Un docente su cento ha aderito allo sciopero scuola del 16 ottobre, mentre a Milano la piazza bruciava con 220 minorenni portati in questura. L'adesione nazionale ferma all'1,08% comunicata dal Ministero dell'Istruzione racconta una frattura precisa tra il personale scolastico e il movimento studentesco che riempie le piazze.
Numeri minimi in cattedra, massimi in piazza
Il dato dell'1,08% diffuso dal MIM alle 16 di venerdì 16 ottobre fotografa la giornata proclamata dal sindacato SISA, che chiedeva aumenti stipendiali, stop al precariato e assunzioni sui posti vacanti. Il ministro Giuseppe Valditara ha commentato con un netto "noi costruiamo, altri distruggono", archiviando politicamente l'adesione.
Due giorni dopo, domenica 18 ottobre, Milano ha vissuto una serata diversa: 271 persone portate in questura, di cui 220 minorenni, oltre cento feriti tra forze dell'ordine e manifestanti, vetrine sfondate in zona Duomo e un supermercato saccheggiato. Per 11 adulti è stato chiesto il carcere, per 34 minori il giudice ha convalidato l'arresto. Il calendario dei prossimi venerdì resta fitto: 30 ottobre, 20 novembre e 4 dicembre, con la CGIL di Maurizio Landini e l'USB che hanno proclamato lo sciopero generale della seconda data e il sindacalismo di base concentrato sulla terza.
Perché i docenti sostengono gli studenti senza scendere
La distanza tra il sostegno dichiarato e la presenza fisica ha un costo misurabile in busta paga. Per una giornata intera di sciopero la trattenuta è pari a 1/30 dell'imponibile fiscale: un insegnante della secondaria in classe stipendiale 35, al massimo della carriera, perde tra 96 e 98 euro lordi, mentre una maestra in classe 0 vede decurtati 57-59 euro. La media netta si attesta attorno a 68 euro, cifra che pesa su stipendi che restano tra i più bassi dell'area OCSE.
Il contesto macro aggrava il calcolo individuale. Secondo il rapporto Education at a Glance 2026 dell'OCSE pubblicato il 29 settembre, l'Italia resta ferma sotto la media OCSE sia per spesa pubblica in istruzione sia per vantaggio retributivo associato alla laurea: i lavoratori con titolo terziario guadagnano il 35% in più dei diplomati, contro il 54% della media OCSE. La Commissione europea nel report "Investing in Education 2026" certifica una spesa italiana al 4,0% del PIL contro una media UE del 4,8%, con una diminuzione sulla fascia primaria e secondaria dal 2,8% al 2,7% tra il 2015 e il 2023. In questo quadro, perdere 68 euro netti per una protesta che si esaurisce in una giornata diventa una scelta che molti insegnanti rimandano a scioperi confederali più ampi.
L'adesione del 16 ottobre, legata a un sindacato minore, è rimasta sotto il 2% proprio mentre tutti gli occhi sono già puntati sul 20 novembre, data in cui CGIL e USB mobiliteranno il settore pubblico contro la legge di bilancio. I numeri dell'ultimo rapporto OCSE presentato da Valditara saranno la base del confronto autunnale sulle risorse.
Il bivio dei prossimi venerdì neri
Il 30 ottobre apre la sequenza con una mobilitazione di base, il 20 novembre porta in piazza i confederali con dentro anche il tema scuola, il 4 dicembre chiude il mese con Cub, Unicobas e sindacalismo di base. Il nodo politico è la manovra: la richiesta di aumenti pesanti sul rinnovo contrattuale e di nuove assunzioni sul turnover si scontra con un perimetro di spesa che le anticipazioni della legge di bilancio non modificano in modo sostanziale.
Il clima resta teso anche sul fronte della cronaca: dopo l'inaugurazione dell'anno scolastico ad Amatrice con Mattarella e Valditara e la visita del ministro al Salone dello studente di Milano del 15 ottobre, il MIM si prepara a gestire tre venerdì consecutivi di protesta con parte del personale scolastico pronta a scendere e la maggioranza che valuta se rinunciare a una giornata di stipendio.
La partita vera non si gioca sull'1,08% di oggi, ma sulla percentuale che si leggerà la sera del 20 novembre: se l'adesione resterà in linea con quella dei venerdì isolati, la mobilitazione resterà confinata ai sindacati di base; se invece supererà le due cifre, il tavolo sulla manovra cambierà peso. Nel frattempo, chi sceglie di aderire sa che la contestazione le costerà circa 68 euro netti sulla busta paga di dicembre.
Domande frequenti
Perché l'adesione dei docenti allo sciopero del 16 ottobre è stata così bassa?
L'adesione è stata solo dell'1,08% perché molti insegnanti esitano a scioperare a causa della perdita economica sulla busta paga e della rappresentatività limitata del sindacato promotore. Inoltre, gli stipendi dei docenti italiani sono già tra i più bassi dell'area OCSE, rendendo più gravosa la scelta dello sciopero.
Quali sono state le richieste principali avanzate dai sindacati durante lo sciopero?
I sindacati hanno chiesto aumenti stipendiali, la fine del precariato e nuove assunzioni sui posti vacanti. Queste richieste sono state presentate per migliorare la condizione lavorativa e retributiva del personale scolastico.
Quanto perde mediamente un docente che aderisce a una giornata di sciopero?
Un insegnante perde in media circa 68 euro netti per una giornata di sciopero, con variazioni in base all'anzianità di servizio e al ruolo. La trattenuta è pari a 1/30 dell'imponibile fiscale mensile.
Qual è la differenza tra la partecipazione dei docenti e quella degli studenti alle proteste?
Mentre la partecipazione dei docenti allo sciopero è stata minima, la presenza degli studenti nelle piazze è stata molto elevata, con manifestazioni che hanno visto anche episodi di tensione e numerosi fermi di minorenni. Questo evidenzia una frattura tra il personale scolastico e il movimento studentesco.
Quali sono le prossime date previste per le mobilitazioni nel settore scuola?
Le prossime mobilitazioni sono previste per il 30 ottobre, il 20 novembre e il 4 dicembre, con il coinvolgimento sia dei sindacati di base che dei sindacati confederali come CGIL e USB. La data del 20 novembre è particolarmente attesa perché coinvolge uno sciopero generale del settore pubblico.
Come incide la spesa pubblica italiana per l'istruzione rispetto alla media europea?
L'Italia destina solo il 4,0% del PIL all'istruzione, contro una media UE del 4,8%. Negli ultimi anni, la spesa per la scuola primaria e secondaria è addirittura diminuita, accentuando le difficoltà del settore.