Sommario
- Quasi 200.000 pubblicazioni sotto esame
- Come si legge la classifica: gli indicatori R e IRAS
- Università statali: il Nord allunga, il Sud arranca
- Il privato che funziona e le telematiche che non decollano
- Scuole speciali e nuovi indicatori: le sorprese della VQR
- Luci e ombre di un sistema a due velocità
- Domande frequenti
Quasi 200.000 pubblicazioni sotto esame
Roma, 16 aprile 2026. L'ANVUR ha pubblicato ieri i risultati aggregati della quarta edizione della Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR), l'esercizio quinquennale che radiografa lo stato della scienza prodotta dalle università e dagli enti di ricerca italiani. Il periodo coperto va dal 2020 al 2024, un quinquennio segnato prima dalla coda della pandemia, poi dalla ripresa dei finanziamenti europei con Horizon Europe e dal rilancio del sistema universitario attraverso i fondi del PNRR. I numeri dell'operazione sono massicci: quasi 200.000 pubblicazioni scientifiche passate al vaglio, oltre 75.800 ricercatori accreditati presso 132 istituzioni tra atenei statali, università non statali, enti pubblici di ricerca e istituzioni che hanno aderito volontariamente all'esercizio. A giudicare la qualità dei prodotti sono stati chiamati più di 6.740 revisori esterni, secondo un processo di peer review informata che combina il giudizio umano con indicatori bibliometrici. Il quadro che ne emerge è articolato, a tratti impietoso. Ci sono atenei che confermano una traiettoria ascendente consolidata da decenni, altri che scivolano progressivamente sotto la media nazionale senza riuscire a invertire la rotta. Il dettaglio per singola area disciplinare arriverà soltanto il 28 maggio, con la presentazione del Rapporto finale, ma i dati istituzionali già disponibili bastano a tracciare una geografia della ricerca italiana dove il divario territoriale resta il tratto dominante. I risultati della VQR non sono un esercizio accademico fine a sé stesso: orientano la distribuzione della quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario, il meccanismo attraverso cui il Ministero dell'Università premia gli atenei più produttivi. Chi ottiene punteggi alti riceve più risorse. Chi resta indietro, rischia un circolo vizioso di sottofinanziamento e perdita di competitività.
Come si legge la classifica: gli indicatori R e IRAS
Per orientarsi nei risultati della VQR occorre familiarizzare con due famiglie di indicatori. La prima è l'indicatore R, un indice qualitativo puro che misura la qualità media della produzione scientifica di un'istituzione rispetto alla media nazionale, indipendentemente dalle dimensioni dell'ateneo. Un valore di R superiore a 1 significa che quell'istituzione produce ricerca migliore della media; sotto 1, è al di sotto. La seconda famiglia è l'indicatore IRAS, che integra la dimensione qualitativa con quella quantitativa, pesando anche la massa critica dell'ateneo, ovvero il volume complessivo di pubblicazioni prodotte. Un grande ateneo con qualità appena sopra la media può avere un IRAS elevato semplicemente perché sforna migliaia di prodotti, mentre una piccola scuola di eccellenza può avere un R altissimo ma un IRAS contenuto. Tra i vari sotto-indicatori, il più significativo è R1_2, che aggrega la produzione di tutti i ricercatori in servizio nel quinquennio, sia quelli stabilmente incardinati sia i neoassunti e i promossi. Accanto a questo, l'indicatore R5 misura la capacità di attrarre finanziamenti competitivi internazionali: grant ERC, progetti Horizon Europe, Marie Curie e affini. È forse il termometro più sensibile della competitività internazionale di un ateneo. Novità di questa edizione è l'indicatore R4, dedicato alla valorizzazione delle conoscenze, che valuta la capacità delle istituzioni di tradurre la ricerca in impatto concreto sul tessuto sociale, economico e culturale del territorio. Le istituzioni hanno presentato complessivamente 858 casi studio, giudicati da panel dedicati. Capire questi strumenti è essenziale per non cadere in letture semplicistiche delle classifiche: un ateneo può eccellere in qualità relativa ma pesare poco in termini assoluti, e viceversa.
Università statali: il Nord allunga, il Sud arranca
La classifica degli atenei statali per qualità della ricerca conferma tendenze ormai strutturali. In vetta si colloca l'Università di Padova con un R1_2 di 1,065 e 6.814 prodotti conferiti, seguita da Trento (1,060), Milano Statale e Milano Bicocca (entrambe a 1,057). Sono atenei che investono da anni nel reclutamento internazionale, nelle infrastrutture di ricerca e nella partecipazione ai bandi europei. Bologna, con i suoi 8.578 prodotti, il secondo volume più alto del sistema dopo La Sapienza, si attesta a un R1_2 di 1,036 e un IRAS1_2 di 6,001, a testimonianza di una capacità rara di coniugare quantità e qualità. Il Politecnico di Milano domina sul fronte dei finanziamenti competitivi: R5 pari a 1,112 e un IRAS5 di 11,779, il valore più alto in assoluto tra le statali. Il Mezzogiorno offre un quadro ben diverso. Messina registra il valore più basso tra i grandi atenei statali (R1_2 = 0,890), seguita da Palermo (0,929), Catania (0,930) e Bari (0,939). Il Molise è il fanalino di coda assoluto con un R1_2 di 0,907 e un R4 di appena 0,578. Anche Basilicata (0,916), Cagliari (0,936) e L'Aquila (0,939) restano sotto la media. Un dato incoraggiante attraversa però l'intero sistema: i giovani ricercatori neoassunti o promossi producono ricerca di qualità mediamente superiore ai colleghi strutturati, con un voto medio di 2,7 prodotti pro capite contro i 2,1 dei ricercatori stabili. I meccanismi di selezione, pur imperfetti, stanno migliorando.
Il privato che funziona e le telematiche che non decollano
Nel comparto delle università non statali, la Bocconi di Milano si conferma al vertice con un R1_2 di 1,150 e un IRAS1_2 di 8,191, numeri che la collocano tra le migliori istituzioni del Paese in termini assoluti, non solo nel confronto con le private. Subito dietro, la LUISS Guido Carli di Roma raggiunge un R1_2 di 1,135, un risultato notevole per un ateneo specializzato in scienze economiche, giuridiche e politiche. Il Milano Humanitas (R1_2 = 1,092) e il San Raffaele (1,073) confermano che le istituzioni private con forte vocazione alla ricerca biomedica riescono a competere ad armi pari con i migliori atenei statali. Bolzano (1,050) e la Cattolica del Sacro Cuore (1,009) completano il gruppo delle eccellenze private, con la Cattolica che vanta il volume produttivo più elevato del comparto: 3.286 prodotti conferiti e un IRAS1_2 di 26,575. Il modello che emerge è chiaro: le istituzioni private snelle, specializzate e con forte orientamento internazionale tendono a sovraperformare. Il discorso cambia radicalmente per le università telematiche. Novedrate e-Campus registra il valore più basso dell'intero sistema universitario italiano: R1_2 = 0,799. Firenze IUL (0,812), Roma Marconi (0,855) e Benevento Giustino Fortunato (0,912) confermano un modello organizzativo che privilegia sistematicamente la didattica di massa sulla produzione scientifica. Sul fronte dell'internazionalizzazione competitiva (R5), la maggior parte delle telematiche è sostanzialmente assente, con valori irrilevanti o nulli. È un dato che interroga profondamente il legislatore: atenei con decine di migliaia di iscritti, e dunque con risorse significative, non riescono a tradurre la loro dimensione in qualità della ricerca.
Scuole speciali e nuovi indicatori: le sorprese della VQR
Le scuole universitarie a ordinamento speciale confermano il loro ruolo di punta di diamante del sistema. La Scuola Normale Superiore di Pisa registra un R1_2 di 1,026 con un IRAS1_2 pro capite di 15,879, il dato più alto in assoluto. La Scuola Superiore Sant'Anna, sempre a Pisa, raggiunge un IRAS1_2 di 33,774, il valore assoluto più elevato di tutto il sistema universitario italiano, pur con un R1_2 di 0,986 che la colloca appena sotto la media qualitativa. Il GSSI dell'Aquila (R1_2 = 1,061) e la SISSA di Trieste (0,994, con IRAS1_2 di 16,367) completano il quadro di istituzioni che, con numeri ridotti di ricercatori, concentrano una densità di produzione scientifica senza eguali nel Paese. Tra le novità di questa edizione spicca l'indicatore R4 sulla valorizzazione delle conoscenze. I risultati riservano qualche sorpresa. Il Politecnico di Torino e Venezia Iuav guidano la classifica con un R4 di 1,300, seguiti da Napoli Federico II (1,132) e Padova (1,134). Venezia Iuav, che pure fatica sul fronte della ricerca competitiva internazionale (R5 = 0,577), dimostra una capacità notevole di trasferire conoscenze al territorio. In coda troviamo Reggio Calabria (R4 = 0,241), un valore che segnala una quasi totale assenza di interazione strutturata tra ricerca e contesto socio-economico. Anche Insubria (0,491) e Sannio (0,506) mostrano difficoltà significative. L'introduzione di questo indicatore risponde a una domanda crescente della politica e dell'opinione pubblica: la ricerca non deve solo produrre pubblicazioni, ma generare impatto misurabile.
Luci e ombre di un sistema a due velocità
La fotografia della VQR 2020-2024 restituisce un sistema universitario italiano in transizione, dove le eccellenze reggono il confronto internazionale ma ampie porzioni del Paese restano indietro. Il divario Nord-Sud si conferma il tratto strutturale dominante, e in alcuni indicatori, come la capacità di attrarre finanziamenti europei (R5), si approfondisce ulteriormente. Atenei come Siena (R5 = 1,583) dimostrano che le dimensioni contenute non sono un alibi, mentre mega-atenei meridionali con migliaia di ricercatori non riescono a convertire la massa critica in qualità competitiva. Le eccezioni esistono: Napoli Federico II tiene una posizione complessivamente dignitosa, e alcune realtà del Mezzogiorno trovano nicchie di eccellenza settoriale che i dati per area disciplinare, attesi il 28 maggio, potranno rivelare con maggiore precisione. Il segnale più positivo arriva dai giovani ricercatori: dove il reclutamento è stato condotto con criteri rigorosi e trasparenti, la qualità media della produzione scientifica cresce sensibilmente. È un dato che il Ministero dell'Università dovrebbe tenere in primo piano nella definizione dei criteri di riparto del FFO e nella programmazione delle prossime tornate di abilitazione scientifica nazionale. Sul versante critico, il caso delle università telematiche pone interrogativi che vanno oltre la VQR: istituzioni con centinaia di migliaia di studenti e fatturati importanti che producono ricerca di qualità sistematicamente inferiore alla media nazionale rappresentano un'anomalia che il sistema non può ignorare a lungo. La VQR, con tutti i suoi limiti metodologici, resta lo strumento più completo per orientare le politiche della ricerca. I dati sono pubblici, consultabili sul sito dell'ANVUR. Spetta ora al decisore politico tradurli in scelte concrete: premiare chi eccelle, sostenere chi investe nel miglioramento, interrogarsi su chi resta strutturalmente indietro.