- Lo Stretto che divide l'Europa
- Sigonella, il no italiano che pesa
- Starmer e i volenterosi per Hormuz
- Il veto di Macron e le ragioni francesi
- Trump e il gioco delle parti
- Le conseguenze per la difesa europea
- Domande frequenti
Lo Stretto che divide l'Europa
C'è un passaggio d'acqua largo appena 33 chilometri nel suo punto più stretto che, ancora una volta, mette a nudo le fragilità della politica estera europea. Lo Stretto di Hormuz, crocevia attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è tornato al centro di una partita geopolitica che coinvolge direttamente l'Unione Europea, la NATO e, inevitabilmente, gli Stati Uniti di Donald Trump.
L'ipotesi di una missione europea per garantire la libertà di navigazione nel Golfo Persico, accolta con entusiasmo a Washington e a Londra, si è immediatamente scontrata con le divisioni interne al Vecchio Continente. A farne le spese, come spesso accade, è la credibilità di un'Europa che fatica a parlare con una voce sola quando si tratta di proiezione militare e sicurezza marittima.
Sigonella, il no italiano che pesa
Il primo segnale di tensione è arrivato dall'Italia. Stando a quanto emerge nelle ultime ore, il governo italiano ha negato agli Stati Uniti l'uso della base NATO di Sigonella, in Sicilia, in relazione alle operazioni legate alla sicurezza dello Stretto di Hormuz. Una decisione che non è passata inosservata.
Sigonella non è una base qualsiasi. È uno degli snodi logistici più importanti del fianco sud della NATO, utilizzata storicamente per operazioni di sorveglianza nel Mediterraneo e oltre. Negarla a Washington è un gesto dal peso diplomatico rilevante, che racconta molto della posizione di Roma in questa fase.
L'Italia, che pure ha partecipato in passato a missioni di sicurezza marittima nella regione, sembra voler evitare di trovarsi schiacciata tra le pressioni americane e le divisioni europee. Una scelta di prudenza, forse, ma che rischia di alimentare l'immagine di un Paese che oscilla senza una linea chiara di politica estera in ambito NATO.
Starmer e i volenterosi per Hormuz
Chi ha preso l'iniziativa, con una mossa che ricorda la coalition of the willing di altra memoria, è il premier britannico Keir Starmer. Londra ha convocato un vertice dei "volenterosi per Hormuz", un formato informale che punta a riunire quei Paesi europei disponibili a contribuire a una missione navale nello Stretto, al di fuori dei meccanismi istituzionali dell'Unione Europea.
La scelta non è casuale. Il Regno Unito, fuori dall'UE dal 2020, si propone come perno di un'architettura di sicurezza alternativa, capace di aggregare consensi dove Bruxelles arranca. Starmer, che ha bisogno di rafforzare il profilo internazionale del suo governo, ha fiutato l'occasione.
Il formato dei volenterosi ha un vantaggio evidente: aggira il requisito dell'unanimità che paralizza la politica estera e di difesa dell'UE. Ma ha anche un costo politico significativo, perché frammenta ulteriormente il fronte europeo proprio nel momento in cui si invoca maggiore coesione.
Alcuni Paesi nordici e baltici avrebbero mostrato interesse per l'iniziativa. I Paesi Bassi, tradizionalmente attenti alla sicurezza delle rotte commerciali marittime, sarebbero tra i candidati naturali. Ma il quadro resta fluido, e molto dipenderà dalla risposta delle due principali potenze continentali: Francia e Germania.
Il veto di Macron e le ragioni francesi
Ed è qui che il progetto incontra il suo ostacolo più robusto. Emmanuel Macron ha espresso uno scetticismo che somiglia molto a un rifiuto. La Francia non intende partecipare a una missione che, nella lettura dell'Eliseo, rischia di essere percepita come un'operazione funzionale agli interessi americani più che alla sicurezza europea.
Le ragioni di Parigi sono molteplici. La Francia dispone di una propria base militare negli Emirati Arabi Uniti, ad Abu Dhabi, e ha una presenza navale autonoma nell'Oceano Indiano. Macron preferisce preservare la libertà d'azione francese nella regione piuttosto che inserirla in un quadro multilaterale a guida anglo-americana.
C'è poi una questione di principio. Il presidente francese, che da anni si batte per un concetto di autonomia strategica europea, vede nella proposta di Starmer l'ennesimo tentativo di costruire la difesa del continente fuori dalle istituzioni comunitarie, con il rischio di rendere l'UE irrilevante nelle decisioni che la riguardano.
Non va sottovalutata, infine, la dimensione diplomatica. Parigi mantiene canali aperti con Teheran e teme che una missione navale nello Stretto possa inasprire le relazioni con l'Iran in un momento già delicato per gli equilibri regionali. I rapporti transatlantici, del resto, vivono una fase di turbolenza su più fronti, come dimostrano le tensioni tra Washington e i suoi alleati anche su altri dossier.
Trump e il gioco delle parti
Da Washington, Donald Trump osserva con malcelata soddisfazione. L'idea di una missione europea a Hormuz è perfettamente coerente con la sua visione: gli alleati devono assumersi i costi e i rischi della sicurezza nelle aree che li riguardano direttamente. Se poi, nel farlo, si dividono, tanto meglio.
La strategia trumpiana è nota. Mettere pressione sugli europei affinché aumentino la spesa militare, frammentare le alleanze tradizionali per negoziare da posizioni di forza con i singoli Paesi, ridurre l'impegno diretto americano dove non strettamente necessario per gli interessi nazionali statunitensi.
Una missione dei volenterosi a Hormuz, benedetta ma non guidata dagli USA, scompaginerebbe le carte in Europa come poche altre iniziative potrebbero fare. Costringerebbe ogni governo a schierarsi, a scegliere tra l'ombrello angloamericano e la solidarietà continentale. Esattamente il tipo di dilemma che Trump sa sfruttare.
Le conseguenze per la difesa europea
La vicenda di Hormuz mette in luce, una volta di più, il nodo irrisolto della difesa comune europea. La bussola strategica adottata dall'UE nel 2022 prevedeva una forza di dispiegamento rapido di 5.000 uomini entro il 2025. Siamo nel 2026, e quel traguardo appare ancora lontano.
Il problema non è solo militare. È politico. Finché la politica estera e di sicurezza comune resterà soggetta al voto unanime nel Consiglio europeo, ogni iniziativa potrà essere bloccata da un singolo Stato membro. Ed è proprio questa rigidità istituzionale che rende attraenti i formati alternativi come quello proposto da Starmer.
Ma procedere per coalizioni di volenterosi ha un prezzo. Significa accettare un'Europa a geometria variabile anche nella difesa, con il rischio di creare gerarchie tra Paesi che "fanno" e Paesi che "subiscono". Un modello che, alla lunga, potrebbe erodere la coesione dell'Unione su temi ben più ampi della sicurezza marittima.
Per l'Italia, la partita è particolarmente delicata. Il diniego su Sigonella segna un punto fermo, ma non risolve la questione di fondo: quale ruolo vuole avere Roma nella sicurezza del Mediterraneo allargato e delle rotte energetiche vitali per la sua economia? La risposta, per ora, resta sospesa tra la cautela atlantica e le ambizioni europee. E lo Stretto di Hormuz, con i suoi 33 chilometri d'acqua, continua a misurare la distanza tra le parole e i fatti della geopolitica del Vecchio Continente.