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Le lucciole esistevano già 99 milioni di anni fa: la scoperta in ambra birmana
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Le lucciole esistevano già 99 milioni di anni fa: la scoperta in ambra birmana

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Un fossile in ambra birmana di 99 milioni di anni rivela la storia delle lucciole: bioluminescenza, evoluzione e specie italiane a rischio.

Indice: In breve | La scoperta nel Cretaceo: il fossile di Cretoluciola birmana | Come funziona la bioluminescenza delle lucciole | La stabilità evolutiva: 99 milioni di anni senza cambiamenti | Le cause del declino contemporaneo | Equivoci comuni sulle lucciole | Le specie italiane e gli habitat a rischio | Domande frequenti

In breve

  • Il fossile Cretoluciola birmana, datato a 99 milioni di anni, è il più antico esemplare noto della sottofamiglia Luciolinae dei Lampyridae.
  • Lo studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society B nel 2026 conferma che le lucciole del Cretaceo medio possedevano già un organo luminoso bipartito analogo a quello delle specie attuali.
  • In Europa le popolazioni di lucciole hanno subito contrazioni del 30-40% negli ultimi decenni, per effetto di perdita di habitat, pesticidi e inquinamento luminoso.
  • L'Italia ospita 18-19 specie di lucciole, alcune endemiche di Sardegna, Calabria e Sicilia, minacciate dalla riduzione degli ambienti umidi.

La scoperta nel Cretaceo: il fossile di Cretoluciola birmana

Nell'ambra birmana, estratta da depositi dell'area oggi corrispondente al Myanmar, i ricercatori hanno identificato un esemplare maschile di lucciola risalente al Cretaceo medio, circa 99 milioni di anni fa. Il fossile è stato chiamato Cretoluciola birmana e descritto in uno studio del 2026 coordinato da Shuailong Yuan dell'Università di Hebei (Cina), pubblicato su Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences.

L'esemplare misura 6,6 millimetri. La caratteristica anatomica più rilevante è la presenza di un organo luminoso bipartito nella zona addominale, cioè diviso in due porzioni, strutturalmente comparabile all'apparato fotogeno delle Luciolinae viventi. Per collocare il fossile nella filogenesi, gli autori hanno eseguito un'analisi comparativa su oltre 400 caratteristiche morfologiche, integrata con dati genetici ricavati da specie attuali. Il risultato ha attribuito Cretoluciola birmana alla sottofamiglia Luciolinae, il ramo della famiglia Lampyridae in cui la produzione luminosa avviene attraverso strutture addominali specializzate.

Come funziona la bioluminescenza delle lucciole

Le lucciole appartengono alla famiglia dei Lampyridae, coleotteri dal corpo morbido con oltre 2.000 specie descritte nel mondo. Sono il gruppo terrestre più diversificato tra gli organismi bioluminescenti. La luce che producono non è elettrica né termica: è generata da una reazione chimica interna che non comporta dispersione di calore apprezzabile.

Il meccanismo si basa su due molecole. La luciferina è il substrato organico che, ossidato in presenza di ossigeno e ATP, rilascia energia sotto forma di fotoni. La luciferasi è l'enzima che catalizza la reazione, con un'efficienza molto elevata: quasi tutta l'energia chimica impiegata si converte in luce. Nelle larve il segnale svolge una funzione aposematica, cioè avvisa i predatori della presenza di sostanze tossiche. Negli adulti di molte specie la luce è diventata anche un meccanismo di corteggiamento: i maschi emettono sequenze di lampi con ritmo e durata caratteristici della specie, e le femmine rispondono con impulsi complementari.

La stabilità evolutiva: 99 milioni di anni senza cambiamenti

La scoperta di Cretoluciola birmana documenta una continuità morfologica inusuale: il corpo e il sistema luminoso delle lucciole sono rimasti sostanzialmente invariati dall'epoca dei dinosauri. L'organo bipartito del fossile è comparabile a quello delle Luciolinae viventi, il che indica che il meccanismo si era già consolidato nel Cretaceo medio, quando i grandi rettili dominicavano ancora gli ecosistemi terrestri.

Quando la pressione selettiva non genera vantaggi misurabili dall'introduzione di variazioni, il piano costruttivo rimane stabile. I Lampyridae cretacei avevano già trovato nelle foreste tropicali un vantaggio comunicativo e difensivo che la selezione naturale non aveva motivo di modificare per decine di milioni di anni. Ciò che quasi cento milioni di anni di evoluzione non hanno alterato si trova oggi in condizioni più critiche per ragioni ambientali legate all'attività umana.

Le cause del declino contemporaneo

Le popolazioni di lucciole hanno registrato contrazioni significative in Europa e in Asia nel corso degli ultimi decenni. I fattori principali sono riconducibili a tre categorie:

  1. Perdita e frammentazione degli habitat: le lucciole dipendono da ambienti umidi, sponde di corsi d'acqua, boschi ripariali e incolti erbosi. L'urbanizzazione e l'agricoltura intensiva hanno ridotto e isolato questi ambienti, interrompendo le rotte di dispersione e limitando le popolazioni a isole sempre più piccole.
  2. Inquinamento luminoso: i segnali flash degli adulti funzionano come un linguaggio di accoppiamento specifico. L'illuminazione artificiale notturna riduce la capacità di riconoscere i segnali del partner, abbassa l'attività di volo e incide sui tassi di accoppiamento nelle aree peri-urbane, dove il cielo non torna mai completamente buio.
  3. Pesticidi e contaminazione delle acque: le larve trascorrono la maggior parte del ciclo vitale nel suolo umido o in ambienti acquatici, dove si nutrono di lumache e lombrichi. L'uso di pesticidi riduce la disponibilità di prede e accumula sostanze tossiche nei tessuti larvali.

Equivoci comuni sulle lucciole

Bioluminescenza e fosforescenza sono la stessa cosa. Non è così: la fosforescenza è un fenomeno fisico in cui un materiale assorbe luce e la riemette successivamente. La bioluminescenza è invece una reazione chimica attiva (luciferina più luciferasi) che non richiede esposizione previa alla luce. La lucciola produce la propria luce a partire da molecole organiche e ossigeno.

Le lucciole scompaiono solo per l'inquinamento luminoso. L'inquinamento luminoso è una causa reale e documentata, ma non è il fattore principale. La perdita di habitat umidi e l'uso di pesticidi hanno un impatto più esteso perché agiscono sulle larve, che trascorrono mesi nel suolo prima di diventare adulte. Una popolazione può declinare anche in un'area buia se le sponde erbose e le prede disponibili sono scomparse.

La presenza di lucciole indica sempre un ecosistema sano. La loro presenza è effettivamente un indicatore di qualità ambientale, ma la loro assenza non segnala automaticamente degrado grave. Alcune specie hanno areali ristretti e possono mancare in ambienti ben conservati per ragioni biogeografiche indipendenti dalla qualità dell'habitat locale.

Le specie italiane e gli habitat a rischio

L'Italia ospita una delle distribuzioni più ricche di Lampyridae in Europa, con circa 18-19 specie censite, favorite dalla varietà climatica e ambientale della penisola. Le specie più comuni, Lampyris noctiluca e Lamprohiza splendidula, sono presenti in molte aree rurali e boschive del Centro-Nord. Le situazioni più critiche riguardano le specie endemiche: Lampyris sardiniae in Sardegna, Nyctophila calabriae in Calabria e Nyctophila bonvouloirii in Sicilia dipendono da ambienti costieri e boschivi con elevata umidità, fragili rispetto alla siccità crescente e alla pressione urbanistica sulle aree costiere.

Gli habitat più favorevoli alle lucciole italiane sono le zone umide interne, le sponde degli affluenti appenninici, i margini di bosco con vegetazione bassa e i parchi rurali storici. La tutela di queste aree beneficia delle stesse misure utili alla biodiversità delle acque dolci: mantenimento delle fasce ripariali, riduzione dei pesticidi nelle zone agricole prossime ai corsi d'acqua e contenimento dell'illuminazione artificiale nelle aree rurali.

Domande frequenti

Cretoluciola birmana è il fossile di lucciola più antico mai trovato?

È il primo fossile cretacico attribuito con certezza alla sottofamiglia Luciolinae. Esistono altri reperti di Lampyridae di età simile o precedente, ma Cretoluciola birmana è al momento l'esemplare più antico delle Luciolinae descritto in letteratura, con strutture addominali ancora leggibili dopo 99 milioni di anni.

Perché l'inquinamento luminoso è particolarmente dannoso per le lucciole?

Le lucciole adulte comunicano attraverso sequenze di lampi con ritmo e durata specifici per ogni specie. L'illuminazione artificiale notturna non le danneggia fisicamente, ma riduce la capacità di riconoscere i segnali del partner. In aree ad alta densità luminosa, i maschi volano meno e le femmine rispondono meno, con un effetto diretto sulla capacità riproduttiva della popolazione nel tempo.

Come si può contribuire alla tutela delle lucciole?

Le misure più efficaci a scala individuale riguardano la gestione degli spazi esterni: ridurre l'illuminazione artificiale nelle ore notturne, soprattutto nei giardini e nelle aree rurali, evitare i pesticidi nelle zone incolte e conservare la vegetazione bassa e umida lungo fossati e corsi d'acqua. Le lucciole non richiedono azioni dedicate: la loro presenza risponde alla qualità complessiva dell'habitat. Il fossile di Cretoluciola birmana documenta un sistema biologico rimasto invariato per quasi cento milioni di anni. Quella continuità morfologica racconta un adattamento riuscito, non una fragilità: le lucciole sono arrivate fino al presente perché il loro meccanismo funzionava. Le cause del declino attuale sono ambientali, non biologiche, e questo significa che politiche adeguate di gestione del territorio possono invertire la tendenza in modo concreto.

Pubblicato il: 19 maggio 2026 alle ore 19:46

Ilaria Brozzi

Articolo creato da

Ilaria Brozzi

Giornalista Pubblicista Ilaria Brozzi è naturalista e biologa con una forte passione per la divulgazione scientifica. Laureata in Scienze Naturali e in Genetica e Biologia Molecolare, nel corso del suo percorso accademico e professionale ha approfondito lo studio dei processi biologici e degli equilibri che regolano i sistemi naturali, sia a livello macroscopico sia molecolare. Ha svolto attività di ricerca presso il CNR–IBPM (Istituto di Biologia e Patologia Molecolari) della Sapienza Università di Roma, occupandosi in particolare di biologia vegetale. Nel corso della sua esperienza professionale ha inoltre avuto modo di confrontarsi con diverse realtà lavorative che, pur non sempre direttamente collegate al suo ambito di studi, hanno contribuito ad ampliare il suo sguardo interdisciplinare e la sua capacità di analizzare fenomeni complessi da prospettive differenti. Parallelamente all’interesse per la ricerca, coltiva da sempre una forte vocazione per la divulgazione scientifica, con particolare attenzione alla trasmissione del sapere alle nuove generazioni e alla promozione di una cultura scientifica consapevole e accessibile. Su edunews24.it si occupa di scuola e università, con un focus sui temi della tecnologia, della ricerca e dell’innovazione scientifica, promuovendo una divulgazione chiara, accessibile e basata su fonti scientifiche affidabili. Tra le sue principali passioni figurano lo sport e la musica, che rappresentano per lei importanti strumenti di equilibrio, disciplina ed energia.

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