Le terre aride del pianeta copriranno tra il 39,31% e il 40,28% delle superfici emerse entro il 2100, con un aumento di 2,37 milioni di chilometri quadrati, circa otto volte l'Italia. Lo stima uno studio della Chinese Academy of Forestry pubblicato su Environmental Research Letters - studio su drylands e CO2. Il dato però va letto guardando il presente italiano, non solo il futuro globale.
Lo studio: dal 38,58% al 40,28% delle terre emerse
Il gruppo guidato da Yifei Cai ha confrontato i dati climatici del periodo 1994-2023 con le proiezioni al 2071-2100 usando lo scenario ad alte emissioni SSP585. Oggi le drylands, definite dall'indice di aridità (precipitazioni su evapotraspirazione potenziale) inferiore a 0,65, occupano il 38,58% delle terre emerse esclusa l'Antartide: 14,72% semi-aride, 11,24% aride, 6,35% sub-umide secche, 6,27% iperaride. A fine secolo le aree più colpite saranno l'Australia, il Brasile orientale e parti dell'Africa settentrionale e meridionale; la Cina settentrionale e nord-occidentale andrà invece verso condizioni più umide.
L'Italia è già a metà strada: Sicilia al 42,9%
Sulle proiezioni al 2100 pesa un dato che nella cronaca internazionale scompare: l'Italia è già oltre la soglia media che lo studio proietta per la fine del secolo. Secondo i dati ISPRA sul degrado dei suoli italiani il 28% del territorio nazionale è a rischio desertificazione e il 10% è classificato ad alta vulnerabilità. La distribuzione è squilibrata verso Sud: in Sicilia il 42,9% della superficie regionale è a rischio, in Basilicata il 24,4%, in Sardegna il 19,1%. Molise e Puglia completano la lista delle regioni più esposte, con monocolture cerealicole e olivicole che accelerano l'erosione del suolo e salinizzazione dei suoli dovuta all'irrigazione intensiva delle serre.
Il confronto quantitativo è netto: Sicilia e Basilicata insieme superano già oggi la soglia del 40% che lo studio cinese proietta per il pianeta a fine secolo. E il processo non è statico. Nel 2024 le risorse idriche disponibili sul territorio nazionale sono calate del 18% rispetto alla media pluriennale, un segnale che il degrado avanza più rapidamente delle contromisure. Il bacino mediterraneo resta uno degli hotspot climatici globali e i modelli regionali del CNR-IRSA lo confermano come area prioritaria di ricerca, con temperature in crescita più veloce della media planetaria.
L'effetto CO2 che frena, in parte, la desertificazione
Il contributo più originale della ricerca cinese non è la stima del 40%, ma il correttivo. Senza tenere conto del comportamento delle piante in atmosfera ricca di CO2, i modelli producono una proiezione al 42,11% delle terre emerse: circa 2,44 milioni di km² in più rispetto allo scenario che considera l'effetto biologico. Con anidride carbonica elevata gli stomi delle foglie si chiudono parzialmente, riducendo la traspirazione e quindi l'evapotraspirazione potenziale usata per calcolare l'aridità. Gli autori parlano esplicitamente di rischio di sovrastima quando le proiezioni convenzionali trascurano l'effetto della CO2 sulla evapotraspirazione potenziale.
È un caveat metodologico che tocca da vicino qualsiasi modellistica climatica applicata al territorio italiano. I modelli usati dagli enti nazionali per stimare la vulnerabilità del suolo dovrebbero incorporare la stessa correzione, altrimenti il rischio è di sovrastimare le aree in transizione verso l'aridità e di sottostimare, allo stesso tempo, l'effetto degli altri fattori antropici come consumo di suolo, urbanizzazione e uso agricolo intensivo. Non è una minimizzazione del problema: il segno resta comunque di espansione, con l'effetto CO2 che riduce l'ampiezza ma non inverte la direzione.
Cosa cambia per ricerca e formazione
Per università ed enti di ricerca italiani il quadro impone due priorità sovrapposte: aggiornare i modelli di aridità con l'effetto fisiologico della CO2 e monitorare l'accelerazione già in atto nel bacino mediterraneo. Lo stesso pianeta che si scalda produce già in Italia, come mostra l'analisi sulle ore di caldo estremo verso il quadruplo entro il 2100, un incremento delle ore di calore che moltiplica lo stress idrico dei suoli.
Il finanziamento pubblico si muove nella stessa direzione con bandi MUR su infrastrutture di ricerca, mentre in aula filoni applicativi come lo screening con penna sensorizzata per la disgrafia dimostrano che l'anello debole non è la produzione scientifica, ma la traduzione operativa nei territori. Sulla desertificazione il tempo per compiere lo stesso passaggio, dal dato al suolo, è misurato in decenni, non in secoli.
Domande frequenti
Qual è la situazione attuale delle terre aride in Italia rispetto al resto del mondo?
Attualmente il 28% del territorio italiano è a rischio desertificazione, una percentuale già superiore alla media globale proiettata per il 2100. Alcune regioni del Sud, come la Sicilia, superano il 40% di superfici a rischio.
Quali sono le regioni italiane più esposte al rischio desertificazione?
Le regioni italiane più esposte sono la Sicilia (42,9% della superficie a rischio), Basilicata (24,4%), Sardegna (19,1%), oltre a Molise e Puglia. Queste aree sono particolarmente vulnerabili a causa di monocolture e irrigazione intensiva.
In che modo l'aumento della CO2 atmosferica influenza le proiezioni sulla desertificazione?
L'aumento della CO2 induce le piante a chiudere parzialmente gli stomi, riducendo la traspirazione e l'evapotraspirazione potenziale. Questo effetto attenua, ma non elimina, l'espansione delle terre aride prevista dai modelli climatici.
Perché è importante aggiornare i modelli climatici italiani con l'effetto della CO2?
Senza includere l'effetto fisiologico della CO2, i modelli rischiano di sovrastimare le aree in transizione verso l'aridità e di sottovalutare l'impatto dei fattori antropici. Un aggiornamento migliorerebbe l'accuratezza delle previsioni e delle strategie di mitigazione.
Quali sono le principali sfide per la ricerca e la gestione del rischio desertificazione in Italia?
Le principali sfide riguardano l'aggiornamento dei modelli di aridità, il monitoraggio dell'accelerazione del fenomeno nel bacino mediterraneo e la traduzione delle conoscenze scientifiche in interventi concreti sui territori. Il tempo per intervenire è limitato e richiede azioni tempestive.