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Francesco Guccini si è spento a Pàvana: addio al Maestrone
Cultura

Francesco Guccini si è spento a Pàvana: addio al Maestrone

Francesco Guccini è morto a 86 anni nel suo paese di Pàvana. Cantautore, scrittore, voce di una generazione: il ritratto del Maestrone.

Si è spento a Pàvana, il suo paese dell'Appennino pistoiese, Francesco Guccini. Aveva 86 anni. Con lui non se ne va soltanto un cantautore, ma un intero modo di intendere la musica come letteratura, come pensiero, come atto civile.

Il poeta prestato alla chitarra

Guccini non è mai stato, in senso stretto, solo un musicista. Le sue canzoni erano racconti brevi, affreschi storici, meditazioni filosofiche travestite da ballate. Bastano pochi titoli per capirlo: La locomotiva, epopea popolare e anarchica; Amerigo, romanzo familiare in musica costruito attorno alla memoria di un prozio emigrato in America; Canzone per un'amica, elegia sulla perdita che ancora oggi commuove intere platee. Nelle sue strofe convivevano Dante e l'osteria di paese, la Bibbia e il dialetto emiliano, la grande Storia e le piccole storie di provincia. Era un uomo di lettere prestato al palcoscenico, capace di trasformare il cantautorato in un genere letterario a pieno titolo.

Il cantore di una generazione ribelle

Negli anni Settanta, quasi suo malgrado, Guccini divenne un punto di riferimento per la sinistra studentesca e per i movimenti di quegli anni turbolenti. Canzoni come Auschwitz, scritta ancora giovanissimo, quando componeva per i Nomadi, o L'avvelenata, sfogo lucido e rabbioso contro il conformismo e l'ipocrisia della critica, ma soprattutto quel Dio è morto, portata al successo dai Nomadi, con cui parafrasando Nietzsche dipinse quei giovani che con i capelli lunghi e l'eskimo irrompevano sulla scena pubblica con domande mai poste prima, diventarono inni di una generazione che cercava nella musica una voce per la propria insofferenza verso il potere, la guerra, l'ingiustizia sociale. Non fu mai un cantautore "militante" in senso organico, anzi rivendicò sempre una sua irriducibile indipendenza; ma proprio per questo la sua critica sociale suonava più autentica, meno di maniera, più vicina al sentire reale di chi cresceva in quegli anni di contestazione e di speranza.

Guccini e De André: la poesia che si fa protesta

Insieme a Fabrizio De André, Guccini ha rappresentato la punta più alta di quella stagione in cui la canzone italiana si è fatta letteratura e la letteratura si è fatta canzone di protesta. Due voci diverse per timbro e sensibilità, più internazionale e sperimentale quella genovese di De André, più radicata nella provincia emiliana e nell'oralità popolare quella di Guccini, ma accomunate dalla stessa ambizione: raccontare gli ultimi, gli sconfitti, i marginali, senza mai scadere nella retorica. Se De André cantava gli anarchici e i "carrugi" di Genova, Guccini cantava gli operai, i migranti, i disertori, i vinti della Storia con la stessa pietas e la stessa cura per la parola. Insieme, i due hanno dimostrato che una canzone poteva essere insieme poesia colta e grido di piazza.

Il ricordo di un intellettuale

A restituire la statura culturale di Guccini fu, in tempi non sospetti, Umberto Eco, che lo definì "il più colto dei nostri cantautori". Un giudizio che non stupisce chi conosce la sua opera: Guccini è stato infatti anche scrittore e narratore, autore nel tempo di numerosi libri, molti scritti insieme a Loriano Macchiavelli, proseguendo dopo l'addio alle scene quella stessa vena narrativa che aveva animato le sue canzoni.

La memoria collettiva

Chi ha ascoltato Amerigo non dimentica la voce sommessa con cui Guccini evocava il torrente della sua infanzia, "quel suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra", colonna sonora di una vita intera trascorsa tra la nostalgia della provincia e l'irrequietezza del mondo. In quei pochi versi c'è tutto Guccini: la capacità di far coincidere il paesaggio fisico, un fiume, un paese di montagna, con il paesaggio interiore, la memoria personale con quella collettiva.

Un'eredità che resta

Se n'è andato un uomo che ha trasformato la provincia emiliana in un microcosmo universale, che ha saputo essere insieme colto e popolare, ribelle e malinconico, ironico e severo. La sua Pàvana, il suo Appennino, i suoi osti e le sue osterie restano ormai patrimonio della memoria collettiva italiana, così come le sue canzoni continueranno a essere cantate nei cortei, nelle piazze, nelle case, ogni volta che qualcuno avrà bisogno di trovare le parole giuste per raccontare l'ingiustizia o semplicemente per commuoversi davanti al tempo che passa. E come disse in occasione dei funerali di De Andrè l'indimenticata Fernanda Pivano, "la sua poesia non morirà mai". Addio, Maestrone.

Pubblicato il: 6 agosto 2026 alle ore 16:22

Natale Labia

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Natale Labia

Giornalista Professionista Giornalista con oltre 30 anni di esperienza, laureato in scienze politiche e relazioni internazionali all’Università La Sapienza di Roma, collaboro a contratto con L’Edicola e Il Mattino di Puglia e Basilicata dove mi occupo di politica e di economia. Per Edunews24 curo l’informazione politica relativa ai temi dell’Istruzione. In particolare, scrivendo delle attività istituzionali con un focus sia sulle iniziative e sui programmi dei Ministeri dell’Istruzione e del Merito, dell’Università e della Ricerca e della Cultura che su quelle delle commissioni parlamentari della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Inoltre, sono amministratore unico di Italialab srl con cui curo uffici stampa pubblici e privati e sviluppo programmi di valorizzazione culturale e di promozione territoriale. In passato ho collaborato con testate nazionali e regionali, in particolare pugliesi, e ho scritto i volumi Il sindaco di Tutti, edito da Il Castello editore e Dal Rosso al Nero. Ho partecipato al volume collettivo edito dalla Fondazione Tatarella e da Giubilei Regnani editore sui trent’anni dalla fondazione di Alleanza nazionale. Per tre legislature sono stato collaboratore parlamentare occupandomi di legge di bilancio e di politiche agroalimentari con particolare riferimento all’export del Made in Italy e al contrasto dell’Italian sounding, collaborando con le Camera di commercio italiane all’estero. Appassionato di storia, di sociologia e di costume, spesso racconto all’interno delle collaborazioni giornalistiche i cambiamenti della società italiana e internazionale attraverso gli usi, le abitudini e i protagonisti che hanno accompagnato negli anni lo sviluppo e la crescita sociale e culturale. Pugliese di nascita, vivo a Roma o in un ipotetico altrove.

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