano due nodi aperti. Il 46% multi-piattaforma rischia di moltiplicare gli adempimenti se ogni operatore impone procedure proprie, e l'identità digitale dovrà gestire le ore frammentate che oggi rendono difficile certificare contribuzione e diritti. La sicurezza sul lavoro resta un capitolo separato, su cui le sole tutele algoritmiche non bastano senza controlli effettivi sulle prestazioni.
Il prossimo passaggio è applicativo: stabilire chi gestisce l'infrastruttura, come dialoga con Inps e Agenzia delle Entrate e quali piattaforme entrano per prime. Senza questa convergenza il 21% di lavoro di cura nella gig economy continua a crescere fuori dal perimetro delle tutele.
Domande frequenti
Chi sono i lavoratori delle piattaforme digitali in Italia?
I lavoratori delle piattaforme digitali in Italia sono circa 690mila e operano principalmente nel food delivery (56%), nelle attività professionali online (35,7%) come consulenze e didattica, e nei servizi di cura a domicilio (21%). Una parte minoritaria è costituita da lavoratori stabili, mentre la maggioranza svolge attività in modo parziale o come secondo lavoro.
Cosa prevede il nuovo Decreto Legge 30 aprile 2026 n. 62 per l'accesso alle piattaforme di lavoro digitali?
Il decreto impone che l’accesso alle piattaforme avvenga tramite SPID, CIE o altri sistemi di autenticazione forte, vietando la cessione o condivisione delle credenziali. Ogni lavoratore può avere un solo account per codice fiscale e le piattaforme devono impedire l’assegnazione di turni sovrapposti agli stessi utenti.
Quali sono i principali vantaggi dell’infrastruttura pubblica basata su identità digitale?
L’infrastruttura pubblica permette di tracciare e verificare le prestazioni lavorative tramite identità digitale, riducendo la zona grigia tra lavoro regolare e irregolare. Inoltre, semplifica gli adempimenti per cooperative e lavoratori, facilitando la dichiarazione e la contribuzione delle ore lavorate.
Quali criticità rimangono nell’applicazione dell’identità digitale nel lavoro su piattaforma?
Restano problematiche legate alla gestione delle ore frammentate, soprattutto per chi lavora su più piattaforme, e alla possibile moltiplicazione degli adempimenti se ogni piattaforma adotta procedure diverse. Anche la sicurezza sul lavoro necessita di tutele aggiuntive oltre al solo controllo algoritmico.
Come cambierà il settore dell’assistenza domiciliare con l’introduzione della tracciatura tramite SPID?
La tracciatura tramite SPID aiuterà a ridurre il lavoro irregolare e gli oneri amministrativi per le cooperative sociali, favorendo una maggiore regolarità e trasparenza. Ciò permetterà di far emergere ore di lavoro oggi non contabilizzate e di migliorare la tutela dei lavoratori.