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Troppi anglicismi nella scuola italiana: quando l'Intelligenza Artificiale diventa AI invece di IA
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Troppi anglicismi nella scuola italiana: quando l'Intelligenza Artificiale diventa AI invece di IA

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Claudio Marazzini, presidente onorario della Crusca, denuncia il conformismo linguistico che sta invadendo il mondo dell'istruzione. Le nuove Linee guida adottano finalmente la sigla italiana, ma il problema resta più ampio.

La denuncia di Marazzini: un conformismo che altera la lingua

C'è qualcosa di paradossale nel fatto che proprio la scuola, il luogo deputato alla trasmissione della lingua e della cultura italiana, sia diventata uno dei terreni più fertili per la proliferazione di anglicismi e acronimi stranieri. A dirlo non è un purista qualsiasi, ma Claudio Marazzini, presidente onorario dell'Accademia della Crusca, la più antica istituzione linguistica del mondo.

La sua critica è netta: l'adozione massiva della sigla AI al posto di IA per indicare l'Intelligenza Artificiale rappresenta, nelle sue parole, "un adeguamento conformistico" che poco ha a che fare con la necessità comunicativa e molto con una pigra imitazione del modello anglosassone. Un cedimento culturale prima ancora che linguistico.

Non si tratta di nostalgia o di chiusura verso il mondo. Marazzini conosce bene la dinamica delle lingue vive, che assorbono e restituiscono, che cambiano e si adattano. Il punto è un altro: quando l'adattamento diventa automatico, acritico, finisce per alterare le abitudini linguistiche di un'intera comunità di parlanti. E se questo accade nella scuola, l'effetto si moltiplica.

IA o AI? Non è solo una questione di lettere

Qualcuno potrebbe obiettare: che differenza fa invertire due lettere? In realtà, la distanza tra IA e AI è più profonda di quanto sembri. La sigla italiana, Intelligenza Artificiale, rispecchia l'ordine naturale della nostra sintassi, dove l'aggettivo segue il sostantivo. La sigla inglese, Artificial Intelligence, segue la logica opposta. Adottare AI in un testo italiano significa importare non solo un termine, ma una struttura mentale estranea alla nostra lingua.

Marazzini lo ha sottolineato con chiarezza: ogni volta che un documento ufficiale, un manuale scolastico o una circolare ministeriale sceglie AI invece di IA, compie una piccola rinuncia. Presa singolarmente, sembra irrilevante. Sommata a centinaia di altre scelte analoghe, con STEM, CLIL, soft skills, peer education, flipped classroom, il risultato è un linguaggio scolastico che rischia di diventare incomprensibile per una parte significativa della popolazione.

La questione tocca un nervo scoperto del dibattito culturale italiano. Da anni linguisti, intellettuali e persino alcuni politici segnalano l'invasione di termini inglesi nel lessico istituzionale, spesso senza che esista una reale necessità. L'italiano possiede quasi sempre un equivalente perfettamente funzionale.

Le nuove Linee guida scelgono l'italiano

Una buona notizia, almeno sul fronte specifico dell'Intelligenza Artificiale, arriva dalle nuove Linee guida per la scuola, che hanno adottato stabilmente la forma IA. Un segnale importante, che recepisce le indicazioni della Crusca e riconosce, nei fatti, che la lingua dei documenti ufficiali ha un valore normativo e culturale.

Stando a quanto emerge dal testo delle Linee guida 2026, la scelta non è casuale né cosmetica. Si inserisce in un tentativo più ampio di rendere il linguaggio scolastico più coerente con la tradizione linguistica italiana, pur senza rinunciare all'apertura verso le innovazioni tecnologiche e didattiche. La crescente richiesta di studi sull'Intelligenza Artificiale tra gli studenti italiani dimostra del resto che l'interesse per queste tematiche è altissimo, e non ha certo bisogno dell'inglese per essere legittimato.

È un passo avanti, ma restano zone d'ombra. Molti documenti ministeriali continuano a essere infarciti di acronimi anglofoni, e la prassi quotidiana delle scuole, tra circolari interne e comunicazioni ai genitori, non sempre segue l'esempio delle Linee guida.

Il nodo degli anglicismi nell'istruzione

Il caso di IA/AI è emblematico, ma il problema è sistemico. La scuola italiana degli ultimi vent'anni ha assistito a un'autentica alluvione di termini inglesi, spesso introdotti da normative europee e poi recepiti senza alcun tentativo di traduzione o adattamento.

Alcuni esempi ormai consolidati:

  • STEM invece di Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica
  • CLIL per indicare l'insegnamento di una disciplina in lingua straniera
  • Soft skills al posto di competenze trasversali
  • Peer tutoring, brainstorming, problem solving, usati correntemente nei PTOF e nei piani didattici

Non tutti questi prestiti sono evitabili, e non tutti sono dannosi. La lingua vive anche di contaminazioni. Ma quando l'anglicismo diventa la scelta predefinita, quando non ci si pone nemmeno la domanda se esista un'alternativa italiana, allora si è di fronte a quello che Marazzini chiama, appunto, conformismo.

La La Scuola Italiana: Nuove Sfide tra Economia e Educazione passa anche da qui: dalla capacità del sistema di istruzione di innovarsi senza perdere la propria identità culturale e linguistica.

Una scuola che parla italiano, anche quando innova

La posizione di Marazzini non è isolata. Negli ultimi anni si è consolidato un fronte trasversale, che va dalla Crusca ad alcuni settori del Ministero dell'Istruzione e del Merito, favorevole a una maggiore attenzione linguistica nei documenti e nella comunicazione scolastica. Il principio è semplice: si può parlare di innovazione, di tecnologia, di Rivoluzione Didattica: La Visione di Giannelli Sull'Intelligenza Artificiale nella Scuola senza per questo rinunciare a farlo in italiano.

La difesa della lingua non è un esercizio retorico. È una questione di democrazia linguistica: un genitore, uno studente, un cittadino qualunque devono poter leggere e comprendere un documento scolastico senza bisogno di un dizionario bilingue. E la scuola, prima di ogni altra istituzione, ha il dovere di dare l'esempio.

Le nuove Linee guida, con la scelta di scrivere IA e non AI, indicano una direzione. Resta da capire se il sistema scolastico nel suo complesso sarà capace di seguirla, o se l'inerzia del conformismo anglofono continuerà a prevalere nelle pratiche quotidiane. La partita, come spesso accade nel mondo dell'istruzione italiana, si gioca più nelle aule e nelle segreterie che nei documenti ministeriali.

Pubblicato il: 13 aprile 2026 alle ore 08:27

Domande frequenti

Perché l'uso di anglicismi come 'AI' invece di 'IA' è considerato problematico nella scuola italiana?

Secondo Marazzini, l'adozione di anglicismi come 'AI' rappresenta un conformismo che altera le abitudini linguistiche italiane e può rendere il linguaggio scolastico meno accessibile a una parte della popolazione. Inoltre, importare sigle inglesi significa anche adottare una struttura mentale estranea alla nostra lingua.

Qual è la posizione delle nuove Linee guida scolastiche riguardo l'uso di IA o AI?

Le nuove Linee guida per la scuola hanno scelto stabilmente la forma italiana 'IA' per Intelligenza Artificiale, recependo le indicazioni dell'Accademia della Crusca. Questa decisione mira a rendere il linguaggio scolastico più coerente con la tradizione linguistica italiana.

L'uso di termini inglesi nella scuola italiana è sempre negativo?

Non tutti i prestiti linguistici sono evitabili o dannosi, poiché la lingua vive anche di contaminazioni. Tuttavia, il problema nasce quando gli anglicismi diventano la scelta predefinita senza valutare alternative italiane, rischiando di compromettere la chiarezza e l'identità culturale.

Quali sono alcuni esempi di anglicismi comuni nell'istruzione italiana?

Esempi comuni includono STEM al posto di Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica, CLIL per l'insegnamento di una disciplina in lingua straniera, soft skills invece di competenze trasversali, e termini come peer tutoring, brainstorming e problem solving.

Qual è il valore dell'uso della lingua italiana nella comunicazione scolastica?

L'uso dell'italiano nella comunicazione scolastica garantisce la comprensione a tutti i cittadini, promuovendo la democrazia linguistica. La scuola, come istituzione, ha il dovere di essere inclusiva e di dare l'esempio nell'utilizzo corretto e trasparente della lingua.

Michele Monaco

Articolo creato da

Michele Monaco

Redattore Michele Monaco è imprenditore, ricercatore e docente universitario con oltre vent'anni di esperienza nell'innovazione digitale, nella formazione e nella consulenza strategica. Laureato in Scienze Politiche e Internazionali, è CEO di Adventus Consulting Jdoo (Umag, Croazia dove risiede stabilmente) e Presidente Nazionale di ENBAS, ente bilaterale attivo nella formazione professionale e nelle politiche attive per il lavoro. In qualità di Coordinatore Nazionale dei Progetti di Ricerca presso ERSAF, guida iniziative che coniugano intelligenza artificiale e formazione, tra cui FindYourGoal.it, piattaforma di orientamento scuola-lavoro basata sul modello LifeComp, Avatar4University.Org, sistema AI per la creazione di corsi universitari con avatar docente, KeepYouCare.it, piattaforma di telemedicina, telesoccorso e telerefertazione. È inoltre Delegato della Regione Calabria presso il Ministero degli Esteri per la Cooperazione Internazionale ed è membro del tavolo delle regioni, dove coordina un progetto per la creazione di un Hub Formativo in Tunisia. Docente a contratto di Diritto dell'Economia e Diritto Internazionale presso la SSML di Lamezia Terme e presso l'Università Telematica eCampus, è autore di pubblicazioni in ambito pedagogico sulle competenze caratteriali e il framework LifeComp. Ha tenuto interventi al Senato della Repubblica, alla Camera dei Deputati, in Regione Lombardia e a Buenos Aires su temi che spaziano dalla pedagogia speciale, alla telemedicina ed alla cooperazione internazionale. Innovation Manager certificato MISE, unisce visione strategica e competenza tecnologica con una vocazione per il dialogo istituzionale e la ricerca applicata.

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