Cosa sono i terzi luoghi e perché i locali instagrammabili li stanno distruggendo
Il concetto di "terzo luogo", elaborato dal sociologo Ray Oldenburg nel 1989, designa quegli spazi informali di socialità tra casa e lavoro dove lo status sociale si annulla e la conversazione è centrale. In Italia, tra il 2012 e il 2025, la diminuzione degli esercizi commerciali tradizionali come bar (-21,1%) ed edicole (-51,9%) indica una perdita significativa di questi ambienti di incontro spontaneo. Parallelamente, l’aumento di attività legate al consumo veloce segnala una trasformazione delle dinamiche urbane e sociali, con un saldo negativo di circa 156.000 punti di socialità vicinale. Secondo Oldenburg, un vero terzo luogo si distingue da un semplice locale brandizzato per tre tratti fondamentali: la possibilità di sostare senza obbligo di consumo, la presenza continuativa di abituali frequentatori riconoscibili e la neutralità dello spazio che permette di abbattere le barriere sociali. Questi elementi favoriscono la creazione di comunità informali e il benessere collettivo, aspetti spesso assenti nei nuovi contesti commerciali improntati alla rotazione rapida e al consumo immediato. Questa trasformazione provoca un deficit di luoghi di socialità non programmata, il cui vuoto non è colmato dalla socialità digitale, dato che il 13% degli europei si dichiara spesso solo. In Italia la copertura territoriale delle biblioteche pubbliche - spazi assimilabili a terzi luoghi - resta limitata e spesso contraddistinta da orari ridotti. Così, perdere questi spazi significa ridurre le occasioni di incontro e rafforzare il senso di isolamento individuale, accentuando la crisi delle reti di prossimità nelle nostre città.