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sedaDNA: come il DNA nel terriccio sta riscrivendo la storia delle origini umane
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sedaDNA: come il DNA nel terriccio sta riscrivendo la storia delle origini umane

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Il DNA estratto dai sedimenti antichi sta rivoluzionando lo studio delle origini umane, rivelando la presenza di Neanderthal e Denisoviani in siti dove non esistono fossili.

Sommario

Un pugno di terra potrebbe contenere più informazioni sulla storia dell'umanità di qualsiasi osso fossile. Non è un'iperbole, ma la conclusione a cui stanno arrivando alcuni dei più importanti laboratori di paleogenetica del mondo. Il DNA antico estratto dai sedimenti, noto con la sigla sedaDNA, sta trasformando radicalmente il modo in cui gli scienziati ricostruiscono le origini della nostra specie, dei Neanderthal e dei misteriosi Denisoviani. La tecnica permette di identificare la presenza di esseri umani in luoghi dove non è mai stato trovato un singolo frammento osseo, ampliando enormemente il registro fossile disponibile. Come ha dichiarato Eske Willerslev, pioniere del settore, "possiamo quasi abbandonare le ossa e passare direttamente alla sporcizia".

L'intuizione che ha cambiato tutto

La storia di questa rivoluzione scientifica inizia nel modo più improbabile. Nell'autunno del 2000, Eske Willerslev era un dottorando all'Università di Copenaghen, frustrato dall'impossibilità di accedere ai rari fossili contenenti tracce di DNA antico. L'illuminazione arrivò osservando un cane che depositava i propri escrementi sul terreno. Se quel materiale genetico poteva persistere nel suolo, ragionò Willerslev, forse anche il DNA di animali morti da millenni rimaneva intrappolato nell'ambiente. I suoi professori liquidarono l'idea come una sciocchezza. "Non ho mai sentito nulla di così stupido", ricorda che gli disse uno di loro. Eppure nel 2003, in un articolo pubblicato su Science, Willerslev dimostrò che DNA vegetale e animale poteva essere recuperato da un campione di permafrost siberiano vecchio di 400.000 anni. Perfino nelle temperature più miti di una grotta neozelandese, il ricercatore identificò DNA dell'estinto moa (Euryapteryx curtus) in sedimenti di 600 anni. Era la prima volta che i sedimenti da soli venivano usati per identificare organismi complessi scomparsi da tempo.

La svolta del 2017: DNA umano nel suolo

Per quattordici anni il sedaDNA rimase appannaggio dei paleoecologi, che lo utilizzavano per ricostruire ecosistemi passati attraverso carote lacustri e campioni di permafrost. Il punto di svolta arrivò nel 2017, quando un gruppo di ricercatori del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, tra cui il premio Nobel Svante Pääbo, riuscì a identificare DNA appartenente a esseri umani antichi in suoli risalenti all'era glaciale. "Quando hai una storia che riguarda gli umani, è lì che catturi l'attenzione", ha osservato Diyendo Massilani, paleogenetista alla Yale School of Medicine. Il problema principale era la rarità estrema del DNA umano rispetto a quello dei microrganismi del suolo. Per superare l'ostacolo, i ricercatori svilupparono sonde molecolari capaci di catturare selettivamente le sequenze umane, una sorta di "ami da pesca molecolari". La tecnica funzionò. E da quel momento, come ha sintetizzato Massilani, "tutti hanno detto: facciamo sedimenti per qualsiasi cosa". Anche laboratori tradizionalmente focalizzati sui fossili hanno iniziato a rivolgere l'attenzione al terriccio, e archeologi di tutto il mondo stanno riesaminando campioni di suolo raccolti decenni fa.

Denisova e i segreti nascosti negli strati di terra

I risultati più spettacolari sono emersi dalla Grotta di Denisova, in Siberia, un sito già celebre per aver dato il nome ai Denisoviani, un lignaggio umano arcaico di cui esistono pochissimi resti ossei. Analizzando circa 700 campioni di sedimento prelevati dalla grotta, i ricercatori hanno scoperto che i Neanderthal vi erano arrivati 170.000 anni fa, ben 30.000 anni prima di quanto suggerissero le prove fossili. Ancora più sorprendente: il sedaDNA colloca i primi Homo sapiens moderni nella grotta a partire da circa 45.000 anni fa, nonostante non sia mai stato trovato un osso umano moderno nel sito. Il DNA ha anche permesso di collegare ciascun gruppo umano a specifici tipi di utensili in pietra trovati in strati diversi, un'associazione che tradizionalmente è tra le più difficili da stabilire in archeologia. Matthias Meyer, biologo molecolare al Max Planck, si dice ottimista: il DNA antico potrebbe un giorno identificare persino gli autori delle pitture rupestri. Chi si interessa alle rivelazioni genetiche sulla storia delle popolazioni antiche troverà affascinante anche come nuove scoperte rivelano l'origine degli abitanti di Cartagine.

Dal Tibet alla Siberia: conferme inaspettate

A quasi 3.000 chilometri dalla Grotta di Denisova, sull'altopiano tibetano, il sedaDNA ha risolto un altro enigma. Nel 1980, un monaco aveva scoperto un'antica mandibola nella Grotta carsica di Baishiya. Nel 2019, la paleogenetista Qiaomei Fu e i suoi colleghi dimostrarono, attraverso l'analisi pionieristica di proteine antiche, che quell'osso di 160.000 anni apparteneva a un Denisoviano. Ma i dubbi persistevano: la mandibola era stata rimossa dalla grotta decenni prima, e la sua provenienza esatta restava incerta. Fu nel 2020 la stessa Fu a trovare DNA denisoviano direttamente nei sedimenti della grotta, fornendo la prima prova incontrovertibile che questi ominini avessero vissuto al di fuori della Siberia. Il risultato ha ampliato drasticamente la mappa geografica dei Denisoviani, suggerendo che fossero una popolazione molto più diffusa di quanto si pensasse. Questa capacità del sedaDNA di confermare o smentire ipotesi formulate su basi diverse, dagli utensili alle proteine, lo rende uno strumento di verifica senza precedenti nella paleoantropologia.

Dal DNA mitocondriale al genoma nucleare

La maggior parte degli studi condotti finora si è concentrata sul DNA mitocondriale (mtDNA), presente in migliaia di copie per cellula e quindi più facile da recuperare dai sedimenti. Ma il vero salto di qualità arriverà con l'analisi sistematica del DNA nucleare, che con i suoi tre miliardi di lettere offre un'incomparabile ricchezza di informazioni rispetto alle appena 16.000 del mtDNA. Il genoma nucleare consente di ricostruire parentele, migrazioni, adattamenti e mescolanze tra popolazioni con una precisione impossibile per il DNA mitocondriale. Tuttavia, recuperarlo dai sedimenti resta una sfida tecnica formidabile. Le molecole sono frammentate, degradate e immerse in un mare di DNA microbico. Alcuni ricercatori invitano alla cautela, sottolineando che non sempre viene prestata sufficiente attenzione all'affidabilità dei risultati. La contaminazione, sia moderna sia proveniente da strati diversi del deposito, rappresenta un rischio concreto. Nonostante queste difficoltà, il campo avanza rapidamente. Nel 2022, il team di Willerslev ha estratto frammenti di DNA da sedimenti di permafrost groenlandese vecchi di due milioni di anni, il materiale genetico più antico mai recuperato, aprendo prospettive che fino a pochi anni fa appartenevano alla fantascienza.

Cautele e prospettive future

La comunità scientifica guarda al sedaDNA con entusiasmo, ma anche con la consapevolezza che si tratta di una disciplina ancora giovane, bisognosa di protocolli rigorosi e standardizzati. Pere Gelabert, genetista delle popolazioni all'Università di Vienna, ha affermato che senza il DNA sedimentario molte scoperte recenti "sarebbero state impossibili". Allo stesso tempo, alcuni esperti avvertono che la corsa ai risultati non deve sacrificare la riproducibilità e la verifica indipendente. Il potenziale, comunque, è enorme. Willerslev parla di un "immenso oceano blu" di possibilità: nei sedimenti si trovano tracce di esseri umani, animali, piante, l'intero ecosistema di un'epoca. Archeologi stanno già riesaminando collezioni di terreno conservate per decenni nei magazzini dei musei, nella speranza di estrarne informazioni genetiche con le tecnologie odierne. La prospettiva più ambiziosa è che, in futuro, la presenza o assenza di resti fossili in un sito diventi irrilevante. Basterà la terra sotto i nostri piedi per raccontare chi siamo stati. Come ha sintetizzato Meyer, "stiamo davvero solo grattando la punta dell'iceberg di ciò che è possibile".

Pubblicato il: 28 marzo 2026 alle ore 16:55

Domande frequenti

Che cos'è il sedaDNA e perché è importante per lo studio delle origini umane?

Il sedaDNA è il DNA antico estratto dai sedimenti del suolo. Questa tecnica permette di identificare la presenza di esseri umani e altri organismi anche in assenza di resti fossili, ampliando notevolmente le informazioni a disposizione sulla storia delle popolazioni antiche.

Quali sono state le scoperte più rilevanti grazie al sedaDNA?

Tra le scoperte più importanti vi sono la presenza dei Neanderthal nella Grotta di Denisova 30.000 anni prima di quanto suggerivano i fossili e la conferma che i Denisoviani vissero anche sull'altopiano tibetano, molto lontano dalla Siberia.

Quali sono i principali vantaggi e limiti dell'analisi del sedaDNA rispetto ai metodi tradizionali?

Il vantaggio principale è la possibilità di ricostruire presenze umane e animali anche dove non sono mai stati trovati fossili. Tuttavia, la tecnica presenta sfide come la difficoltà di recuperare DNA nucleare integro e il rischio di contaminazione, richiedendo protocolli rigorosi per garantire l'affidabilità dei risultati.

Qual è la differenza tra l’analisi del DNA mitocondriale e quella del DNA nucleare nei sedimenti?

Il DNA mitocondriale è più facile da recuperare perché presente in molte copie per cellula, ma offre informazioni limitate. L’analisi del DNA nucleare, invece, permette di ottenere dati molto più dettagliati su parentele e migrazioni, pur essendo tecnicamente più complessa e delicata.

Quali sono le prospettive future per la ricerca con il sedaDNA?

La ricerca sul sedaDNA è solo agli inizi e offre la possibilità di riscrivere la storia delle popolazioni umane anche in assenza di fossili. In futuro, si prevede che l’analisi dei sedimenti possa diventare uno strumento centrale per la paleoantropologia, fornendo informazioni su interi ecosistemi e popolazioni.

Quali cautele devono adottare i ricercatori nell’utilizzo del sedaDNA?

È fondamentale seguire protocolli rigorosi per evitare contaminazioni e garantire la riproducibilità dei risultati. La comunità scientifica sottolinea l'importanza della verifica indipendente e della standardizzazione delle tecniche per assicurare l'affidabilità delle scoperte.

Ilaria Brozzi

Articolo creato da

Ilaria Brozzi

Giornalista Pubblicista Ilaria Brozzi è naturalista e biologa con una forte passione per la divulgazione scientifica. Laureata in Scienze Naturali e in Genetica e Biologia Molecolare, nel corso del suo percorso accademico e professionale ha approfondito lo studio dei processi biologici e degli equilibri che regolano i sistemi naturali, sia a livello macroscopico sia molecolare. Ha svolto attività di ricerca presso il CNR–IBPM (Istituto di Biologia e Patologia Molecolari) della Sapienza Università di Roma, occupandosi in particolare di biologia vegetale. Nel corso della sua esperienza professionale ha inoltre avuto modo di confrontarsi con diverse realtà lavorative che, pur non sempre direttamente collegate al suo ambito di studi, hanno contribuito ad ampliare il suo sguardo interdisciplinare e la sua capacità di analizzare fenomeni complessi da prospettive differenti. Parallelamente all’interesse per la ricerca, coltiva da sempre una forte vocazione per la divulgazione scientifica, con particolare attenzione alla trasmissione del sapere alle nuove generazioni e alla promozione di una cultura scientifica consapevole e accessibile. Su edunews24.it si occupa di scuola e università, con un focus sui temi della tecnologia, della ricerca e dell’innovazione scientifica, promuovendo una divulgazione chiara, accessibile e basata su fonti scientifiche affidabili. Tra le sue principali passioni figurano lo sport e la musica, che rappresentano per lei importanti strumenti di equilibrio, disciplina ed energia.

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