Un frammento di braccio, due pezzi di cranio, quattro denti e 1.366 manufatti in pietra. La grotta di Bianfu, in Cina, ha restituito il più ricco archivio archeologico mai attribuito ai Denisoviani. Lo studio esce su Nature con la firma senior di Marco Peresani, dell'Università di Ferrara.
La scoperta: sette resti umani in una grotta dello Yunnan
I nuovi reperti vengono dalla grotta di Bianfu, nella provincia cinese dello Yunnan, e appartengono ai Denisoviani, il gruppo umano arcaico finora noto da appena una manciata di ossa in cinque siti al mondo. I sette resti umani, riferibili ad almeno tre individui, sono stati datati tra 167mila e 134mila anni fa: quattro denti, due frammenti di parietale e un radio. Nella stessa grotta i ricercatori hanno recuperato 1.366 manufatti in pietra e oltre 60mila frammenti ossei animali, che coprono un arco molto più lungo: dai 190mila ai 70mila anni fa. Il lavoro, coordinato dall'Accademia Cinese delle Scienze e pubblicato su Nature il 9 settembre 2026, vede tra gli autori Marco Peresani come senior author, il ricercatore Davide Delpiano dell'Università di Ferrara e Francesco d'Errico dell'Università di Bordeaux.
120mila anni di occupazione, la sequenza più lunga mai attribuita a questo gruppo umano
La differenza con le scoperte precedenti non sta nel numero di ossa, ma nella profondità temporale. I manufatti litici di Bianfu coprono 120mila anni continui: è la sequenza archeologica più lunga oggi attribuita a questi ominini asiatici. Fino a ieri il quadro poggiava sui resti della grotta di Denisova in Siberia, sul cranio di Harbin, su un mandibolare recuperato al largo di Taiwan e su ossa dell'altopiano tibetano. Reperti isolati, spesso privi di stratigrafie ricche. Bianfu, invece, permette per la prima volta di seguire un'intera cultura materiale in un unico sito, così come i coralli fossili delle Galápagos hanno restituito mille anni di storia di El Niño.
Gli utensili in pietra, lavorati con schemi rapidi e poco elaborati, indicano una caccia specializzata su prede di taglia medio-grande. Gli strumenti in osso, presenti tra 145mila e 65mila anni fa, avvicinano il repertorio tecnico dei cacciatori di Bianfu a quello dei Neanderthal europei, un parallelo finora solo ipotizzato. Anche l'habitat sposta le carte in tavola: foreste di conifere in latitudine subtropicale. Significa che questi cugini di Homo sapiens hanno abitato le montagne siberiane, l'altopiano tibetano ad alta quota e le foreste umide del sud della Cina, una capacità di adattamento ecologico che li rende molto più simili a noi di quanto pochi denti isolati potessero suggerire. Tra i quattro individui identificati compare anche un bambino di circa cinque anni e mezzo.
Perché conta per la ricerca italiana e per la didattica
L'authorship senior di un ordinario di Ferrara su una rivista di questo peso è un segnale concreto. La paleoantropologia italiana continua a occupare posizioni chiave in scavi lontani migliaia di chilometri, sostenuta da finanziamenti locali: Peresani e Delpiano hanno lavorato con i fondi FAR 2023 dell'ateneo, come ricorda il comunicato dell'Università di Ferrara. È lo stesso terreno in cui i gruppi italiani firmano contributi rilevanti su temi molto distanti, dai dodici segnali biologici dell'invecchiamento alle strategie di caccia dei nostri antenati arcaici. Per docenti e studenti di scienze e storia, Bianfu è materiale didattico pronto all'uso: un caso in cui tipologia litica, paleoecologia, tafonomia e antropologia dentaria si intrecciano in un unico contesto stratigrafico. Il fatto che tra i resti compaia un bambino apre anche una finestra rara sull'infanzia in profondità di tempi, un piano di lettura affine a quello della ricerca sullo sviluppo emotivo nei primi anni di vita.
Il prossimo passo, annunciano gli autori, è recuperare il DNA dai denti e dal frammento di radio: se ci si riuscirà, questi cugini arcaici smetteranno di essere un profilo genetico astratto e diventeranno un volto misurabile.
Domande frequenti
Cosa rende la grotta di Bianfu una scoperta così importante per lo studio dei Denisoviani?
La grotta di Bianfu offre la sequenza archeologica più lunga mai attribuita ai Denisoviani, coprendo 120mila anni continui di occupazione e fornendo una ricca varietà di reperti che permettono di seguire l'evoluzione della loro cultura materiale in un unico sito.
Quali tipi di reperti sono stati trovati nella grotta di Bianfu?
Sono stati ritrovati sette resti umani (tra cui denti, frammenti di cranio e un radio), 1.366 manufatti in pietra e oltre 60mila frammenti ossei animali, oltre a strumenti in osso.
Che informazioni nuove forniscono i manufatti litici e ossei di Bianfu sui Denisoviani?
I manufatti mostrano una caccia specializzata e tecniche di lavorazione simili a quelle dei Neanderthal europei, indicando che i Denisoviani possedevano capacità tecnologiche e di adattamento ambientale più avanzate di quanto si pensasse.
Qual è il contributo della ricerca italiana in questa scoperta?
La presenza di ricercatori italiani tra gli autori principali, in particolare dell'Università di Ferrara, dimostra il ruolo di primo piano della paleoantropologia italiana nella ricerca internazionale, sostenuta anche da finanziamenti locali.
Perché la scoperta di un bambino tra i resti di Bianfu è rilevante per la ricerca?
La presenza di un bambino offre una rara opportunità di studiare l'infanzia nei gruppi umani arcaici, aprendo nuove prospettive sulla crescita e sullo sviluppo emotivo in tempi preistorici.
Quali sono i prossimi passi della ricerca sulla grotta di Bianfu?
Gli autori intendono tentare il recupero del DNA dai denti e dal frammento di radio, per ottenere dati genetici che permettano di comprendere meglio i Denisoviani dal punto di vista biologico e evolutivo.