- La domanda che nessuno osa più fare
- Un concorso che cresce e cambia volto
- Istituti tecnici e giovani detenuti: la filosofia esce dai licei
- Saggi, monologhi, video: le forme del pensiero
- Una lezione di metodo per tutta la scuola
- Domande frequenti
La domanda che nessuno osa più fare
C'è qualcosa di disarmante in una domanda di tre parole. "Ed io che sono?": il tema scelto da Marco Ferrari per l'edizione 2026 delle Romanae Disputationes è di quelli che tolgono il fiato, non perché siano astratti, ma perché sono fin troppo concreti. Chi la pone davvero, quella domanda, si espone. E a Bologna, nei giorni che hanno chiuso il concorso, centinaia di ragazzi lo hanno fatto.
Le Romanae Disputationes sono ormai un appuntamento consolidato nel panorama dei concorsi scolastici nazionali dedicati alla filosofia per le scuole superiori. Ma quest'anno qualcosa è cambiato nel tono, nell'ampiezza della partecipazione, nella qualità di ciò che studenti e docenti hanno portato sul tavolo. Non si è trattato di un esercizio accademico. È stata, stando a quanto emerge dai lavori presentati, un'esperienza che ha toccato corde profonde.
Un concorso che cresce e cambia volto
Studenti e insegnanti sono arrivati da tutta Italia. Il percorso, come nelle edizioni precedenti, non si è limitato alla prova finale: durante l'anno scolastico i partecipanti hanno seguito lezioni tenute da affermati studiosi, un ciclo di incontri pensato per offrire strumenti, non risposte preconfezionate. Il metodo delle Romanae Disputationes è sempre stato questo: accompagnare, non indottrinare. Fornire categorie, non slogan.
La domanda sull'identità — "Ed io che sono?" — non è stata un pretesto per dissertazioni astratte sull'essere. Ferrari l'ha posta come una sfida esistenziale, radicata nell'esperienza quotidiana di chi ha sedici, diciassette, diciotto anni. Un'età in cui quella domanda brucia, anche quando non la si formula esplicitamente. E il fatto che un concorso di filosofia riesca a intercettare quel bruciore dice qualcosa sulla vitalità di un certo modo di fare didattica della filosofia a scuola, capace di tenere alta la motivazione anche quando l'anno scolastico è nella sua fase più stanca.
Istituti tecnici e giovani detenuti: la filosofia esce dai licei
La novità più significativa dell'edizione 2026 è di natura sociale, prima ancora che didattica. Per la prima volta hanno partecipato alle Romanae Disputationes anche istituti tecnici e un gruppo di giovani detenuti.
È un dato che merita di essere sottolineato con forza. La filosofia, nel sistema scolastico italiano, resta formalmente confinata ai licei. Gli istituti tecnici e professionali non la prevedono nei loro curricoli — una scelta che da anni suscita dibattito tra pedagogisti e addetti ai lavori. Eppure la domanda "Ed io che sono?" non conosce indirizzi di studio. Non chiede il voto in pagella.
L'ingresso dei giovani detenuti nel concorso è forse il fatto più eloquente. Ragazzi per i quali la questione dell'identità non è un tema da svolgere, ma una ferita aperta. La filosofia, quando è fatta bene, sa parlare a tutti. A Bologna lo ha dimostrato.
Questo allargamento della platea ricorda, per certi versi, il dibattito più ampio sul diritto degli studenti con difficoltà ad accedere a strumenti adeguati: la questione di fondo è sempre la stessa, ovvero garantire che nessuno resti escluso dai percorsi di crescita culturale e umana.
Saggi, monologhi, video: le forme del pensiero
Le Romanae Disputationes non chiedono ai partecipanti di compilare un compito in classe. I formati ammessi sono molteplici: saggi brevi, monologhi teatrali, elaborati video. Una scelta che riflette una concezione della filosofia come esercizio del pensiero vivo, non come ripetizione manualistica di dottrine.
I video, in particolare, hanno offerto risultati sorprendenti. Gruppi di studenti che maneggiano con naturalezza il linguaggio audiovisivo hanno tradotto riflessioni sull'identità in cortometraggi di pochi minuti, densi e a tratti commoventi. I monologhi hanno portato in scena voci singole, fragili e potenti insieme. I saggi, infine, hanno mostrato una capacità argomentativa che farebbe invidia a più di un commentatore adulto.
Non è retorica. Chi ha assistito alle presentazioni finali a Bologna racconta di un livello medio alto, con punte di eccellenza che — in un Paese dove la scuola è spesso raccontata solo attraverso le sue emergenze — rappresentano una notizia in sé.
Una lezione di metodo per tutta la scuola
Le Romanae Disputationes 2026 lasciano un'eredità che va oltre il concorso stesso. Quello che è accaduto a Bologna è una dimostrazione pratica di come si possa fare scuola in modo diverso: mettendo al centro una domanda autentica, offrendo strumenti seri per affrontarla, lasciando agli studenti la libertà di trovare la propria forma espressiva.
È un modello che interpella l'intero sistema dell'istruzione italiana. In un momento storico in cui si discute molto di competenze trasversali, di soft skills, di educazione alla cittadinanza, il concorso dimostra che la strada più efficace passa spesso dalla cosa più semplice e più difficile: una domanda vera, posta a persone vere.
Il cuore di studenti e professori, come recita il titolo dell'edizione, è davvero una ragione da difendere. Non nel senso sentimentale del termine, ma in quello più rigoroso: una ragione, cioè un'esigenza di significato, che chiede di essere presa sul serio. La scuola italiana, quando riesce a farlo, sa ancora sorprendere.