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Pensioni agricole sotto 750 euro: 130 in meno al mese dal minimo Inps
Lavoro

Pensioni agricole sotto 750 euro: 130 in meno al mese dal minimo Inps

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Anpa chiede pensioni minime agricole a 750 euro al mese: 130 euro mancano al minimo Inps 2026 e il 72% delle donne resta sotto soglia.

L'Associazione nazionale pensionati agricoltori (Anpa, Confagricoltura) chiede al Governo di portare le pensioni minime agricole a 750 euro al mese, recependo la soglia di reddito dignitoso indicata dalle raccomandazioni europee. La richiesta torna a fine maggio mentre il 38° Rapporto Italia di Eurispes fotografa un sistema previdenziale sotto pressione demografica e un ceto medio che ha perso 7,5 punti di potere d'acquisto dal 2021.

I 130 euro che separano il minimo Inps dalla soglia Anpa

La circolare Inps sulla rivalutazione delle pensioni per il 2026 fissa il trattamento minimo 2026 a 611,85 euro mensili, pari a circa 7.954 euro all'anno. Per chi eè al minimo resta confermato l'incremento straordinario dell'1,3%, che porta l'importo massimo a 619,80 euro al mese. Tra questo valore e i 750 euro chiesti da Anpa restano circa 130 euro al mese di distanza: tradotti su tredici mensilità, oltre 1.690 euro l'anno per ogni pensionato sotto soglia. E' quasi un quinto in più sull'attuale assegno mensile, una cifra che il bilancio pubblico difficilmente coprirà nella manovra autunnale senza una scelta selettiva di platea. Aumenti delle pensioni minime nel 2025: come arrivare a 739 euro al mese

Chi sono i tre pensionati su cinque sotto soglia

Il dato che pesa nella richiesta arriva dalle statistiche interne di Anpa: tre pensionati agricoli su cinque ricevono un assegno inferiore ai 750 euro mensili e tra le donne la quota sfiora il 72%, quasi sette su dieci. La fotografia spiega perchè la richiesta non riguarda i nuovi accessi al trattamento. Nel primo trimestre 2024 l'importo medio lordo delle nuove pensioni dei coltivatori diretti si è collocato a 757 euro, appena sopra la soglia chiesta; il problema è lo stock pregresso di pensionati con assegni vecchi, rivalutati per anni con percentuali inferiori al recupero reale dell'inflazione. I dati di flusso Inps registrano 33.632 nuove pensioni nel 2024 nella gestione coltivatori diretti, coloni e mezzadri.

A questo si aggiunge l'effetto sul mercato del lavoro: nel settore agricolo il 21,6% dei pensionati continua a lavorare dopo il pensionamento, la quota più alta tra tutti i comparti produttivi italiani. La piattaforma Anpa va oltre la soglia simbolica: chiede l'adeguamento graduale delle minime al 40% del reddito medio nazionale, il passaggio dell'indice di rivalutazione dal Foi all'Ipca (che include anche spese sanitarie e farmaceutiche) e il ripristino della doppia indicizzazione che collega gli assegni alla dinamica salariale. Il segretario generale Angelo Santori ha definito insufficienti i 7 euro in più al mese garantiti dal solo incremento straordinario. Riforma pensioni 2025: incertezze sul blocco dei requisiti

Il secondo fronte sulla previdenza complementare

Mentre Anpa tiene il punto sulle minime, le parti sociali aprono un secondo dossier che potrebbe finire negli stessi emendamenti. Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Confservizi, Confcooperative, Legacoop, Agci, Confapi insieme a Cgil, Cisl e Uil chiedono di bloccare la portabilità del contributo datoriale verso fondi pensione aperti, una novità della legge di Bilancio 2026 già rinviata al 31 ottobre 2026 con il decreto Pnrr (D.L. 19/2026). Non è escluso un ulteriore slittamento a inizio 2027 attraverso emendamenti al Decreto primo maggio. La proposta Giorgetti di revisione della previdenza complementare La posizione di imprese e sindacati è netta: il contributo del datore di lavoro nasce dalla contrattazione collettiva e portarlo su fondi estranei a quel perimetro romperebbe l'equilibrio del secondo pilastro. Un emendamento depositato dal Partito democratico chiede invece il rinvio al luglio 2027 per dare tempo a fondi e aziende di adeguare i processi.

I prossimi emendamenti al Decreto primo maggio chiariranno se la portabilità del contributo datoriale restera ferma al 2027 e se la richiesta Anpa sulle minime entrerà nel tavolo della manovra autunnale, dove il dossier previdenziale si incrocerà con quello del taglio del cuneo fiscale.

Domande frequenti

Perché l'Anpa chiede di portare le pensioni agricole minime a 750 euro al mese?

L'Anpa chiede di aumentare le pensioni minime agricole a 750 euro mensili per garantire un reddito dignitoso, in linea con le raccomandazioni europee e per contrastare la perdita di potere d'acquisto subita dai pensionati.

Qual è la differenza tra la pensione minima attuale e la soglia richiesta da Anpa?

Nel 2026 la pensione minima Inps sarà di 611,85 euro al mese (619,80 euro con l'incremento straordinario), circa 130 euro in meno rispetto ai 750 euro richiesti da Anpa.

Chi sono i pensionati agricoli maggiormente colpiti da pensioni sotto la soglia dei 750 euro?

Tre pensionati agricoli su cinque ricevono un assegno inferiore ai 750 euro, con una percentuale che sale al 72% tra le donne, colpendo principalmente chi percepisce pensioni più datate e meno rivalutate.

Quali altre richieste avanzano Anpa e le parti sociali oltre l'aumento delle minime?

Anpa chiede anche l'adeguamento delle pensioni minime al 40% del reddito medio nazionale, il passaggio dell'indice di rivalutazione all'Ipca e il ripristino della doppia indicizzazione; le parti sociali chiedono inoltre di bloccare la portabilità del contributo datoriale verso fondi pensione aperti.

Cosa potrebbe cambiare per la previdenza complementare secondo le proposte attuali?

Le parti sociali chiedono di rinviare o bloccare la portabilità del contributo datoriale verso fondi pensione aperti, per mantenere l'equilibrio della previdenza complementare, con possibili ulteriori slittamenti della misura fino al 2027.

Pubblicato il: 29 maggio 2026 alle ore 08:00

Savino Grimaldi

Articolo creato da

Savino Grimaldi

Giornalista Pubblicista Savino Grimaldi è un giornalista laureando in Economia e Commercio, con una solida esperienza maturata nel settore della formazione. Da anni lavora con competenza nell’ambito della formazione professionale, distinguendosi per una conoscenza approfondita delle politiche attive del lavoro e delle dinamiche che legano istruzione, occupazione e sviluppo delle competenze. Alla preparazione economica e professionale affianca una grande passione per la lettura e per il giornalismo, che ne arricchiscono il profilo umano e culturale. Spazia con disinvoltura tra diverse tematiche, offrendo sempre il proprio punto di vista con equilibrio, sensibilità e spirito critico.

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