«Non regaliamo soldi, costruiamo»: al Meeting di Rimini il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli ha rivendicato così l'approccio italiano al Piano Mattei sul caffè in Africa, un modello che passa da centri di formazione cofinanziati con l'UNIDO e non da trasferimenti economici diretti. L'intervento ha animato il panel «Chicchi di caffè in Africa. Coltivare il talento delle nuove generazioni», organizzato con la Farnesina e l'agenzia ONU per lo sviluppo industriale, svoltosi al Meeting di Rimini mercoledì 25 agosto. Un'occasione che il viceministro ha usato per marcare la distanza dal paradigma dell'assistenza.
Il meccanismo scelto: UNIDO e imprese private
Cirielli ha spiegato come funziona la catena di valore che il governo intende costruire direttamente in loco. «Noi finanziamo UNIDO che realizza i centri insieme ai privati, perché partecipa anche il settore privato italiano senza avere nessun guadagno», ha detto il viceministro. «Lavazza, Caffè Borbone e tanti altri danno contributi perché hanno interesse a formare i giovani. Giovani formati e ben pagati non abbandonano la produzione del caffè e non creano un ulteriore disastro climatico con l'abbandono delle colture».
L'obiettivo dichiarato è duplice: garantire alle imprese italiane la resilienza degli approvvigionamenti e dare «stabilità e forza reale alle economie africane». Cirielli ha inserito l'operazione dentro la cornice politica del Piano Mattei della Farnesina voluto da Palazzo Chigi e "dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni" e ha rivendicato la differenza con il passato: «Se esiste uno scopo umanitario, deve essere concreto, non solo assistenza. Non regaliamo soldi, costruiamo. La realizzazione dei centri di formazione è fondamentale per il tessuto sociale ed economico dell'Africa».
I numeri dei cinque Paesi pilota
L'iniziativa UNIDO sostenuta dalla cooperazione italiana individua cinque Paesi pilota: Etiopia, Kenya, Tanzania, Malawi e Uganda. Nel corso del panel il consigliere presidenziale keniota Henry Kinyua ha ricordato che «il caffè keniota coinvolge più di 800 mila persone», mentre secondo Cirielli in Kenya oltre il 10 per cento dell'occupazione dipende dalla filiera. Il direttore del Tanzania Coffee Board Primus Kimaryo ha aggiunto che la produzione tanzaniana è passata da circa 50 mila a 100 mila tonnellate, con circa mezzo milione di lavoratori nel settore e il 40 per cento del prodotto che raggiunge l'Europa, soprattutto Germania e Italia.
Sul terreno operativo interviene anche E4Impact, che secondo il responsabile ricerca Giacomo Ciambotti ha già formato circa 30 mila micro-agricoltori collegati alle aziende italiane. In Kenya, Nairobi ha inserito il caffè tra le priorità di governo e ha introdotto un fondo che anticipa ai coltivatori fino al 40 per cento del valore della produzione, nei mesi che separano il raccolto dalla vendita. È il tessuto su cui Cirielli scommette per l'obiettivo politico dichiarato dal viceministro davanti al pubblico riminese: costruire una classe media africana capace di rendere il continente «un partner fondamentale non solo diplomatico ma anche economico dell'Italia».
Domande frequenti
In cosa consiste il modello di formazione del Piano Mattei sul caffè?
Il modello prevede la creazione di centri di formazione in Africa, cofinanziati dall'UNIDO e con la partecipazione di imprese private italiane, al posto di semplici trasferimenti economici. L'obiettivo è formare giovani locali per rafforzare la filiera del caffè.
Quali sono i principali obiettivi dell'iniziativa italiana in Africa tramite il Piano Mattei?
Gli obiettivi sono garantire la resilienza degli approvvigionamenti per le imprese italiane e offrire stabilità e sviluppo economico reale alle economie africane, contribuendo anche alla creazione di una classe media locale.
In quali Paesi africani viene implementato il Piano Mattei sul caffè?
Il Piano Mattei viene applicato in cinque Paesi pilota: Etiopia, Kenya, Tanzania, Malawi e Uganda.
Qual è il ruolo delle imprese private italiane nel progetto?
Le imprese italiane, come Lavazza e Caffè Borbone, partecipano finanziando e sostenendo i centri di formazione senza scopo di lucro, con l'intento di formare giovani e rafforzare la filiera produttiva del caffè.
Quali sono i benefici attesi per le comunità locali coinvolte nel progetto?
Le comunità locali beneficiano di nuove opportunità formative e lavorative, che permettono ai giovani di restare nel settore del caffè e di migliorare le proprie condizioni economiche, contribuendo anche alla sostenibilità ambientale.
Quali risultati sono già stati raggiunti dal progetto nel settore del caffè africano?
Ad oggi, sono stati formati circa 30 mila micro-agricoltori collegati ad aziende italiane; la produzione tanzaniana di caffè è raddoppiata e in Kenya il settore coinvolge oltre 800 mila persone, rappresentando più del 10% dell'occupazione.