Loading...
Torino abbraccia la memoria: oltre 50mila in corteo per la XXXI Giornata delle vittime innocenti di mafia
Editoriali

Torino abbraccia la memoria: oltre 50mila in corteo per la XXXI Giornata delle vittime innocenti di mafia

Oltre 50mila persone hanno sfilato a Torino per la XXXI Giornata della memoria promossa da Libera. Don Ciotti: "La memoria non può andare in prescrizione". Letti i nomi delle 1.117 vittime.

Il primo giorno di primavera, a Torino, ha portato con sé qualcosa di più del cambio di stagione. Il 21 marzo 2026 la città sabauda si è trasformata nel cuore pulsante della XXXI Giornata nazionale della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, accogliendo un fiume di persone che ha attraversato il centro storico con una determinazione silenziosa e composta. Partito da piazza Solferino, il corteo promosso da Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, ha raggiunto piazza Vittorio Veneto con una partecipazione che ha superato ogni previsione: oltre 50mila persone hanno sfilato per le vie torinesi, stringendosi attorno ai familiari delle vittime, ai rappresentanti delle istituzioni, ai sindaci con la fascia tricolore, agli studenti, ai volontari, ai sindacalisti. Un'onda compatta e trasversale. Non un semplice corteo commemorativo, ma un atto politico nel senso più alto del termine, un gesto collettivo che rifiuta l'indifferenza e l'oblio. La manifestazione, seguita in diretta dallo Speciale Tg3 a partire dalle 11.00 e da RaiNews24 dalle 10.00, ha avuto una copertura mediatica ampia, con collegamenti, ospiti in studio e approfondimenti su tutte le testate Rai, a testimonianza di quanto il tema resti centrale nel dibattito pubblico italiano. Lo slogan scelto quest'anno da Libera e Avviso Pubblico, "Fame di verità e giustizia", non era una formula retorica. Era una denuncia. Perché dietro quei 1.117 nomi letti in piazza c'è un dato che pesa come un macigno: l'80% dei familiari delle vittime innocenti di mafia non conosce ancora la verità su quanto accaduto ai propri cari. Una percentuale che in qualsiasi altra democrazia occidentale sarebbe considerata uno scandalo. In Italia, troppo spesso, scivola nel rumore di fondo. Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, ha accolto la manifestazione con orgoglio dichiarato: "Oggi coroniamo un sogno. La Regione Piemonte ha accolto la suggestione di don Ciotti. L'abbiamo sostenuta. Abbiamo voluto che l'evento si svolgesse in Piemonte, a Torino, e adesso siamo orgogliosi ed emozionati". Cirio ha poi aggiunto un monito che è risuonato come un impegno personale e collettivo: "La guardia deve essere tenuta altissima e non bisogna mai girarsi dall'altra parte".

Don Ciotti e il grido per la verità

Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, ha chiuso la giornata con un intervento che ha toccato le corde più profonde della platea. Ma già a margine del corteo, parlando con i cronisti in piazza Vittorio Veneto, aveva tracciato con poche frasi il senso di quella mobilitazione. "I protagonisti sono i familiari delle vittime innocenti della violenza criminale e mafiosa. L'80% di loro non conosce la verità", ha detto, scandendo le parole con la gravità di chi ripete un dato non per abitudine, ma per indignazione. "E ancora ieri questo grido che si è alzato del diritto a sapere, a sapere, perché l'omertà uccide la verità ma anche la speranza e la giustizia". La frase più potente, quella destinata a restare impressa, è arrivata poco dopo: "La memoria non può andare in prescrizione". Un'affermazione che intreccia il linguaggio giuridico con quello etico, ricordando che se i processi possono estinguersi per il decorso del tempo, il dovere di ricordare non ha scadenza. Don Ciotti ha insistito su un punto che spesso sfugge alla narrazione pubblica: la memoria non è un gesto solitario, non è un fiore deposto su una lapide una volta l'anno. "La memoria non è un gesto solitario, è un impegno condiviso che unisce storie, nomi e vite spezzate", ha affermato, richiamando ciascuno alla propria responsabilità individuale. "È necessario scuotere un pochettino di più ognuno per la propria parte", ha aggiunto, con quel tono insieme paterno e combattivo che lo contraddistingue da trent'anni. L'80% di famiglie senza verità, ha sottolineato il fondatore di Libera, rappresenta "un numero impressionante in Italia, culla della civiltà". Una contraddizione che brucia. Un Paese che si fregia della propria tradizione giuridica e culturale, eppure non riesce a garantire ai familiari delle vittime di mafia il diritto fondamentale di sapere cosa è accaduto, chi ha ucciso, perché. Don Ciotti ha parlato anche del lavoro capillare svolto da Libera nelle scuole, nei territori, nelle associazioni, un lavoro che non si ferma al 21 marzo ma prosegue ogni giorno dell'anno.

1.117 nomi letti in piazza Vittorio Veneto

C'è un momento, durante la Giornata della memoria e dell'impegno, che ogni anno congela il tempo. È la lettura dei nomi delle vittime innocenti delle mafie. Quest'anno l'elenco contava 1.117 nomi. Millecentodiciassette storie interrotte, millecentodiciassette famiglie ferite, millecentodiciassette vuoti che nessuna sentenza potrà mai colmare. La lettura è avvenuta in piazza Vittorio Veneto, dopo che il corteo ha completato il suo percorso attraverso il centro di Torino. Ogni nome pronunciato ad alta voce è un atto di resistenza contro l'oblio. Magistrati, forze dell'ordine, giornalisti, imprenditori, amministratori locali, semplici cittadini che si sono trovati sulla traiettoria della violenza mafiosa. Bambini. Donne. Anziani. L'elenco non distingue per ruolo o notorietà: davanti alla morte per mano mafiosa, tutti sono uguali. Tra quei nomi ci sono figure che l'Italia intera conosce, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rosario Livatino, Don Pino Puglisi. Ma la maggior parte di quei 1.117 nomi appartiene a persone di cui pochi hanno sentito parlare. Vittime dimenticate, inghiottite dalla cronaca di un giorno e poi scomparse dalla memoria collettiva. È proprio per loro, soprattutto per loro, che Libera ha inventato questo rituale laico trent'anni fa. La cerimonia ha un effetto quasi ipnotico: il silenzio della piazza, rotto solo dalla voce che scandisce i nomi, crea uno spazio di raccoglimento che trascende le appartenenze politiche e le differenze generazionali. Tra il pubblico, quest'anno, c'erano studenti delle scuole superiori arrivati da tutta Italia, molti dei quali avevano lavorato durante l'anno scolastico su progetti legati alla legalità e alla conoscenza del fenomeno mafioso. Il lavoro nelle scuole è uno dei pilastri dell'azione di Libera fin dalla sua fondazione nel 1995. Don Ciotti ha sempre sostenuto che la lotta alla mafia si vince prima di tutto con l'educazione, con la formazione delle coscienze, con la capacità di trasmettere alle nuove generazioni non solo la memoria dei caduti ma anche gli strumenti per riconoscere e contrastare la cultura mafiosa nella vita quotidiana. Ogni nome letto è, in questo senso, una lezione. Ogni nome è un monito. La piazza torinese, gremita e attenta, ha dimostrato che questa lezione continua a trovare chi è disposto ad ascoltarla.

Le voci delle istituzioni

La XXXI Giornata ha visto una partecipazione istituzionale ampia e trasversale, a conferma che il contrasto alle mafie resta, almeno nella dichiarazione di principio, un terreno di convergenza bipartisan. La premier Giorgia Meloni ha affidato a X il proprio messaggio: "Il nostro pensiero va anzitutto a tutte le vittime innocenti e alle loro famiglie, che portano ogni giorno il peso di un dolore che riguarda l'intera Nazione". La presidente del Consiglio ha definito le vittime "eroi", rivolgendo il ringraziamento "a chi ha sacrificato la propria vita per proteggere quella altrui: donne e uomini, servitori dello Stato, imprenditori e cittadini che non hanno mai piegato la testa di fronte ai ricatti del crimine organizzato". Meloni ha concluso con un richiamo al dovere collettivo: "A noi il compito di non dimenticare e di portare avanti l'opera di chi ha sempre creduto in un'Italia più forte, più giusta e libera da ogni forma di mafia". La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha scelto la presenza fisica al corteo piuttosto che le parole. Arrivata a Torino, si è avvicinata ai sindaci che sfilavano con la fascia tricolore, ha abbracciato il sindaco di Torino Stefano Lo Russo e il presidente della Regione Alberto Cirio, poi si è unita al corteo senza rilasciare dichiarazioni. Un gesto che, nel suo silenzio, comunicava forse più di molti discorsi. La presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo, costretta a casa da un'influenza, ha scritto su X: "Ogni vittima ci ricorda che la criminalità organizzata colpisce il cuore della nostra democrazia e ricordarli non è un semplice esercizio di retorica, ma un dovere civile che deve guidare ogni nostro passo nelle Istituzioni". Colosimo ha ricordato la varietà delle vittime, "magistrati, uomini e donne delle forze dell'ordine, giornalisti, amministratori, imprenditori", accomunati da una scelta: "Non piegarsi". Significativa anche la presenza della Cisl, che ha sottolineato in una nota come "solo dove c'è legalità e contrasto alla criminalità può esserci lavoro dignitoso, libertà e democrazia". Il sindacato ha evidenziato il legame tra lo slogan della giornata, "Fame di verità e giustizia", e la giustizia sociale come "orizzonte collettivo". La convergenza delle voci istituzionali, pur nella diversità dei toni e delle sensibilità, ha restituito l'immagine di un Paese che, almeno in questa giornata, ritrova un linguaggio comune di fronte alla ferita delle mafie.

La borsa di Borsellino e i simboli della memoria

Tra i momenti più carichi di significato della giornata, uno in particolare ha colpito per la sua forza simbolica: nell'aula della Commissione parlamentare antimafia è stata collocata in una teca la borsa di Paolo Borsellino, il magistrato assassinato nella strage di via D'Amelio il 19 luglio 1992. Quella borsa, che Borsellino portava con sé il giorno dell'attentato, è diventata nel tempo un oggetto quasi sacro nella memoria dell'antimafia italiana. Custodirla nell'aula dove si indaga sulle mafie e si elaborano le strategie di contrasto significa creare un cortocircuito potente tra passato e presente, tra il sacrificio di chi ha dato la vita e la responsabilità di chi oggi è chiamato a proseguire quella lotta. I simboli, nella battaglia contro le mafie, hanno sempre avuto un ruolo cruciale. L'albero Falcone a Palermo, le agende rosse, i lenzuoli bianchi appesi ai balconi dopo le stragi del 1992: sono tutti oggetti e gesti che hanno contribuito a costruire un immaginario collettivo di resistenza civile. La borsa di Borsellino si inserisce in questa tradizione, ricordando che dietro i grandi processi e le operazioni di polizia ci sono sempre state persone in carne e ossa, con le loro paure, le loro determinazioni, i loro oggetti quotidiani. La scelta di esporre quel cimelio proprio il 21 marzo 2026 non è casuale. In un momento storico in cui le mafie hanno in parte cambiato volto, spostandosi sempre più verso i reati finanziari, il riciclaggio, l'infiltrazione nell'economia legale e persino nelle nuove frontiere digitali, il richiamo alla fisicità della violenza mafiosa serve a ricordare che dietro i flussi di denaro sporco e le operazioni finanziarie opache ci sono sempre state, e continuano a esserci, vittime reali. La Giornata del 21 marzo, istituita ufficialmente per legge nel 2017 dopo anni di celebrazioni promosse da Libera a partire dal 1996, cade non a caso nel primo giorno di primavera. È una scelta che porta con sé un messaggio di rinascita: dalla morte nasce la vita, dalla memoria nasce l'impegno, dal dolore nasce la speranza. Come ha detto don Ciotti, "siamo la speranza che non si arrende". Torino, città che ha conosciuto le infiltrazioni della 'ndrangheta nel tessuto economico piemontese, ha offerto alla manifestazione non solo una cornice scenografica ma anche un contesto territoriale significativo, dimostrando che la mafia non è solo un problema del Mezzogiorno.

Libera oltre i confini: una rete internazionale

Uno degli aspetti meno noti ma più significativi emersi dalle parole di don Ciotti riguarda la dimensione internazionale di Libera. "Abbiamo varcato i confini perché Libera è molto presente in tutta Europa oggi. Libera è presente in America Latina, Libera è presente in 22 Stati dell'Africa", ha dichiarato il fondatore dell'associazione. Un dato che racconta l'evoluzione di un movimento nato nel 1995 come risposta italiana al fenomeno mafioso e diventato, in trent'anni, un punto di riferimento globale per chi si batte contro la criminalità organizzata e per la giustizia sociale. La presenza in 22 Stati africani è particolarmente rilevante, considerando che il continente è diventato negli ultimi anni un terreno di espansione per le organizzazioni criminali internazionali, attratte dalle risorse naturali, dalla fragilità istituzionale di alcuni Paesi e dalle opportunità di riciclaggio. Allo stesso modo, l'America Latina, storicamente segnata dal narcotraffico e dalla violenza dei cartelli, rappresenta un fronte dove l'esperienza italiana di contrasto alle mafie, con i suoi strumenti giuridici innovativi come la confisca dei beni e il reato di associazione mafiosa, può offrire un contributo prezioso. In Europa, Libera lavora per promuovere una legislazione antimafia comune e per sensibilizzare l'opinione pubblica di Paesi che spesso sottovalutano la presenza della criminalità organizzata italiana nei propri territori. La 'ndrangheta, in particolare, ha ramificazioni in Germania, Olanda, Belgio, Svizzera, Spagna, creando un'economia parallela che inquina i mercati legali e distorce la concorrenza. La rete internazionale di Libera dimostra che la lotta alla mafia non può essere confinata entro i confini nazionali. Le mafie sono globali da decenni: operano sui mercati internazionali, riciclano denaro attraverso circuiti finanziari transnazionali, sfruttano le differenze legislative tra i Paesi per sfuggire alla giustizia. Anche la risposta, dunque, deve essere globale. Il modello italiano, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, con quell'80% di famiglie ancora senza verità, resta comunque un patrimonio di conoscenze e di strumenti che il mondo guarda con interesse. La giornata di Torino ha confermato che questo patrimonio è vivo, nutrito ogni anno dal lavoro quotidiano nelle scuole, nelle parrocchie, nelle associazioni, nei tribunali, nelle caserme.

Una giornata che non si esaurisce in un giorno

Le oltre 50mila persone che hanno attraversato Torino il 21 marzo 2026 hanno lasciato dietro di sé qualcosa di più di un corteo riuscito. Hanno ribadito che la memoria delle 1.117 vittime innocenti delle mafie non è un rito stanco, ma un atto di cittadinanza attiva che si rinnova e si rafforza. Le parole di don Ciotti, il suo richiamo a una memoria che "non può andare in prescrizione", risuonano come un mandato per l'anno che verrà: pretendere verità per quell'80% di famiglie che ancora non sa, sostenere chi ogni giorno si oppone alla cultura mafiosa, non cedere alla tentazione di considerare la mafia un problema risolto o relegato ad altre latitudini. La convergenza istituzionale, dalla premier Meloni alla segretaria Schlein, dal presidente Cirio alla presidente Colosimo, conferma che almeno su questo terreno l'Italia sa ancora trovare una voce comune. La sfida, come sempre, è trasformare le parole in atti concreti: più risorse per la giustizia, più protezione per i testimoni, più sostegno ai familiari delle vittime, più educazione alla legalità. La borsa di Borsellino, esposta nell'aula della Commissione antimafia, resta lì a ricordare il prezzo pagato da chi non si è piegato. E i 1.117 nomi letti in piazza Vittorio Veneto non sono un elenco: sono un patto tra i vivi e i morti, una promessa che l'Italia rinnova ogni primo giorno di primavera.

Pubblicato il: 21 marzo 2026 alle ore 20:28

Natale Labia

Articolo creato da

Natale Labia

Giornalista Professionista Giornalista con oltre 30 anni di esperienza, laureato in scienze politiche e relazioni internazionali all’Università La Sapienza di Roma, collaboro a contratto con L’Edicola e Il Mattino di Puglia e Basilicata dove mi occupo di politica e di economia. Per Edunews24 curo l’informazione politica relativa ai temi dell’Istruzione. In particolare, scrivendo delle attività istituzionali con un focus sia sulle iniziative e sui programmi dei Ministeri dell’Istruzione e del Merito, dell’Università e della Ricerca e della Cultura che su quelle delle commissioni parlamentari della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Inoltre, sono amministratore unico di Italialab srl con cui curo uffici stampa pubblici e privati e sviluppo programmi di valorizzazione culturale e di promozione territoriale. In passato ho collaborato con testate nazionali e regionali, in particolare pugliesi, e ho scritto i volumi Il sindaco di Tutti, edito da Il Castello editore e Dal Rosso al Nero. Ho partecipato al volume collettivo edito dalla Fondazione Tatarella e da Giubilei Regnani editore sui trent’anni dalla fondazione di Alleanza nazionale. Per tre legislature sono stato collaboratore parlamentare occupandomi di legge di bilancio e di politiche agroalimentari con particolare riferimento all’export del Made in Italy e al contrasto dell’Italian sounding, collaborando con le Camera di commercio italiane all’estero. Appassionato di storia, di sociologia e di costume, spesso racconto all’interno delle collaborazioni giornalistiche i cambiamenti della società italiana e internazionale attraverso gli usi, le abitudini e i protagonisti che hanno accompagnato negli anni lo sviluppo e la crescita sociale e culturale. Pugliese di nascita, vivo a Roma o in un ipotetico altrove.

Articoli Correlati