Indice: In breve | Cosa è successo sul tram 15 | L'accusa: accesso abusivo al sistema informatico | Come funziona la videosorveglianza sui mezzi pubblici | I limiti che la chat ha violato | Sicurezza ribaltata: quando la telecamera diventa intrusiva | Domande frequenti
In breve
- Una passeggera 26enne fotografa il tramviere mentre chatta sul tram 15
- Cinque dipendenti ATM sospesi senza stipendio dopo le perquisizioni
- L'unico indagato rischia fino a tre anni per accesso abusivo al sistema
- ATM ha presentato esposto al Garante della privacy
- Le linee guida limitano la videosorveglianza alle sole finalità di sicurezza
L'inchiesta della Procura di Milano sulla chat sessista ATM che coinvolge cinque autisti del trasporto pubblico ha al centro un punto preciso: capire se le immagini delle passeggere finite nel gruppo WhatsApp Ticinese Staff siano state scaricate dal sistema di videosorveglianza dei mezzi. L'unico indagato finora è il conducente del tram 15, un 58enne accusato di accesso abusivo a sistema informatico ai sensi dell'articolo 615-ter del codice penale. ATM ha già sospeso dal servizio e dalla retribuzione i cinque dipendenti del gruppo e ha presentato un esposto al Garante della privacy.
Cosa è successo sul tram 15
Il caso parte da una passeggera ventiseienne che la settimana scorsa, durante un viaggio sul tram 15, nota che il conducente in pausa sta usando il cellulare. Lo fotografa e scopre in seguito che l'uomo stava chattando con altri colleghi nel gruppo WhatsApp Ticinese Staff. Sullo schermo era visibile l'immagine di un'altra giovane donna ripresa di spalle dalla telecamera puntata su una porta di uscita del mezzo.
Nel gruppo seguivano commenti volgari e sessisti sulle caratteristiche fisiche della passeggera ignara. La ventiseienne ha diffuso online lo scatto del conducente, scatenando reazioni di condanna pubblica e dando avvio sia all'inchiesta penale della Procura di Milano sia all'inchiesta interna di ATM. Cinque dipendenti sono stati sospesi dal servizio e privati della retribuzione.
I pubblici ministeri Grazia Colacicco e Carlo Parodi, sotto la guida del procuratore Marcello Viola, hanno ordinato cinque perquisizioni: una a carico dell'indagato, un autista 58enne originario della Puglia, e quattro per i colleghi che facevano parte della chat e al momento non risultano iscritti nel registro. Cellulari e apparati informatici sono stati sequestrati per ricostruire la provenienza delle immagini.
L'accusa: accesso abusivo al sistema informatico
Il capo di imputazione contestato al conducente è l'articolo 615-ter del codice penale, che punisce chi si introduce abusivamente in un sistema informatico protetto da misure di sicurezza o vi resta contro la volontà di chi ha diritto di escluderlo. La pena base è la reclusione fino a tre anni, ma sale da uno a cinque anni quando il fatto è commesso con abuso della qualità di operatore di sistema, da un incaricato di pubblico servizio o con sottrazione di dati.
Nel decreto di perquisizione i magistrati riportano la verifica della Polizia locale: il sistema di videosorveglianza dei tram memorizza le immagini su una periferica interna al mezzo, accessibile soltanto da personale ATM. Resta da chiarire se la foto in chat sia stata estratta dalla memoria interna o ripresa al volo dal monitor di servizio collegato alla telecamera posta sul cruscotto.
Come funziona la videosorveglianza sui mezzi pubblici
Le regole non sono lasciate alle aziende di trasporto. La videosorveglianza a bordo è ammessa solo se rispetta i principi richiamati dal Garante della privacy sulle telecamere nei mezzi pubblici e dal Regolamento europeo 679/2016, che impone finalità determinate, legittime e trasparenti per ogni trattamento di dati personali. Cinque sono i vincoli operativi che ogni azienda deve garantire.
- Finalità di sicurezza esplicita: le riprese servono solo a tutelare passeggeri, personale e veicolo, mai a controllare in modo generalizzato chi sale a bordo.
- Necessità e proporzionalità: posizione delle telecamere e inquadrature non devono superare quanto serve allo scopo, evitando dettagli non indispensabili.
- Informativa visibile: ogni mezzo dotato di telecamere deve esporre cartelli che segnalino con chiarezza la presenza del sistema.
- Accesso ristretto: i file possono essere consultati solo da personale autorizzato e secondo procedure tracciate dall'azienda.
- Conservazione limitata: le immagini non possono essere mantenute oltre il tempo necessario alle finalità di sicurezza e devono essere distrutte regolarmente.
I limiti che la chat ha violato
Sui cinque punti il caso milanese mostra una catena di scostamenti che la Procura ora deve ricostruire.
Finalità deviata: una telecamera installata per ragioni di sicurezza è stata usata come strumento di osservazione personale. Il vincolo di scopo previsto dall'articolo 5 del Regolamento europeo cade nel momento in cui i dati raccolti vengono trattati per motivi diversi da quelli dichiarati nell'informativa.
Accesso oltre il mandato: il personale autorizzato può consultare le immagini per le proprie attività di servizio, non per acquisirle. L'ipotesi dei pm è proprio che il conducente abbia oltrepassato i limiti del proprio accesso, configurando il reato di cui all'articolo 615-ter.
Diffusione a terzi: la condivisione delle immagini in una chat privata aggrava la posizione, perché trasforma un'eventuale acquisizione interna in una circolazione esterna. Per questo i pm Colacicco e Parodi non escludono che altri scatti possano essere stati ceduti o diffusi.
Sicurezza ribaltata: quando la telecamera diventa intrusiva
Il senso delle telecamere a bordo si fonda su un patto implicito: chi viaggia accetta di essere ripreso perché la registrazione lo protegge da aggressioni, vandalismi o incidenti. Nel caso del tram 15 quel patto si rompe. Le stesse immagini che dovevano tutelare le viaggiatrici diventano materiale per una sessualizzazione del corpo femminile, condiviso senza consenso fra colleghi.
La passeggera che ha diffuso la foto del conducente ha sintetizzato il paradosso così: «sui bus ci sentivamo sicure, ora scopriamo di essere spiate». Il punto sollevato dall'inchiesta non riguarda soltanto la responsabilità penale dei singoli, ma la percezione di sicurezza del trasporto pubblico, che si regge sulla fiducia nel modo in cui le immagini vengono trattate.
Domande frequenti
Cosa rischia chi accede senza titolo al sistema video?
L'articolo 615-ter del codice penale punisce con la reclusione fino a tre anni chi entra in un sistema informatico protetto contro la volontà del titolare. La pena sale da uno a cinque anni quando il soggetto agisce con abuso della qualità di operatore di sistema o quando i dati vengono sottratti, danneggiati o diffusi.
Le passeggere fotografate possono agire in sede civile?
Sì. Indipendentemente dal procedimento penale, chi è stato ripreso e ritratto senza consenso può rivolgersi al Garante della privacy e chiedere il risarcimento dei danni in sede civile per violazione del Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali.
Cosa cambia ora per ATM?
L'azienda ha sospeso i cinque dipendenti coinvolti dal servizio e dalla retribuzione e ha presentato un esposto al Garante. Toccherà ora rivedere le procedure di accesso ai monitor di servizio e tracciare in modo più stringente chi consulta le immagini delle telecamere a bordo dei mezzi. La verifica dei dispositivi sequestrati dirà se la foto delle passeggere è stata scaricata dalla memoria del tram o ripresa al volo dal monitor del cruscotto. Resta sul tavolo una domanda più ampia: come garantire che gli strumenti di sicurezza dei mezzi pubblici non si trasformino, nelle mani sbagliate, in dispositivi di sorveglianza personale.