Le immagini del video virale che documentano l’aggressione subita da un professore di Parma da parte di un gruppo di studenti lasciano un profondo senso di sconcerto. Ma a colpire ancor più duramente, nelle ore successive al fatto, sono state le dichiarazioni rilasciate dallo stesso docente: «Non li denuncio per principio, il mio è un intervento educativo». È proprio in questa motivazione, mossa certamente da intenzioni umanamente nobili ma giuridicamente e socialmente fallaci, che si annida l’errore più grave. Un errore prospettico che confonde il piano della pedagogia privata con quello del patto sociale.
Di fronte alla violenza – sia essa fisica, come nel caso delle cinghiate filmate, o puramente verbale e psicologica – non esiste uno spazio di trattativa in cui l'individuo possa arbitrariamente decidere se «educare» aggirando la legge. Quando un cittadino, per di più investito della funzione di pubblico ufficiale all'interno di un'istituzione scolastica, subisce un'aggressione, il reato commesso travalica la sfera del rapporto interpersonale tra docente e discente. Entra in gioco una lesione che colpisce la collettività intera e le sue regole di convivenza.
Il fulcro della questione non risiede nello stabilire se una querela sia terapeutica o meno per il recupero di un minore alla deriva. Il punto cardine è che la violenza va sempre, sistematicamente, denunciata e condannata. Farlo non significa abdicare alla missione educativa, tutt'altro: significa riaffermare il principio cardine su cui si regge qualsiasi ordinamento civile e democratico. Come teorizzato dalla scienza della politica, dalla sociologia e dalla filosofia del diritto moderna, lo Stato nasce nel momento esatto in cui i cittadini rinunciano alla giustizia privata per affidare il monopolio legittimo della forza e della sanzione alle istituzioni e alla magistratura.
Quando un insegnante sceglie la via del perdono extra-giudiziale per «non rovinare i ragazzi», compie un gesto paradossalmente diseducativo. Trasmette alle giovani generazioni l'idea distorta che la violenza possa essere derubricata a una «questione privata» da risolvere all'interno delle mura scolastiche, e che l'impunità sia una variabile negoziabile a seconda della benevolenza della vittima. Bene, quindi, hanno fatto gli agenti delle Forze dell’Ordine a “implorare affinché denunciassi”, come riferito dallo stesso docente. L’applicazione della legge non è un atto di vendetta cruenta, ma l'affermazione di un limite invalicabile. Mostrare ai ragazzi che lo Stato risponde con la forza del diritto a un atto di sopraffazione fisica è, in assoluto, la più alta e necessaria lezione di educazione civica che si possa impartire.
Rinunciare alla denuncia in nome di un malinteso senso di protezione significa indebolire la struttura stessa dello Stato, delle sue Istituzioni, e di conseguenza della scuola,, trasformando la democrazia in uno spazio di vulnerabilità in cui il più forte o il più violento può sperare nella clemenza ideologica della sua vittima. Se persino chi rappresenta la Repubblica dietro una cattedra rinuncia a invocare il monopolio della forza legale, si abdica al dovere di tutelare non solo se stessi, ma l'intera comunità scolastica. La giustizia e la legalità non sono nemiche dell'educazione; ne sono, al contrario, il presupposto fondamentale e la cornice indispensabile per formare i cittadini di domani.
Domande frequenti
Perché la rinuncia alla denuncia da parte del docente di Parma viene considerata un errore?
La rinuncia alla denuncia viene considerata un errore perché confonde il piano educativo personale con il rispetto delle regole della collettività. La violenza va sempre denunciata affinché sia riaffermato il principio di legalità su cui si basa uno Stato civile.
Quali sono le conseguenze sociali e giuridiche della mancata denuncia di un'aggressione in ambito scolastico?
La mancata denuncia trasmette agli studenti l'idea che la violenza possa essere trattata come una questione privata e che l'impunità sia accettabile. Questo indebolisce la struttura delle istituzioni scolastiche e dello Stato, minando il principio di legalità.
Denunciare un’aggressione significa rinunciare alla missione educativa del docente?
No, denunciare l’aggressione non significa rinunciare alla missione educativa, ma anzi rafforza l’educazione civica mostrando agli studenti che lo Stato tutela i diritti attraverso il rispetto della legge. È un modo per insegnare il valore della legalità e della responsabilità.
Perché la legge deve prevalere su soluzioni private o di perdono all’interno della scuola?
La legge deve prevalere perché la scuola è parte di una comunità e chi vi lavora rappresenta le istituzioni. Solo affidando la gestione della violenza alle autorità si garantisce la sicurezza di tutti e si trasmette il messaggio che certi comportamenti sono inaccettabili.
Qual è il ruolo delle Forze dell’Ordine in casi di aggressioni a scuola?
Le Forze dell’Ordine hanno il compito di tutelare la legalità e incoraggiare le vittime a denunciare, come hanno fatto nel caso del docente di Parma. Intervenire legalmente non è vendetta, ma una necessità per affermare i limiti imposti dalla società civile.