Sotto la dorsale che attraversa l'Italia da nord a sud, la parte inferiore della crosta terrestre si sta staccando lentamente da quella superficiale e sprofonda nel mantello. È il meccanismo che oggi produce quasi tutti i terremoti dell'Appennino, dai sismi distensivi di Norcia e L'Aquila a quelli compressivi dell'Emilia.
Cosa dice lo studio di Firenze e Cnr
La ricerca, pubblicata a settembre 2026 su Communications Earth & Environment con il titolo *Lower-crustal unzipping drives active orogenic deformation*, porta la firma di un gruppo guidato da Stefano Tavani (Università di Firenze e Cnr-Geo) con Sapienza, Università di Pisa e Palermo, INGV e Institute of Marine Sciences di Barcellona. La tesi centrale ribalta un modello vecchio di decenni: il motore della sismicità appenninica non è più la spinta delle placche africana ed europea, ferma da circa 2 milioni di anni, ma un processo profondo chiamato delaminazione, iniziato circa 10 milioni di anni fa.
La crosta inferiore, più densa, si stacca dalla crosta superiore lungo una cerniera che avanza da ovest verso est, dal Tirreno all'Adriatico, e sprofonda nel mantello. È lo stesso tipo di dinamica che gli oceanografi studiano dove nasce nuova crosta oceanica sul fondo degli oceani, ma qui a parti invertite: invece di crearsi materiale nuovo, ne sparisce, inghiottito verso il basso. Chi vuole capire la meccanica della crosta a rovescio, dove si genera, può leggere il caso delle dorsali oceaniche raccontato su EduNews24.
Il paradosso dei terremoti opposti risolto
Il nuovo modello cambia il modo di leggere la sismicità italiana. Amatrice, Norcia, L'Aquila, Irpinia: tutti i grandi terremoti dell'asse appenninico degli ultimi cinquant'anni sono distensivi, cioè il suolo si allunga di pochi millimetri per volta. Sul versante adriatico, invece, l'Emilia-Romagna nel 2012 e il Pesarese hanno subito sismi compressivi, con la crosta che si accorcia. Prima di questo studio i due regimi apparivano contraddittori, tanto da alimentare tesi opposte sulla dinamica profonda della penisola.
Il modello di flessione elastica costruito dal gruppo di Tavani li unifica in un unico quadro: sopra la cerniera che avanza la crosta si estende e genera terremoti distensivi, davanti alla cerniera la crosta si comprime e genera terremoti contrattivi. Norcia e Ferrara non sono due mondi separati, ma due lati dello stesso meccanismo profondo che migra verso est. È una spiegazione economica, con un solo motore invece di due, ma con implicazioni concrete sulla mappa delle aree a rischio: dove passerà la cerniera nei prossimi decenni cambierà anche il tipo di sismicità atteso lungo la catena.
Vent'anni di dati satellitari e sismici
Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno combinato tre banche dati molto diverse: il catalogo sismico nazionale, vent'anni di misure GNSS (Global Navigation Satellite System) che registrano gli spostamenti della crosta con precisione millimetrica grazie a reti di ricevitori a terra collegate ai satelliti in orbita, e osservazioni interferometriche InSAR da satellite, oltre ai rilievi geologici sul terreno. Il modello elastico che ne è uscito descrive la migrazione della cerniera di delaminazione dal Tirreno verso l'Adriatico e permette di anticipare dove si concentreranno gli sforzi crostali nel medio periodo.
La rete sismica nazionale dell'INGV, che dal terremoto di Amatrice del 24 agosto 2016 ha registrato oltre 124.000 eventi su un volume crostale di circa 6.000 chilometri cubi, è la spina dorsale del catalogo utilizzato dal gruppo. La sensoristica satellitare che permette di guardare sotto la superficie è la stessa famiglia di strumenti che oggi la ricerca planetaria usa per mappare l'interno di altri corpi del sistema solare: per esempio la sonda Juno che mappa il calore di Io a quattro gradi sotto la crosta o gli spettrometri europei di nuova generazione come Flex firmato Leonardo, che leggono deboli segnali radianti da centinaia di chilometri di distanza.
Per la valutazione della pericolosità sismica in Appennino centrale, l'idea che il motore sia un processo profondo lento e sostanzialmente prevedibile invece di uno strappo improvviso delle placche apre alla possibilità di previsioni di lungo periodo basate su dove si trova, oggi, la cerniera crostale. La ricerca italiana ha appena spostato l'ago della bilancia da quando a dove: non un'informazione utile per la protezione civile di domani, ma un cambio di orizzonte per la geologia dei prossimi decenni.
Domande frequenti
Cos'è la delaminazione della crosta appenninica e perché è importante?
La delaminazione è il processo mediante il quale la parte inferiore della crosta terrestre si stacca da quella superiore e sprofonda nel mantello. Questo fenomeno è oggi ritenuto il principale motore della sismicità appenninica, superando la vecchia teoria della spinta delle placche africana ed europea.
In che modo il nuovo modello spiega la varietà dei terremoti nell'Appennino?
Il nuovo modello mostra che i terremoti distensivi e compressivi sono due manifestazioni dello stesso fenomeno: sopra la cerniera che avanza la crosta si estende (terremoti distensivi), davanti si comprime (terremoti compressivi). Ciò unifica le cause dei diversi tipi di sismicità osservati lungo la catena appenninica.
Quali dati sono stati utilizzati per lo studio sulla delaminazione appenninica?
I ricercatori hanno utilizzato il catalogo sismico nazionale, misure GNSS raccolte in vent'anni che rilevano i movimenti della crosta, osservazioni satellitari InSAR e rilievi geologici sul terreno. Questi dati hanno permesso di costruire un modello dettagliato della dinamica crostale.
Quali implicazioni pratiche ha questo nuovo modello per la valutazione della pericolosità sismica?
Il nuovo modello permette di prevedere dove, nel medio-lungo periodo, si concentreranno gli sforzi crostali e quindi i futuri terremoti, spostando l'attenzione dal 'quando' al 'dove'. Questo può migliorare la pianificazione e la gestione del rischio sismico.
Come viene monitorata la migrazione della cerniera di delaminazione nell'Appennino?
La migrazione viene monitorata combinando dati sismici, GNSS e osservazioni satellitari InSAR, che permettono di individuare con precisione millimetrica gli spostamenti e le deformazioni della crosta terrestre lungo l'asse appenninico.