Un cielo rosso acceso sopra il massiccio delle Tofane, catturato dall'astrofotografa Alessandra Masi a Cortina d'Ampezzo tra le 19:15 e le 20:30 del 10 ottobre. Le testate parlano di aurora boreale, ma l'INAF frena: potrebbe trattarsi di un fenomeno diverso.
Un chiarore rosso-magenta sopra le Alpi
La sera del 10 ottobre il campo magnetico terrestre ha incassato una perturbazione intensa. Alle 19:58 italiane lo Space Weather Prediction Center della NOAA ha certificato il livello G3, forte, sulla scala che va da G1 a G5. L'indice Hp30, calcolato dal centro tedesco GFZ su finestre di mezz'ora, ha toccato 7,667 tra le 19:30 e le 20:00, scendendo poi a 7,333 nelle due mezz'ore successive.
A innescare la tempesta sono state due espulsioni di massa coronale partite dal Sole il 7 e l'8 ottobre. Attese inizialmente per l'11, sono arrivate con un giorno di anticipo: lo shock interplanetario è stato rilevato alle 16:34 italiane del 10 ottobre, poche ore prima del picco geomagnetico. In quelle stesse ore, le immagini delle webcam di Cervinia, Plateau Rosà e Santa Caterina Valfurva mostravano un chiarore rossastro sopra l'orizzonte nord, mentre la foto dal Passo Giau diventava virale.
Aurora o SAR? Perché l'INAF sospende il verdetto
Qui il bollettino di Sorvegliati Spaziali dell'INAF del 10 ottobre prende le distanze dal racconto trionfale. L'Istituto Nazionale di Astrofisica scrive, letteralmente, che il solo colore di una fotografia non permette di distinguere un'aurora da un SAR, acronimo di Stable Auroral Red arc, arco aurorale rosso stabile. È un fenomeno differente, legato alle stesse tempeste geomagnetiche ma generato da un meccanismo distinto: durante la perturbazione, le particelle della corrente ad anello attorno alla Terra trasferiscono energia agli elettroni del plasma, che riscaldano la ionosfera ed eccitano gli atomi di ossigeno, i quali emettono la caratteristica luce rossa.
Le differenze visibili ci sono, ma non bastano. Le aurore mostrano strutture a raggi e drappeggi che si muovono rapidamente, i SAR tendono ad apparire come archi rossi uniformi e persistenti. Per un'identificazione certa servono misure dello spettro della luce emessa e dei flussi energetici delle particelle coinvolte. Finché quelle misure non vengono pubblicate, scrivere "aurora" sotto una foto rossa rimane una scommessa, non una conferma scientifica. Un dettaglio che riguarda da vicino chi insegna astronomia o scienze della Terra, e che Alessandra Masi, come altre ricercatrici e professioniste STEM italiane, documenta per prima dal campo.
Un ciclo solare già oltre il picco
La tempesta del 10 ottobre non è un segnale di crescita, è una coda. Il ciclo solare 25 ha superato il massimo tra la fine del 2024 e l'inizio del 2025, e il Sole si avvia ora verso il minimo atteso intorno al 2030. Gli eventi G3 e superiori continueranno a presentarsi, ma la finestra statistica per vedere cieli rossi sulle Alpi italiane si restringe anno dopo anno. Il bollettino ufficiale del picco G3 di NOAA inquadra l'episodio come un impulso intenso ma transitorio del campo magnetico interplanetario.
Sul piano pratico, un G3 produce correnti indotte nelle reti elettriche a latitudini medie, può degradare la precisione del GPS e disturbare le radiocomunicazioni ad alta frequenza. Non è il G4 "severo" che si vocifera sui social: ANSA e Focus parlano correttamente di G3, altre fonti hanno gonfiato il dato. Per chi insegna, è un'occasione didattica concreta per spiegare che la differenza tra G3 e G4 non è un dettaglio tecnico, ma cambia la fisica dell'evento, le latitudini di visibilità e persino il tipo di fenomeno luminoso che compare in cielo. La stessa cultura della precisione che Modena ha riconosciuto intitolando il conservatorio a Pavarotti vale per la divulgazione scientifica: sotto una foto rossa, le parole giuste contano. E vale anche per chi, come le giovani donne che tornano al vino in Irpinia, documenta territori e fenomeni dal basso con competenza misurata.
La prossima occasione utile per vedere cieli colorati alle nostre latitudini dipende dall'arrivo di una nuova espulsione di massa coronale ben orientata verso la Terra. Finché non arriva, chi guarda l'orizzonte nord dalle Alpi italiane può provare: un'esposizione fotografica di qualche secondo basta a registrare chiarori che l'occhio nudo non vede.
Domande frequenti
Il cielo rosso osservato sulle Dolomiti era davvero un'aurora boreale?
Secondo l'INAF, non è possibile confermare con certezza che si trattasse di un'aurora boreale solo basandosi sul colore delle fotografie; potrebbe invece essere un fenomeno chiamato Stable Auroral Red arc (SAR). Occorrono misurazioni specifiche della luce e delle particelle per una classificazione definitiva.
Qual è la differenza tra un'aurora boreale e un SAR?
Le aurore boreali mostrano strutture a raggi e drappeggi in rapido movimento, mentre i SAR appaiono come archi rossi uniformi e persistenti. I SAR sono generati da un diverso meccanismo fisico, anche se entrambi sono legati alle tempeste geomagnetiche.
Cosa ha causato il fenomeno luminoso sopra le Alpi il 10 ottobre?
Il fenomeno è stato causato da due espulsioni di massa coronale dal Sole, che hanno provocato una tempesta geomagnetica di livello G3. Lo shock interplanetario associato è stato rilevato poche ore prima dell'apparizione del chiarore rosso.
Quali sono gli effetti pratici di una tempesta geomagnetica di livello G3?
Un evento G3 può produrre correnti indotte nelle reti elettriche, degradare la precisione del GPS e disturbare le radiocomunicazioni ad alta frequenza. Tuttavia, non è severo come un evento G4, come talvolta riportato erroneamente da alcune fonti.
Quando sarà possibile rivedere cieli rossi sulle Alpi italiane?
La possibilità di osservare cieli rossi dipende dall'arrivo di nuove espulsioni di massa coronale dirette verso la Terra. Tuttavia, il ciclo solare sta entrando nella fase discendente, quindi tali fenomeni diventeranno sempre più rari nei prossimi anni.
Come si può distinguere scientificamente tra aurora e SAR?
Per distinguere tra i due fenomeni è necessario analizzare lo spettro della luce emessa e i flussi energetici delle particelle coinvolte. Solo queste misurazioni permettono una classificazione certa del fenomeno osservato.