- L'affondo dei Lincei sulla riforma del reclutamento
- Sorteggio dei commissari: perché non funziona
- Dieci pubblicazioni e basta: la proposta per semplificare le valutazioni
- Via l'obbligo di attività didattico-scientifiche ambigue
- Cosa succede adesso
- Domande frequenti
L'affondo dei Lincei sulla riforma del reclutamento
Non capita tutti i giorni che la più antica accademia scientifica del mondo prenda posizione in modo così netto su una questione di politica universitaria. Eppure è esattamente quello che è successo: l'Accademia Nazionale dei Lincei ha chiesto modifiche sostanziali alla riforma delle assunzioni nelle università promossa dal ministro Anna Maria Bernini. Un intervento che pesa, e non solo per il prestigio dell'istituzione fondata nel 1603.
A guidare la critica è il presidente Roberto Antonelli, che non ha usato giri di parole: il meccanismo del sorteggio per la selezione dei commissari nei concorsi accademici è, a suo giudizio, «un sistema fallito». Una bocciatura secca, che arriva in un momento cruciale per il futuro del reclutamento dei docenti universitari in Italia.
Stando a quanto emerge dalla presa di posizione dei Lincei, non si tratta di un rifiuto ideologico della riforma nel suo complesso. Le obiezioni sono puntuali, circostanziate, e riguardano snodi precisi del meccanismo concorsuale che — secondo l'Accademia — rischiano di compromettere la qualità della selezione anziché migliorarla.
Sorteggio dei commissari: perché non funziona
Il nodo più critico riguarda il sorteggio dei commissari nei concorsi universitari. L'idea, sulla carta, aveva una sua logica: ridurre il peso delle dinamiche relazionali e delle cordate accademiche che da decenni condizionano le selezioni negli atenei italiani. Affidare al caso la composizione delle commissioni avrebbe dovuto garantire maggiore imparzialità.
I fatti, però, raccontano un'altra storia. Il sistema del sorteggio — come sottolineato dal presidente Antonelli — ha finito per produrre commissioni spesso inadeguate, composte da docenti con competenze lontane dal settore disciplinare del concorso. Il risultato? Valutazioni approssimative, candidati giudicati da chi non ha gli strumenti per apprezzarne davvero il lavoro scientifico.
È un problema che chiunque frequenti il mondo accademico italiano conosce bene. Il sorteggio dei commissari nei concorsi universitari non ha eliminato le distorsioni che intendeva correggere, e ne ha introdotte di nuove. Un paradosso che i Lincei chiedono ora di affrontare con una revisione seria del meccanismo.
Non è la prima volta, del resto, che il sistema concorsuale italiano finisce sotto i riflettori per le sue disfunzioni strutturali. La questione dei concorsi accademici in Italia si trascina da anni tra tentativi di riforma mai del tutto riusciti e resistenze corporative difficili da scalfire.
Dieci pubblicazioni e basta: la proposta per semplificare le valutazioni
Tra le proposte avanzate dall'Accademia spicca quella di limitare a 10 le pubblicazioni scientifiche che ciascun candidato può presentare in sede concorsuale. Un tetto netto, pensato per spostare l'attenzione dalla quantità alla qualità della produzione scientifica.
Oggi, nei concorsi per il reclutamento di docenti universitari, i candidati tendono a presentare elenchi sterminati di pubblicazioni — talvolta decine e decine di titoli — nella speranza che il volume complessivo impressioni la commissione. Il meccanismo, però, si ritorce contro la serietà della valutazione: nessun commissario può realisticamente esaminare in profondità trenta, quaranta o cinquanta lavori per ciascun candidato.
Limitare il numero a dieci costringerebbe i candidati a operare una selezione, a presentare il meglio della propria ricerca. E metterebbe i commissari nella condizione di leggere davvero ciò che devono giudicare. Una misura di buon senso, che tuttavia potrebbe incontrare resistenze da parte di chi ha costruito la propria carriera accademica sulla logica del publish or perish — pubblica o muori — che domina da tempo il mondo della ricerca.
La questione delle pubblicazioni scientifiche dei candidati si intreccia inevitabilmente con il dibattito più ampio sulla bibliometria e sugli indicatori quantitativi usati per valutare i ricercatori. I Lincei, con questa proposta, sembrano voler riportare al centro il giudizio qualitativo, la lettura effettiva dei lavori, contro la tirannia dei numeri.
Via l'obbligo di attività didattico-scientifiche ambigue
L'altro punto su cui l'Accademia chiede un intervento riguarda l'obbligo di attività didattico-scientifiche previsto dalla riforma. Secondo i Lincei, la formulazione attuale è troppo vaga e si presta a interpretazioni discrezionali che nulla hanno a che fare con il merito.
In concreto, il rischio è che requisiti formulati in modo ambiguo diventino strumenti per includere o escludere candidati sulla base di criteri poco trasparenti. Un'attività didattica può essere intesa in modi molto diversi a seconda del contesto disciplinare: ciò che vale per un fisico sperimentale non vale necessariamente per un filologo classico. Senza definizioni precise, la norma finisce per creare più problemi di quanti ne risolva.
L'Accademia suggerisce di eliminare questo obbligo nella sua forma attuale, o quantomeno di riformularlo con criteri chiari e verificabili. Una richiesta che tocca un nervo scoperto del sistema universitario italiano: la tendenza a moltiplicare i requisiti formali senza curarsi della loro effettiva applicabilità.
Cosa succede adesso
La palla passa ora al Ministero dell'Università e della Ricerca. Il ministro Bernini, che ha avviato personalmente l'iter della riforma del reclutamento universitario, dovrà decidere se e come recepire le osservazioni dei Lincei. Ignorarle non sarà facile: il peso istituzionale e scientifico dell'Accademia è tale da rendere qualsiasi chiusura aprioristica politicamente costosa.
D'altra parte, la riforma nasce dall'esigenza — condivisa da gran parte del mondo accademico — di superare un sistema di concorsi universitari che da troppo tempo non riesce a selezionare i migliori. I problemi sono noti: localismo, scarsa trasparenza, tempi biblici, commissioni non sempre all'altezza. Il tentativo di Bernini va nella direzione giusta, ma — stando ai Lincei — con strumenti che necessitano di una messa a punto significativa.
La questione resta aperta. E il 2026 si conferma un anno decisivo per il futuro dell'università italiana: dalle regole con cui si scelgono i docenti dipende, in ultima analisi, la qualità della ricerca e della formazione che il Paese è in grado di offrire. Non è un dettaglio tecnico riservato agli addetti ai lavori. È una questione che riguarda tutti.