Domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, oltre 45 milioni di italiani sono chiamati alle urne per esprimersi sul referendum costituzionale confermativo relativo alla riforma della giustizia. Si tratta del quinto referendum costituzionale nella storia della Repubblica, dopo quelli del 2001, 2006, 2016 e 2020, e il suo esito determinerà se la separazione delle carriere dei magistrati diventerà parte integrante dell'ordinamento giuridico italiano oppure se la legge approvata dal Parlamento verrà respinta. I seggi resteranno aperti il primo giorno dalle 7 alle 23, mentre il lunedì riapriranno alle 7 per chiudere alle 15, momento in cui inizierà lo spoglio delle schede. L'affluenza sarà il dato più osservato fino alla chiusura delle operazioni di voto: il Viminale comunicherà le rilevazioni del primo giorno alle 12, alle 19 e alle 23, mentre il secondo giorno l'unica rilevazione sarà quella definitiva delle 15. Il contesto politico in cui si inserisce questa consultazione è particolarmente acceso. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ospite di Enrico Mentana il 20 marzo, ha definito il voto una "sfida tra chi vuole cambiare e chi no", sintetizzando la posizione della maggioranza di governo. Dal fronte opposto, l'Associazione Nazionale Magistrati e diverse forze di opposizione hanno condotto una campagna serrata per il No, sostenendo che la riforma indebolirebbe l'indipendenza della magistratura. La campagna referendaria si è chiusa con gli ultimi comizi e appelli, in un clima ulteriormente complicato dal caso Delmastro, che ha pesato sulle ultime giornate di propaganda elettorale della maggioranza.
Cosa prevede la riforma costituzionale
La legge costituzionale su cui i cittadini sono chiamati a esprimersi è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025 e modifica 7 articoli della Carta fondamentale: gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110. Il cuore della riforma è la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, un tema che attraversa il dibattito giuridico e politico italiano da oltre trent'anni. Attualmente, magistrati giudicanti e requirenti condividono lo stesso percorso formativo e possono passare da una funzione all'altra nel corso della carriera. La riforma elimina questa possibilità, creando due percorsi professionali distinti e definitivi. Ma la separazione delle carriere non è l'unico cambiamento. La legge prevede l'istituzione di due Consigli superiori della magistratura, uno per i giudicanti e uno per i requirenti, in sostituzione dell'attuale organo unico. Viene inoltre creata una nuova Alta Corte disciplinare per i magistrati ordinari, composta da 15 giudici scelti tra professori universitari, avvocati e magistrati sorteggiati. Questa Alta Corte accentra la competenza disciplinare oggi in capo al Csm, con l'obiettivo dichiarato di garantire maggiore terzietà nei procedimenti disciplinari. I sostenitori della riforma, tra cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ritengono che queste modifiche rafforzeranno la terzietà del giudice e l'efficienza del sistema giudiziario. I critici, guidati dal costituzionalista Enrico Grosso (presidente del Comitato "Giusto dire NO"), avvertono invece che la separazione rischia di subordinare i pubblici ministeri al potere esecutivo, indebolendo il principio di obbligatorietà dell'azione penale. Il confronto tra Nordio e Grosso su Sky TG24 ha rappresentato uno dei momenti più significativi della campagna referendaria.
Chi vota e la polemica sui fuori sede
Il corpo elettorale comprende oltre 45 milioni di aventi diritto, tra cui circa 5 milioni di studenti e lavoratori che vivono stabilmente lontano dal proprio Comune di residenza. Ed è proprio su questa fetta consistente di elettorato che si è consumata una delle polemiche più aspre della vigilia. Il governo ha deciso di non includere i fuori sede nel decreto che ha definito l'election day, nonostante il voto a distanza per questa categoria fosse già stato sperimentato con successo nelle tornate elettorali del 2024 e del 2025. La scelta ha scatenato le proteste delle opposizioni, che hanno accusato l'esecutivo di voler comprimere la partecipazione democratica in una consultazione dove ogni voto conta, data l'assenza di quorum. Per quanto riguarda i cittadini residenti all'estero, gli italiani iscritti all'AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero) hanno votato per corrispondenza nelle settimane precedenti. Si tratta di ulteriori 5,5 milioni di elettori, il cui voto è già stato raccolto e sigillato in attesa dello spoglio. Il peso complessivo del voto estero, sommato all'incognita della partecipazione dei fuori sede, potrebbe rivelarsi determinante in un referendum dove non esistono soglie minime di validità.
Nessun quorum: perché questo referendum è diverso
A differenza dei più noti referendum abrogativi, il referendum confermativo non richiede alcun quorum. Non è previsto, cioè, un numero minimo di votanti perché la consultazione sia valida. Il risultato sarà determinato esclusivamente dai voti validamente espressi, indipendentemente dall'affluenza. Questa caratteristica, disciplinata dall'articolo 138 della Costituzione, rende il referendum confermativo uno strumento di democrazia diretta particolarmente potente. Significa, in termini concreti, che anche se si recasse alle urne soltanto una piccola percentuale degli aventi diritto, il risultato sarebbe comunque vincolante. La logica costituzionale è chiara: poiché il Parlamento ha già approvato la legge, chi non va a votare non sta "boicottando" la consultazione come potrebbe fare in un referendum abrogativo, ma semplicemente accetta implicitamente la decisione parlamentare. Questo meccanismo ha spinto entrambi gli schieramenti a concentrare gli sforzi sulla mobilitazione dei propri elettori piuttosto che sull'astensionismo. Il fronte del Sì, composto dalla maggioranza di governo e da settori del mondo forense, punta a una conferma netta della riforma. Il fronte del No, che riunisce l'ANM, gran parte delle opposizioni e diversi costituzionalisti, sa di dover portare alle urne il maggior numero possibile di contrari. Il precedente più recente è il referendum costituzionale del settembre 2020 sul taglio dei parlamentari, che vide prevalere il Sì con il 69,96% dei voti e un'affluenza del 51,12%. Ma ogni consultazione fa storia a sé, e le dinamiche politiche del 2026 sono profondamente diverse.
Come si vota e cosa c'è sulla scheda
Le modalità di voto sono semplici. Per accedere al seggio è necessario presentarsi con un documento di identità valido e la tessera elettorale. Chi ha smarrito la tessera o l'ha completata in tutti gli spazi disponibili può richiedere un duplicato all'ufficio elettorale del proprio Comune di residenza. Una novità significativa riguarda la validità della Disability Card come documento di riconoscimento ai seggi, un passo avanti nell'accessibilità del voto per le persone con disabilità. Sulla scheda compaiono due opzioni: Sì e No. L'elettore esprime il proprio voto tracciando un segno su una sola delle due risposte. Votando Sì si conferma la legge approvata dal Parlamento, e la riforma della giustizia entra definitivamente in vigore con le modifiche ai sette articoli della Costituzione. Votando No la legge viene respinta, e l'ordinamento giudiziario resta invariato. Non sono ammesse altre forme di espressione sulla scheda: qualsiasi segno diverso da quello su una delle due opzioni rende il voto nullo. La formulazione del quesito riporta il testo integrale della legge costituzionale e chiede all'elettore se intende approvarla. Il referendum del 22-23 marzo si inserisce in una lunga tradizione di consultazioni popolari italiane. Dal primo referendum istituzionale del 1946, con cui gli italiani scelsero tra Repubblica e Monarchia, si è tornati alle urne per altri 77 quesiti referendari: 72 abrogativi, uno consultivo e quattro costituzionali. Quello sulla giustizia è il quinto di natura costituzionale.
Lo spoglio e la copertura mediatica
Lo spoglio delle schede inizierà subito dopo la chiusura dei seggi alle 15 di lunedì 23 marzo. I primi risultati significativi sono attesi nel tardo pomeriggio, con proiezioni e dati parziali che si susseguiranno nelle ore successive. Sky TG24 dedica il pomeriggio di lunedì allo Speciale Referendum Giustizia, una diretta a partire dalle 14.30 condotta dal direttore Fabio Vitale, che accompagnerà le prime fasi dello scrutinio insieme a esperti, giornalisti e commentatori. A partire dalle 15 sono attesi i primi instant poll a cura di Youtrend, con Ambra Orengo che illustrerà in tempo reale l'andamento del voto tra dati storici, affluenza e risultati. La copertura prevede collegamenti dai quattro principali comitati referendari a Roma: Jana Gagliardi seguirà il Comitato "Sì Riforma", presieduto da Nicolò Zanon; Gaia Mombelli sarà presso il Comitato "Sì Separa", promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi e presieduto da Gian Domenico Caiazza; Valentina Bendicenti racconterà le reazioni del Comitato "Giusto dire NO", promosso dall'ANM e presieduto da Enrico Grosso; Alessandro Taballione sarà con il Comitato "Società civile per il NO", presieduto da Giovanni Bachelet. La diretta proseguirà dalle 17 con Tonia Cartolano e dalle 19 con Marco Congiu. Tutti i dati saranno aggiornati in tempo reale anche sui canali digitali e social della testata.
Le implicazioni politiche del voto
Al di là del merito giuridico, il referendum del 22-23 marzo rappresenta un banco di prova politico di primaria importanza. Per la maggioranza di governo, una vittoria del Sì significherebbe la conferma popolare di una delle riforme bandiera della legislatura, rafforzando la posizione del ministro Nordio e dell'intero esecutivo. Una sconfitta, al contrario, aprirebbe scenari di instabilità e rimetterebbe in discussione l'agenda riformatrice del centrodestra. Per le opposizioni, il referendum è l'occasione per dimostrare capacità di mobilitazione su un tema che tocca i principi fondamentali dello Stato di diritto. La campagna per il No ha cercato di spostare il dibattito dal piano tecnico-giuridico a quello dei valori costituzionali, insistendo sul rischio di compromettere l'indipendenza della magistratura requirente. L'esito del voto, qualunque esso sia, segnerà una tappa fondamentale nella storia dell'ordinamento giudiziario italiano. Se prevarrà il Sì, l'Italia avrà un sistema con carriere separate per giudici e pm, due Csm distinti e una nuova Alta Corte disciplinare. Se vincerà il No, la riforma sarà cancellata e il dibattito sulla giustizia tornerà al punto di partenza, con la certezza però che il tema della separazione delle carriere continuerà a dividere il Paese ancora a lungo.