Quasi la metà dei topi geneticamente modificati conservati nei principali archivi statunitensi ha un Dna che non corrisponde al ceppo dichiarato sull'etichetta. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Science, e solleva una domanda ruvida sulla qualità di anni di ricerca biomedica costruita su quegli stessi modelli.
Lo studio: 611 campioni, 341 ceppi, 47% di discrepanze
Il gruppo guidato da Fernando Pardo-Manuel de Villena, genetista all'Università del North Carolina, ha analizzato 611 campioni provenienti da 341 ceppi conservati nei Mutant Mouse Resource and Research Centers, la rete di archivi sostenuta dai National Institutes of Health. Il confronto fra il nome ufficiale del ceppo e il profilo genomico effettivo ha trovato discrepanze nel 47% dei campioni. Solo il 20% circa dei ceppi soddisfa pienamente le aspettative associate al loro nome.
Molte incongruenze sono minori: sotto-ceppi scambiati, classificazioni errate, indicazioni di tipo non aggiornate. Altre pero pesano. I ricercatori hanno trovato sequenze di Dna estraneo gia integrate nel genoma, fra cui proteine fluorescenti e cre recombinase, due strumenti molto usati nella ricerca biomedica. Quando questi elementi non sono dichiarati, possono alterare i risultati biologici senza che lo sperimentatore lo sappia, e i confronti fra esperimenti diversi perdono di senso.
Tradotto sui topi italiani: oltre 100 mila animali a rischio confusione
Per capire la portata del problema basta una stima applicata ai numeri italiani. Nel 2023 sono stati impiegati 216.428 topi nella ricerca scientifica nel nostro Paese, secondo i Dati sperimentazione animale, Ministero della Salute. Applicando la quota di discrepanze trovata negli archivi americani, oltre 100 mila animali italiani potrebbero appartenere a ceppi con un profilo genetico diverso da quello dichiarato. Lo studio Science non misura direttamente questa cifra, ma la rete MMRRC distribuisce modelli usati in tutto il mondo, Italia inclusa, e gli stessi ceppi viaggiano fra continenti.
La crisi della riproducibilità in biomedicina è un problema già noto e costoso. Una stima ricorrente, firmata da Leonard Freedman su PLOS Biology nel 2015, fissa in circa 28 miliardi di dollari l'anno la spesa statunitense in ricerca preclinica non riproducibile. Se anche solo una parte di quel tasso dipende dai modelli animali sbagliati, il 47% di ceppi con incongruenze non è un dettaglio metodologico: è il presupposto che molti dataset biomedici si appoggiano su una base più fragile del previsto.
Un punto in più riguarda gli animali stessi. Esperimenti ripetuti perchè i risultati non si replicano significano più colonie, più nascite, più sacrifici. Una verifica genetica preventiva taglia gli esperimenti inutili, e con essi una parte degli animali utilizzati. Ricerche analoghe sul Dna mostrano quanto piccole variazioni genetiche possano cambiare le conclusioni di uno studio, come accade nell'analisi del Dna degli antichi europei.
La risposta UNC: un sistema di reporting genetico standardizzato
Per provare a sistemare il problema l'Università del North Carolina ha sviluppato lo Strain GQC reporting system del MMRRC UNC, uno strumento che verifica il profilo genetico di ogni ceppo distribuito e pubblica il report online. Funziona come un'etichetta nutrizionale per la genetica del topo: dichiara sotto-ceppi presenti, inserti genici, ed elementi nascosti rilevati. I ricercatori che ricevono un esemplare possono confrontare quel certificato con il modello atteso prima ancora di partire con l'esperimento.
Gli autori chiedono alle riviste scientifiche di valutare con più rigore gli studi che non documentano questi controlli. La proposta è esplicita: senza un certificato genetico aggiornato, un articolo basato su modelli murini dovrebbe essere considerato incompleto, non perchè lo studio sia sbagliato ma perchè il lettore non può sapere su quale topo sia stato fatto davvero. L'iniziativa si lega a un ecosistema più ampio di controlli sulla strumentazione di partenza, come nei nuovi laboratori italiani dedicati a materiali innovativi.
Il sistema GQC nasce nei laboratori americani, ma riguarda anche l'Europa: i modelli circolano fra istituti e l'adesione a standard comuni deciderà se la prossima generazione di studi valga la pena di essere replicata. Per l'Italia, dove ogni anno oltre duecentomila topi entrano in esperimenti, e una questione che tocca anche la spesa pubblica in ricerca.
Domande frequenti
Qual è il problema principale evidenziato dallo studio sui topi di laboratorio?
Lo studio ha rilevato che il 47% dei topi geneticamente modificati conservati nei principali archivi statunitensi presenta un profilo genetico diverso da quello dichiarato sull'etichetta, mettendo in discussione la qualità di anni di ricerca biomedica basata su questi modelli.
Che tipo di discrepanze genetiche sono state riscontrate nei topi di laboratorio?
Sono state trovate sia incongruenze minori, come errori nella classificazione dei sotto-ceppi, sia discrepanze più gravi, tra cui la presenza di sequenze di Dna estraneo come proteine fluorescenti e cre recombinase non dichiarate.
Quali sono le possibili conseguenze di queste discrepanze nella ricerca scientifica?
Le discrepanze possono alterare i risultati degli esperimenti, rendendo i dati non riproducibili e aumentando i costi economici e il numero di animali utilizzati per ripetere esperimenti non affidabili.
Come si riflette questo problema sulla ricerca in Italia?
Applicando la percentuale di discrepanze riscontrata negli USA, si stima che oltre 100 mila topi utilizzati annualmente nella ricerca italiana potrebbero appartenere a ceppi con un profilo genetico diverso da quello dichiarato.
Quali soluzioni sono state proposte per migliorare la tracciabilità genetica dei topi di laboratorio?
L'Università del North Carolina ha introdotto lo Strain GQC reporting system, un sistema che verifica e certifica il profilo genetico di ogni ceppo, pubblicando online un report dettagliato simile a un'etichetta nutrizionale.
Qual è la posizione degli autori dello studio riguardo alle pubblicazioni scientifiche basate su modelli murini?
Gli autori suggeriscono che le riviste dovrebbero considerare incompleti gli articoli che non forniscono un certificato genetico aggiornato dei modelli murini utilizzati, per garantire la trasparenza e la riproducibilità degli studi.