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Dai topi di Harvard alla clinica: cosa dice davvero lo studio
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Dai topi di Harvard alla clinica: cosa dice davvero lo studio

Un enzima chiamato Pla2g2f protegge la memoria nei topi anziani e si trova anche negli umani resilienti all'Alzheimer. In Italia 1,2 milioni con demenza.

La molecola si chiama Pla2g2f e nei topi anziani di Harvard ha mantenuto la memoria più a lungo del previsto durante l'invecchiamento. Il dato che cambia la lettura dello studio arriva però dall'altra metà del laboratorio: la stessa proteina è stata misurata ad alti livelli anche in anziani umani che convivevano con la patologia Alzheimer nel cervello, senza perdere lucidità.

Un enzima nascosto nell'ippocampo

Lo studio pubblicato il 15 ottobre 2026 su Nature Neuroscience è firmato da Cinzia Vicidomini e Amar Sahay (Mass General Brigham, Harvard Stem Cell Institute e Broad Institute MIT-Harvard). Il gruppo ha isolato un gene finora senza funzione nota nel cervello: produce una fosfolipasi secreta che aumenta nell'ippocampo con l'età e durante l'infiammazione neurale.

Quando i ricercatori riducono Pla2g2f nei granuli del giro dentato dei topi, l'invecchiamento cerebrale accelera: sinapsi perse, microglia infiammatoria, lipidi fuori controllo, memoria compromessa. Il percorso opposto funziona allo stesso modo: aumentare l'enzima nei topi di mezza età, prima del declino, modifica la traiettoria della perdita di memoria. La fosfolipasi riduce anche gli accumuli di goccioline lipidiche e colesterolo estere nella microglia umana, due marcatori tipici dei cervelli con Alzheimer. Il metodo e i dati completi sono disponibili nella versione open access del paper su PubMed Central.

L'indizio umano: resilienza cognitiva misurabile

Il passaggio più interessante del paper riguarda i cervelli umani. Nei campioni analizzati, Pla2g2f risultava elevata negli anziani che, pur mostrando segni patologici di Alzheimer, restavano cognitivamente intatti. È quella che la letteratura chiama resilienza cognitiva: una forma di protezione naturale che permette a parte della popolazione over 80 di convivere con placche e grovigli senza sintomi clinici. Lo studio Harvard offre per la prima volta un nome molecolare a questa barriera, e un bersaglio potenziale per potenziarla con farmaci.

In Italia, secondo i dati dell'Istituto Superiore di Sanità sulle demenze, convivono circa 1,2 milioni di persone con demenza e circa 600 mila con una diagnosi di Alzheimer. L'ISS stima inoltre 900 mila persone con declino cognitivo lieve (MCI), lo stadio in cui una terapia protettiva avrebbe più senso. Il costo sociale annuo supera i 23 miliardi di euro, e il 63% ricade sulle famiglie: ogni mese guadagnato alla malattia incide direttamente sui bilanci familiari, non solo sul Servizio sanitario. L'età biologica del cervello comincia del resto a lasciare tracce misurabili ben prima della diagnosi, come mostra la ricerca sui marcatori vocali della demenza stimati dall'intelligenza artificiale.

Dai topi alle persone: cosa manca ancora

Tra l'esperimento sui topi e un farmaco per i pazienti c'è di solito un decennio di passaggi: dosaggi, sicurezza, trial clinici di fase I, II, III. Nel caso di Pla2g2f il percorso parte con un vantaggio: i ricercatori hanno già dimostrato l'effetto su microglia umana isolata in laboratorio. Lo svantaggio è altrettanto chiaro: aumentare una fosfolipasi secreta in modo generalizzato può toccare lipidi di membrana in tessuti al di fuori del cervello, con effetti collaterali da misurare. Il gruppo di Vicidomini e Sahay ha dichiarato di stare esplorando attivamente le strade per aumentare in sicurezza i livelli dell'enzima nell'invecchiamento e nell'Alzheimer.

La strumentazione per studiare queste molecole nel dettaglio sta a sua volta accelerando: dalla fotografia a 3 femtosecondi dei movimenti molecolari ottenuta al centro attosecondo di Milano alla prima lettura elettrica della chiralità molecola per molecola realizzata a Osaka, la biologia molecolare dispone oggi di strumenti impensabili dieci anni fa. Fino al primo trial, le leve note per allungare la finestra di resilienza cognitiva restano quelle di sempre: attività fisica regolare, controllo di pressione e diabete, stimolazione cognitiva, qualità del sonno. Per chi assiste un familiare colpito, il valore della ricerca è un altro: un'ipotesi biologica concreta su perché alcuni cervelli reggano meglio di altri, dopo decenni in cui la risposta era "non lo sappiamo".

Domande frequenti

Che cos'è la molecola Pla2g2f e quale ruolo ha nel cervello?

Pla2g2f è una fosfolipasi secreta individuata nell'ippocampo, che aumenta con l'età e durante l'infiammazione neurale. Nei topi anziani, l'aumento di questa molecola ha contribuito a mantenere la memoria più a lungo durante l'invecchiamento.

Qual è la rilevanza di Pla2g2f negli anziani umani con Alzheimer?

Lo studio ha trovato livelli elevati di Pla2g2f anche in anziani umani con patologia Alzheimer nel cervello, ma cognitivamente intatti. Questo suggerisce un possibile ruolo della molecola nella resilienza cognitiva, ovvero la capacità di alcuni individui di mantenere la lucidità nonostante i segni patologici della malattia.

A che punto sono le ricerche per trasformare Pla2g2f in una terapia per l'Alzheimer?

Sebbene gli effetti positivi di Pla2g2f siano stati dimostrati sui topi e su microglia umana isolata, per arrivare a un farmaco serviranno ancora anni di studi su dosaggi, sicurezza e trial clinici. I ricercatori stanno esplorando come aumentare i livelli dell'enzima in sicurezza nell'invecchiamento e nell'Alzheimer.

Quali sono i possibili rischi nell'aumentare Pla2g2f come strategia terapeutica?

Aumentare una fosfolipasi secreta come Pla2g2f in modo generalizzato potrebbe influire sui lipidi delle membrane di altri tessuti, non solo del cervello, comportando potenziali effetti collaterali. Per questo è fondamentale valutare sicurezza e specificità prima di passare alla sperimentazione clinica.

Cosa si può fare oggi per sostenere la resilienza cognitiva negli anziani?

In attesa di nuove terapie, le strategie più efficaci rimangono attività fisica regolare, controllo di pressione e diabete, stimolazione cognitiva e una buona qualità del sonno. Queste misure aiutano a prolungare la finestra di resilienza cognitiva e possono ritardare l'insorgenza dei sintomi.

Pubblicato il: 16 ottobre 2026 alle ore 14:53

Sara Giorgione

Articolo creato da

Sara Giorgione

Sara Giorgione è laureanda in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi di Foggia. Ha maturato esperienza nel settore editoriale, occupandosi di attività legate alla redazione e alla valorizzazione dei contenuti, e svolge attività di moderatrice in eventi letterari, curando il dialogo con autori e pubblico e la conduzione di incontri culturali. Grazie al proprio percorso formativo e professionale ha sviluppato solide competenze nella comunicazione, nella scrittura e nell'organizzazione di iniziative culturali. Su Edunews24 si occupa della cura di contenuti e approfondimenti dedicati al mondo della cultura, dell'attualità e della formazione. È ideatrice e curatrice della rassegna letteraria “Storie da Tè”, progetto nato con l'obiettivo di promuovere la lettura e favorire il confronto tra autori, opere e pubblico attraverso incontri e dialoghi dedicati alla letteratura contemporanea.

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