Pochi minuti in una cella simulata di 8 metri quadri sono bastati per ridurre il pregiudizio verso le persone detenute. Lo dimostra una nuova ricerca dell'Università di Milano-Bicocca, pubblicata sulla rivista Computers in Human Behavior.
Lo studio: 138 partecipanti in realtà virtuale, 93 nella cella ricostruita
Il lavoro firmato da Marco Marinucci, Paolo Riva, Teresa Traversa e Maria Elena Magrin del MIBTEC (Mind and Behavior Technological Center) del Dipartimento di Psicologia è strutturato su due esperimenti complementari. Nel primo, 138 partecipanti hanno indossato un visore di realtà virtuale: alcuni sono stati immersi in una cella carceraria virtuale, altri in un monolocale neutro. Nel secondo, 93 persone sono entrate da sole in Extrema Ratio, un'installazione fisica allestita presso BiM Bicocca per il decennale del Polo Penitenziario dell'ateneo.
L'installazione riproduceva una cella di 8 metri quadrati del carcere di San Vittore con arredi autentici, realizzata in legno dalle persone detenute nel laboratorio di falegnameria del carcere di Bollate. Sia la cella virtuale sia quella fisica hanno aumentato l'esperienza soggettiva di esclusione sociale dei partecipanti, e questo vissuto è risultato collegato a una maggiore empatia emotiva verso le persone detenute.
L'angolo: cosa la cella ricostruita non riproduce
Pochi minuti soli in 8 metri quadri bastano dunque ad attivare un nucleo psicologico di esclusione. Il carcere reale, però, è una condizione molto più densa. Secondo i dati sui detenuti presenti del Ministero della Giustizia aggiornati al 30 aprile 2026, in Italia ci sono 64.412 detenuti su 51.265 posti regolamentari, con un tasso medio del 125,6%.
In Lombardia il rapporto sale a 8.923 detenuti su 6.149 posti, pari al 145,1%. San Vittore, l'istituto da cui è stata copiata la cella simulata della ricerca, è uno dei tre carceri più sovraffollati d'Italia: 857 detenuti su 702 posti regolamentari, che scendono a 357 al netto delle sezioni inagibili. Il tasso ufficiale è del 208,9%, sui posti effettivi tocca il 240%.
Significa che la cella ricostruita per lo studio, vissuta in solitudine da un partecipante alla volta, fuori dal laboratorio di norma ospita più persone insieme. L'esperimento simula l'isolamento fisico ma non la convivenza forzata che è la cifra reale del sistema penitenziario. Eppure è bastato l'isolamento per attivare empatia: nel report dell'Osservatorio penitenziario adulti del Garante nazionale quasi il 90% degli istituti italiani opera oltre la capienza.
Cosa cambia, dentro e fuori dal carcere
La rilevanza pratica della ricerca riguarda anzitutto il reinserimento. Marinucci, che è anche Senior Research Associate alla University of East Anglia, lega esplicitamente la riduzione del pregiudizio all'accesso reale dei detenuti a casa, lavoro e relazioni sociali quando finiscono di scontare la pena. Un atteggiamento sociale meno ostile pesa sulle probabilità che il rientro funzioni e che il ciclo recidiva-detenzione si interrompa.
L'altro versante è formativo. La cella virtuale ha prodotto effetti simili a quella fisica, anche se meno intensi su alcune variabili: si apre quindi la possibilità di portare l'esperimento dentro scuole, corsi per operatori penitenziari e percorsi di volontariato. La replica di San Vittore costa 8 metri quadri di legno e qualche autorizzazione, un visore costa qualche centinaio di euro.
Il progetto è nato dal decennale del Polo Penitenziario di Milano-Bicocca, promosso da Caritas Ambrosiana, ed è un esempio di terza missione applicata: l'università si è messa nello stesso spazio in cui lavorano detenuti del carcere di Bollate e studenti universitari. Rispetto al contesto dei finanziamenti del contratto di ricerca universitaria 2025, questo tipo di intervento resta un investimento marginale rispetto alle risorse complessive, con un ritorno sociale concreto.
L'idea che esperienze brevi e mirate possano modificare atteggiamenti profondi non è isolata: anche una ricerca internazionale sulla salute mentale materna sta esplorando l'uso di stimoli sensoriali per attivare risposte emotive in popolazioni marginali. La cella di Bicocca aggiunge un caso italiano a un filone che cresce.
Il gruppo MIBTEC non ha ancora annunciato un follow-up sulla persistenza dell'effetto. Il punto critico è se l'empatia attivata in pochi minuti, dentro o fuori da un visore, sopravvive al ritorno alla vita di tutti i giorni.
Domande frequenti
Qual era l'obiettivo principale della ricerca dell'Università di Milano-Bicocca sulla cella di San Vittore?
L'obiettivo era valutare se l'esperienza di isolamento in una cella ricostruita, fisica o virtuale, potesse ridurre il pregiudizio verso le persone detenute e aumentare l'empatia emotiva nei loro confronti.
In che modo sono stati condotti gli esperimenti e quali strumenti sono stati utilizzati?
Gli esperimenti sono stati condotti su due gruppi: uno ha vissuto l'esperienza tramite realtà virtuale, l'altro in una cella fisica ricostruita con arredi autentici; entrambe le esperienze hanno indotto una sensazione di esclusione sociale nei partecipanti.
Quali sono le principali differenze tra la cella sperimentale ricostruita e la realtà delle carceri italiane?
La cella ricostruita è stata vissuta da un solo partecipante alla volta, mentre nella realtà le celle ospitano più persone e sono caratterizzate da convivenza forzata e sovraffollamento, condizioni che aggravano l’esperienza carceraria.
Che rilievo pratico ha avuto la ricerca per il reinserimento sociale dei detenuti?
La ricerca suggerisce che la riduzione dei pregiudizi attraverso esperienze immersive può favorire il reinserimento dei detenuti, facilitando il loro accesso a casa, lavoro e relazioni sociali una volta scontata la pena.
Quali potenzialità future sono state individuate per l’uso di queste esperienze immersive?
Le esperienze, soprattutto in realtà virtuale, possono essere replicate facilmente nelle scuole, nei corsi per operatori penitenziari e nei percorsi di volontariato, offrendo un impatto sociale con investimenti contenuti.
È noto se gli effetti di empatia suscitati dall’esperimento siano duraturi?
Il gruppo di ricerca non ha ancora condotto studi di follow-up sulla durata dell’effetto empatico, quindi non è chiaro se l'empatia attivata persista nel tempo oltre l'esperienza immediata.