Indice: Educare o istruire? La distinzione che Galimberti ripropone | Il significato di educere: tirar fuori, non riempire | Performance, tecnologia e vuoto emotivo | Analfabetismo emotivo e bullismo | Digitalizzazione scolastica e rapporto umano | La medicalizzazione dei disagi scolastici: la posizione di Galimberti | Il ruolo degli insegnanti oggi | Domande frequenti
Quasi il 50% degli adolescenti italiani tra i 18 e i 25 anni soffre di ansia o depressione. Il 68,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha subito almeno un episodio di bullismo, offesa o esclusione nell'ultimo anno. Eppure la scuola italiana continua a misurare i propri risultati in termini di competenze acquisite, voti e performance. Per Umberto Galimberti, filosofo e psicanalista tra i più noti in Italia, questa è la radice del problema: la scuola istruisce, ma non educa.
- Galimberti distingue tra istruzione (trasmettere contenuti) ed educazione (sviluppare la persona): due verbi, due modelli di scuola
- Il 68,5% dei ragazzi 11-19 anni ha subito episodi di bullismo o esclusione nel 2023, secondo i dati ISTAT
- Le diagnosi DSA in Italia sono passate dallo 0,9% al 6% degli studenti tra il 2010 e il 2023
- Il dibattito è aperto tra chi denuncia un eccesso di medicalizzazione e chi difende le diagnosi come strumento di tutela
Educare o istruire? La distinzione che Galimberti ripropone
Il pensiero di Galimberti su questo tema si è sviluppato nel corso di decenni e continua a generare discussioni nel mondo della scuola. La sua posizione è chiara: "La scuola italiana quando ci riesce istruisce, ma non educa." Per lui la differenza non è lessicale, ma sostanziale. "Istruire" viene dal latino instruere, che significa costruire dentro, trasmettere contenuti e abilità. "Educare" viene invece da educere: tirar fuori, condurre, sviluppare ciò che esiste in forma latente nella persona. Due verbi che descrivono due scuole diverse: una che riempie, una che sviluppa.
Il significato di educere: tirar fuori, non riempire
Galimberti, che ha costruito il proprio pensiero nella tradizione platonica e freudiana, sostiene che l'educazione autentica debba occuparsi della dimensione emotiva e affettiva dello studente prima ancora che di quella cognitiva. Richiamando Platone, afferma che la mente non si apre se prima non si è aperto il cuore. Questa prospettiva non nega l'importanza delle discipline scolastiche, ma le colloca in un processo più ampio: la formazione di una persona capace di riconoscere le proprie emozioni, gestire la frustrazione e costruire relazioni consapevoli. Competenze che nessun voto in pagella certifica.
Performance, tecnologia e vuoto emotivo
Galimberti è noto anche per la sua critica alla digitalizzazione come risposta principale ai problemi della scuola. L'eccessiva attenzione alla tecnologia rischia, nella sua lettura, di ampliare il vuoto educativo: i dispositivi moltiplicano i contenuti accessibili, ma non insegnano a viverci dentro. La rete offre connessioni, non relazioni. La pressione delle performance scolastiche contribuisce al disagio: voti, test standardizzati e valutazioni continue creano un clima in cui gli studenti imparano a rispondere alle richieste esterne senza mai fermarsi a capire cosa sentono.
Analfabetismo emotivo e bullismo
Il termine analfabetismo emotivo indica l'incapacità di riconoscere, nominare e gestire le proprie emozioni. È una delle conseguenze più visibili, secondo Galimberti e diversi pedagogisti, di una scuola che trascura la formazione interiore. Un adolescente che non ha imparato a riconoscere la propria rabbia difficilmente sviluppa empatia verso gli altri. Secondo il report ISTAT su bullismo e cyberbullismo 2023, il 21% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni è stato vittima di bullismo nel 2023, e il 68,5% ha subito episodi offensivi o di esclusione. Nel 2024, secondo i dati del CNR, oltre un milione di studenti tra i 15 e i 19 anni ha subito episodi di cyberbullismo, il dato più alto mai registrato.
Digitalizzazione scolastica e rapporto umano
La riflessione sulla tecnologia si intreccia con quella sul rapporto tra studenti e insegnanti. Galimberti sostiene da tempo che le classi troppo numerose rendono impossibile l'educazione vera: con 25-30 studenti per classe, l'insegnante gestisce gruppi, non persone. Ogni individualità tende a scomparire, ogni processo emotivo a essere ignorato. La relazione educativa autentica richiede presenza e ascolto: è quella tra un adulto che porta consapevolezza e un adolescente che la cerca. Per il filosofo, questa relazione non è sostituibile né da una piattaforma né da una LIM.
La medicalizzazione dei disagi scolastici: la posizione di Galimberti
Nel marzo 2025, in un intervento a Vicenza organizzato da Confartigianato, Galimberti ha dichiarato: "La scuola è diventata una clinica psichiatrica. Tutti discalculici, disgrafici, dislessici, asperger, autistici. Ma chi l'ha detto?" Le reazioni sono state immediate: condivisione da chi vedeva nella frase una critica alla patologizzazione eccessiva, e indignazione da parte delle famiglie e delle associazioni che difendono il diritto alla diagnosi come strumento di tutela.
La tesi del filosofo
Galimberti non nega l'esistenza dei disturbi specifici dell'apprendimento né la loro realtà clinica. La sua critica riguarda la tendenza a trasformare qualunque difficoltà scolastica in una diagnosi formale. Una difficoltà legata a un ambiente familiare instabile, a una relazione difficile con un insegnante o a condizioni socioeconomiche critiche non è necessariamente un disturbo clinico. Il rischio, nella sua lettura, è che le etichette diagnostiche oscurino la dimensione educativa: invece di chiedersi cosa non funziona nel contesto, si certifica l'individuo. Il disagio viene localizzato nel ragazzo, non nel sistema.
I dati sulle diagnosi DSA in Italia
I numeri registrano un cambiamento significativo. Secondo il Focus MIM sugli alunni con DSA, la percentuale di studenti con diagnosi è passata dallo 0,9% del 2010/2011 al 6% del 2022/2023: quasi 350.000 alunni, di cui oltre 190.000 alle scuole superiori. Il Nord Ovest registra il 7,9% di studenti certificati, il Sud il 2,8%, una disparità che molti esperti leggono come effetto dell'accesso disomogeneo ai servizi diagnostici. Gli studi internazionali stimano la prevalenza dei DSA tra il 2 e il 3%: in Italia si è al doppio.
Il dibattito tra pedagogisti e associazioni
La comunità scientifica non ha risposto in modo omogeneo. Molti pedagogisti condividono la preoccupazione per un eccesso di medicalizzazione che rischia di burocratizzare le difficoltà educative. L'Associazione Italiana Dislessia ha invece sottolineato che le diagnosi corrette non patologizzano: offrono strumenti, strategie compensative e tutele legali. Il confine tra un disturbo neurocognitivo reale e una difficoltà legata al contesto è sottile, e richiede professionisti formati, tempo e risorse. Quando questi mancano, gli errori diagnostici crescono in entrambe le direzioni.
Famiglie, pressione e bisogno di ascolto
Un elemento ricorrente riguarda il ruolo delle famiglie. Galimberti sostiene che in alcuni casi siano i genitori stessi a spingere per una certificazione non per bisogno reale ma per alleggerire la pressione scolastica. È una lettura che rischia di generalizzare, ma che tocca una tensione reale. Il sistema educativo avrebbe bisogno di offrire ascolto e accompagnamento pedagogico ben prima della diagnosi. Il disagio di un adolescente è spesso, prima di tutto, un bisogno di essere visto.
Il ruolo degli insegnanti oggi
Il ruolo degli insegnanti diventa centrale e al tempo stesso sempre più difficile. La loro formazione è prevalentemente disciplinare: non sono stati preparati come educatori emotivi, non hanno il tempo per costruire relazioni autentiche con ogni studente. Per chi ogni giorno si trova davanti a ragazzi in difficoltà, come emerge anche dall'approfondimento su come i docenti affrontano il disagio familiare degli studenti, le sfide sono molteplici. Galimberti sostiene che servirebbero classi piccole, insegnanti con competenze psicopedagogiche e un sistema centrato sul processo umano.
Domande frequenti
Cosa intende Galimberti per analfabetismo emotivo?
Galimberti usa questo termine per descrivere l'incapacità di riconoscere, nominare e gestire le proprie emozioni. Una scuola concentrata su competenze cognitive non fornisce agli studenti gli strumenti per comprendere la propria vita interiore, con effetti sul piano relazionale e sul rischio di bullismo.
Galimberti è contrario alle diagnosi di DSA?
No. La sua critica non riguarda le diagnosi clinicamente fondate, ma la tendenza a trasformare qualunque difficoltà scolastica in una patologia certificabile. Galimberti distingue tra disturbi neurobiologici reali e difficoltà educative che andrebbero affrontate con interventi pedagogici. Il rischio che individua è che la diagnosi diventi uno strumento di gestione dei problemi anziché di soluzione.
Cosa dicono i dati sul disagio degli adolescenti italiani?
Secondo il Censis, quasi il 50% degli adolescenti italiani soffre di ansia o depressione. L'ISTAT registra che il 68,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha subito episodi di bullismo o esclusione nell'ultimo anno. Nel 2024 oltre un milione di studenti è stato vittima di cyberbullismo, il dato più alto mai registrato.
Perché le diagnosi DSA variano così tanto tra Nord e Sud?
Le differenze riflettono la distribuzione disomogenea dei servizi diagnostici. Il Nord Ovest registra il 7,9% di studenti certificati, il Sud il 2,8%. Per la maggior parte degli esperti questo non indica che i DSA siano più frequenti al Nord, ma che l'accesso ai professionisti sanitari è molto più difficile nelle regioni meridionali. I dati sul disagio adolescenziale e il dibattito sulla medicalizzazione mostrano quanto la scuola italiana si trovi di fronte a domande che non ammettono risposte semplici. La posizione di Galimberti, anche quando risulta provocatoria, spinge a chiedersi se il sistema scolastico stia investendo sulla formazione integrale degli studenti o si stia limitando a gestire le emergenze. Per chi lavora ogni giorno in aula, questa domanda non è astratta: si pone ogni mattina, di fronte a ragazzi che portano con sé molto più di un libro di testo.