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Previdenza complementare 2026: i fondi chiusi battono gli aperti sui costi
Lavoro

Previdenza complementare 2026: i fondi chiusi battono gli aperti sui costi

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La relazione COVIP 2026 conferma il vantaggio dei fondi negoziali: 0,89 punti di ISC in meno valgono circa 40mila euro su 35 anni di versamenti.

Sui dieci anni di osservazione i fondi pensione chiusi costano lo 0,47% l'anno, gli aperti l'1,36%. La differenza, certificata dalla relazione COVIP per l'anno 2025 presentata il 10 giugno 2026, vale decine di migliaia di euro sul montante finale per chi versa una vita intera.

Il dato COVIP 2026: 0,47% contro 1,36%

La Relazione COVIP per l'anno 2025 fissa l'Indicatore sintetico dei costi (ISC) su un orizzonte decennale a 0,47% per i fondi negoziali, 1,36% per i fondi aperti e 2,17% per i Piani individuali pensionistici. Lo spread fra negoziali e aperti, 0,89 punti percentuali, è il dato che spiega perché sui vent'anni i comparti chiusi hanno reso più degli aperti nonostante una quota azionaria mediamente inferiore.

L'esposizione azionaria delle linee a maggiore contenuto equity è infatti del 60,2% per i negoziali contro il 78,7% per gli aperti e il 93,1% per i PIP. Sui dieci anni il quadro si rovescia quando l'azionario corre: nel 2025 le linee azionarie dei fondi aperti hanno reso il 9,6% contro il 7,7% dei negoziali, perché il maggiore rischio recupera in parte il gap di costo. Su archi temporali più lunghi la matematica dei costi torna a prevalere.

Lo spread costi tradotto in euro su 35 anni

Tradurre lo 0,89% in euro reali aiuta a capire perché la scelta del comparto non è marginale. Con il versamento medio rilevato dalla COVIP a fine 2025, pari a 2.990 euro l'anno per aderente versante, e un rendimento lordo del 5% medio annuo composto coerente con la performance decennale delle linee azionarie certificata dall'autorità, un lavoratore che accumula per 35 anni in un fondo negoziale arriva a un montante di circa 246 mila euro. Lo stesso versamento in un fondo aperto si ferma a circa 203 mila euro.

La differenza, oltre 40 mila euro, è interamente nei costi di gestione. Su un PIP a 2,17% lo stesso piano vale circa 176 mila euro: rispetto al negoziale il gap supera i 70 mila euro, l'equivalente di quasi due anni e mezzo di pensione integrativa al netto della fiscalità. Il calcolo è una stima sull'orizzonte di una vita lavorativa completa, ma rende l'ordine di grandezza che lo zero virgola annuo finisce per produrre.

I numeri spiegano anche il paradosso geografico del sistema: al Sud risiede meno di un iscritto su cinque alla previdenza complementare, contro il 57,3% concentrato al Nord, e in quelle regioni i lavoratori entrano in massa nei PIP venduti da banche e reti commerciali, non nei fondi di categoria. Chi parte con stipendi più bassi paga in proporzione costi più alti e arriva alla pensione con un capitale ridotto a parità di sforzo contributivo.

Chi sceglie cosa, e cosa cambia nel 2026

I fondi negoziali contano oggi 4,4 milioni di iscritti, gli aperti 2,2 milioni, i PIP 3,8 milioni. Chi può accedere a un fondo chiuso tramite contratto collettivo (metalmeccanici al Cometa, edili a Prevedi, scuola a Espero, dipendenti pubblici al Perseo Sirio) e sceglie comunque un prodotto individuale rinuncia a una rendita reale rilevante, oltre al contributo del datore di lavoro che il negoziale di categoria garantisce e i PIP no.

La fotografia COVIP va letta insieme alla proposta di Giorgetti di revisione della previdenza complementare, che spinge sul silenzio-assenso per portare il TFR nei fondi. Nel 2025 i nuovi aderenti sono stati 757 mila, il numero più alto da dieci anni: oltre la metà ha meno di 35 anni. Per loro lo spread di costi su un orizzonte trentennale pesa il doppio rispetto a chi entra a 50 anni, perché la capitalizzazione composta amplifica la differenza ogni mese di versamento.

Il tema si intreccia con il quadro più ampio della riforma: nel DEF che ha rifiutato Quota 41 e nelle incertezze sul blocco dei requisiti di accesso il secondo pilastro diventa l'unica leva ancora controllabile dal singolo lavoratore. Prima di firmare la scheda di adesione il primo numero da chiedere al consulente non è il rendimento dell'ultimo anno ma l'ISC a 35 anni: lo pubblica la stessa COVIP per ogni comparto di ogni fondo.

Domande frequenti

Qual è la differenza principale tra fondi pensione chiusi e fondi aperti in termini di costi?

Secondo la relazione COVIP 2026, i fondi pensione chiusi hanno un costo annuo dello 0,47%, mentre i fondi aperti dell'1,36%. Questa differenza incide significativamente sul montante finale accumulato in una vita lavorativa.

Come si traduce in euro la differenza di costi tra fondi chiusi, aperti e PIP su un periodo di 35 anni?

Con un versamento medio annuo di 2.990 euro e un rendimento del 5%, dopo 35 anni in un fondo chiuso si ottengono circa 246 mila euro, in un fondo aperto 203 mila euro e in un PIP 176 mila euro. La differenza, dovuta ai costi di gestione, può superare i 70 mila euro tra fondo chiuso e PIP.

Perché i fondi negoziali rendono di più dei fondi aperti sul lungo periodo nonostante una minore quota azionaria?

Sul lungo periodo la matematica dei costi prevale: i fondi chiusi, pur avendo una quota azionaria inferiore, beneficiano di costi di gestione molto più bassi che, grazie alla capitalizzazione composta, permettono di ottenere rendimenti finali superiori.

Quali sono le principali differenze di accesso e vantaggi tra fondi negoziali e PIP?

I fondi negoziali sono riservati a determinate categorie tramite contratto collettivo e garantiscono anche il contributo del datore di lavoro, mentre i PIP sono prodotti individuali senza questa integrazione. Scegliere un PIP comporta generalmente costi più alti e un capitale finale inferiore a parità di contributi versati.

Come influisce la differenza di costi sulla scelta della previdenza complementare per i giovani?

Per i giovani la differenza di costi è ancora più rilevante, poiché l'effetto della capitalizzazione composta amplifica lo spread di costi su orizzonti trentennali o superiori. Scegliere prodotti con costi più bassi consente di ottenere rendite significativamente maggiori a fine carriera.

Come si distribuiscono geograficamente gli iscritti alla previdenza complementare in Italia?

La maggior parte degli iscritti, il 57,3%, si trova al Nord, mentre meno di uno su cinque risiede al Sud. Nel Mezzogiorno è più frequente l’adesione a PIP tramite banche e reti commerciali, che comportano costi proporzionalmente più elevati per chi ha stipendi più bassi.

Pubblicato il: 28 giugno 2026 alle ore 12:23

Savino Grimaldi

Articolo creato da

Savino Grimaldi

Giornalista Pubblicista Savino Grimaldi è un giornalista laureando in Economia e Commercio, con una solida esperienza maturata nel settore della formazione. Da anni lavora con competenza nell’ambito della formazione professionale, distinguendosi per una conoscenza approfondita delle politiche attive del lavoro e delle dinamiche che legano istruzione, occupazione e sviluppo delle competenze. Alla preparazione economica e professionale affianca una grande passione per la lettura e per il giornalismo, che ne arricchiscono il profilo umano e culturale. Spazia con disinvoltura tra diverse tematiche, offrendo sempre il proprio punto di vista con equilibrio, sensibilità e spirito critico.

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