- L'ipotesi che aveva fatto il giro del mondo
- La smentita: cosa dice lo studio di Novoplansky
- I limiti metodologici dello studio italiano
- Cosa resta del dibattito sulla sensibilità delle piante
- Domande frequenti
L'ipotesi che aveva fatto il giro del mondo
Nel maggio 2025, Alessandro Chiolerio aveva lanciato un'ipotesi destinata a catturare l'attenzione della comunità scientifica internazionale e dell'opinione pubblica: gli alberi delle Dolomiti sarebbero in grado di "anticipare" le eclissi solari, modificando la propria attività elettrica prima ancora che il fenomeno astronomico si manifesti visibilmente. Lo studio, basato su rilevazioni effettuate durante l'eclissi solare parziale del 25 ottobre 2022 osservata dall'Italia, aveva descritto variazioni nei segnali bioelettrici di alcuni esemplari arborei, suggerendo una forma di percezione anticipata dell'evento celeste.
Una tesi affascinante. Quasi poetica, nella sua capacità di evocare un legame misterioso tra la vita vegetale e i ritmi cosmici. Ma la scienza, si sa, non si nutre di suggestioni.
La smentita: cosa dice lo studio di Novoplansky
A mettere in discussione quella narrativa è ora un lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista Trends in Plant Science, guidato da Ariel Novoplansky dell'Università Ben-Gurion del Negev, in Israele. Il gruppo di ricerca ha riesaminato i dati e le conclusioni dello studio italiano, arrivando a una posizione netta: non esistono evidenze sufficienti per affermare che gli alberi delle Dolomiti possano segnalare — tantomeno prevedere — un'eclissi di Sole.
Novoplansky contesta in particolare l'interpretazione dei cambiamenti nell'attività elettrica degli alberi registrati durante l'eclissi del 2022. Stando a quanto emerge dalla pubblicazione, le variazioni osservate sarebbero riconducibili a fattori ambientali ordinari — fluttuazioni di luce, temperatura, umidità — piuttosto che a una presunta capacità anticipatoria degli organismi vegetali. In altre parole, ciò che era stato letto come un segnale straordinario potrebbe essere null'altro che rumore di fondo.
Nel panorama della ricerca scientifica contemporanea, dove annunci spettacolari non mancano — basti pensare al dibattito su Quantum Computing: Microsoft rivoluziona davvero il settore oppure è una trovata pubblicitaria per aumentare le proprie azioni? — il caso degli alberi dolomitici ricorda quanto sia sottile la linea tra scoperta genuina e sovra-interpretazione dei dati.
I limiti metodologici dello studio italiano
Uno degli aspetti più criticati dal team israeliano riguarda la dimensione del campione. Lo studio di Chiolerio si basava su un numero limitato di alberi, un elemento che, dal punto di vista statistico, rende estremamente fragile qualsiasi generalizzazione. Quando si lavora con pochi esemplari, la probabilità che le correlazioni osservate siano frutto del caso — e non di un fenomeno reale — aumenta considerevolmente.
Novoplansky sottolinea inoltre la difficoltà di isolare l'effetto specifico dell'eclissi da tutte le altre variabili ambientali che influenzano l'attività bioelettrica delle piante. Gli alberi reagiscono continuamente a stimoli esterni: vento, passaggio di nuvole, variazioni barometriche. Attribuire un cambiamento elettrico a un'eclissi imminente, senza un protocollo sperimentale rigoroso e un campione adeguato, rappresenta secondo i ricercatori un salto logico non giustificato dai dati.
La questione, va detto, non è puramente accademica. Ogni volta che un risultato scientifico viene amplificato dalla copertura mediatica prima di essere sottoposto a un adeguato scrutinio, si rischia di alimentare aspettative infondate — un meccanismo che la comunità della biologia vegetale conosce bene.
Cosa resta del dibattito sulla sensibilità delle piante
Sarebbe sbagliato, tuttavia, liquidare l'intera questione come una curiosità priva di fondamento. La ricerca scientifica sulle piante ha compiuto passi enormi negli ultimi decenni. Sappiamo oggi che gli organismi vegetali possiedono sofisticati sistemi di comunicazione chimica, rispondono a stimoli gravitazionali e luminosi con una complessità che solo vent'anni fa sarebbe stata impensabile. Il campo della plant signaling — la trasmissione di segnali nelle piante — è una delle frontiere più dinamiche della biologia contemporanea.
Ma una cosa è documentare la sensibilità delle piante alle condizioni ambientali, ben altra è ipotizzare che un albero possa "sapere in anticipo" che sta per verificarsi un'eclissi. Come sottolineato da Novoplansky, servirebbero studi su larga scala, con centinaia di esemplari monitorati in condizioni controllate e durante molteplici eventi astronomici, per poter anche solo cominciare a discutere di una simile capacità.
La vicenda offre comunque uno spaccato interessante di come funziona il metodo scientifico: un'ipotesi viene proposta, la comunità la esamina, emergono critiche. Non è un fallimento, è il processo nella sua forma più sana. Lo stesso tipo di confronto che anima settori apparentemente lontani, dall'esplorazione lunare alla scienza dei materiali.
Per ora, insomma, gli alberi delle Dolomiti restano quello che sono sempre stati: organismi straordinari, capaci di resistere a inverni durissimi e di svettare su paesaggi che tolgono il fiato. Ma oracoli delle eclissi, almeno stando alle evidenze disponibili, proprio no.