Un lavoratore italiano oggi guadagna meno, in termini reali, di quanto guadagnava nel 1990. È l'unico Paese dell'Unione europea con questo primato, secondo Ocse ed Eurostat, mentre il tasso di occupazione tocca il massimo storico al 62,4% e l'aumento dei posti di lavoro viene raccontato come una buona notizia.
I numeri del Rapporto Istat 2025
La crisi salari italiana ha una cifra precisa: -8,6% di potere d'acquisto dal 2019, dopo aver toccato il -10,5% nel 2024 secondo il Rapporto annuale Istat 2025. Tradotto in busta paga: chi nel 2019 portava a casa 1.500 euro netti al mese, oggi ne porta circa 1.370 in valore reale, a parità di prezzi al consumo. Gli aumenti contrattuali del 2024 (+3,1%) hanno superato l'inflazione (+1,1%) per la prima volta dopo tre anni, ma non bastano a recuperare il terreno perso nel biennio 2021-2022.
Il confronto europeo è impietoso. Lo stipendio medio annuale in Italia è di 36.594 euro contro i 45.964 della Francia. Una coppia senza figli con due redditi medi dispone di 50.700 euro a parità di potere d'acquisto in Italia, contro i quasi 58.000 della Francia e i 73.000 della Germania. Mentre dal 1990 al 2020 i salari reali di Francia, Germania e Spagna sono cresciuti tra il 20% e il 30%, in Italia sono scesi del 3-4%. Nel 2024 la Spagna ha superato l'Italia per stipendio medio annuo, grazie a un salario minimo legale quasi raddoppiato dal 2019.
Il vero buco è la produttività
Il dato che riassume trent'anni di stagnazione non è lo stipendio, ma la produttività del lavoro. Tra il 1995 e il 2024 la produttività italiana è cresciuta in media dello 0,2% l'anno, contro l'1,2% della media UE27, l'1,0% della Germania e lo 0,8% della Francia. Nel solo 2024 è scesa dell'1,9%, dopo il -2,7% del 2023; nello stesso periodo la Germania ha registrato -0,5%, mentre Spagna e Francia hanno chiuso in territorio positivo. Tra il 2020 e il 2024 la produttività reale per ora lavorata in Italia è arretrata del 3,7%, contro un +0,8% medio nell'Unione.
Senza produttività non c'è margine per alzare gli stipendi. L'aumento dell'occupazione nel 2024 è arrivato con +2,3% di ore lavorate a fronte di un valore aggiunto fermo allo +0,4%: più gente al lavoro, ma sui gradini più bassi della scala del valore aggiunto. È la stessa fotografia che emerge dal mercato del lavoro, dove le competenze digitali pesano ormai più di un titolo accademico e premiano solo chi ricopre ruoli ad alta intensità tecnologica. Tutto il resto resta intrappolato in contratti rinnovati con anni di ritardo e aumenti che inseguono l'inflazione invece di anticiparla.
Lavoro povero e divario Nord-Sud
Il risultato concreto è il fenomeno del lavoro povero. Secondo Eurostat, nel 2024 il 10,2% dei lavoratori italiani (full e part time, occupati per almeno metà anno) era a rischio povertà, in aumento dal 9,9% del 2023. Tra chi ha solo la licenza media il tasso sale al 18,2%, contro il 4,5% dei laureati: un divario che si lega al peso del titolo di studio sull'occupazione femminile in Italia e che alimenta la povertà lavorativa fotografata dai dati Eurostat. Per gli autonomi il rischio sale al 17,2%, per i dipendenti si ferma all'8,4%.
La geografia aggrava il quadro. La retribuzione annua lorda media al Nord è di 34.119 euro, al Sud e nelle Isole di 29.777: un divario di circa 4.400 euro all'anno, pari a un +15% per chi lavora al Nord. Nell'ultimo anno il Nord ha guidato la ripresa salariale (+3,7%) contro il +1,4% del Sud, ampliando la distanza. La Calabria, secondo le statistiche regionali Eurostat sulle condizioni di vita, ha un rischio di povertà o esclusione sociale del 48,8%, oltre il doppio della media UE (21,0%); fa peggio solo la Guyana francese.
Senza un recupero strutturale della produttività e investimenti reali su competenze e settori ad alto valore aggiunto, gli aumenti contrattuali continueranno a rincorrere l'inflazione invece di ricucire il distacco con Francia e Germania accumulato in trent'anni.
Domande frequenti
Perché i salari reali in Italia sono fermi o diminuiti dal 1990?
I salari reali in Italia sono fermi o diminuiti a causa della bassa crescita della produttività e di aumenti salariali che hanno spesso solo seguito l'inflazione, senza mai anticiparla. Questo fenomeno è unico in Europa, dove invece altri Paesi hanno visto una crescita significativa dei salari reali.
Qual è il ruolo della produttività nella crescita dei salari?
La produttività gioca un ruolo centrale perché senza un suo aumento non ci sono margini per alzare gli stipendi. In Italia la produttività è cresciuta in media solo dello 0,2% all'anno dal 1995 al 2024, molto meno rispetto alla media UE, Francia e Germania.
Come si posizionano i salari italiani rispetto a quelli degli altri Paesi europei?
I salari italiani sono inferiori rispetto a quelli di Francia, Germania e Spagna. Ad esempio, lo stipendio medio annuo in Italia è di 36.594 euro, mentre in Francia è di 45.964 euro e in Germania è ancora più alto; anche la Spagna ha recentemente superato l'Italia grazie all'aumento del salario minimo.
Qual è l'impatto del titolo di studio e della geografia sui salari e sul rischio povertà?
Il titolo di studio incide fortemente: il rischio povertà per chi ha solo la licenza media è del 18,2%, contro il 4,5% dei laureati. Geograficamente, esistono forti divari tra Nord e Sud: la retribuzione media al Nord è più alta di circa il 15% rispetto al Sud, dove il rischio di povertà è molto maggiore.
Gli ultimi aumenti salariali hanno compensato la perdita di potere d'acquisto?
Gli aumenti contrattuali del 2024 (+3,1%) hanno superato l'inflazione (+1,1%) per la prima volta dopo tre anni, ma non sono sufficienti a recuperare il potere d'acquisto perso nei bienni precedenti. Il potere d'acquisto è sceso dell'8,6% dal 2019 nonostante questi recenti aumenti.
Quali sono le prospettive per la crescita salariale in Italia nei prossimi anni?
Senza un recupero strutturale della produttività e investimenti su competenze e settori ad alto valore aggiunto, gli aumenti salariali continueranno a inseguire l'inflazione. Solo migliorando la produttività sarà possibile colmare il divario con Francia e Germania.