Loading...
L'università italiana eredita più di quanto includa: i dati ISTAT
Mondo

L'università italiana eredita più di quanto includa: i dati ISTAT

Disponibile in formato audio

Italia penultima in Ue per laureati 25-34enni (31,6% vs 44,1%). Un figlio di genitori non diplomati ha 5 volte meno chance di laurearsi: i numeri ISTAT.

Un commentary firmato da Richard Heller rilancia la proposta di un 'distributed model' per rendere gli atenei più equi: hub locali, risorse aperte, leadership distribuita. La domanda non scontata è cosa quel modello cambierebbe nell'università italiana, dove i numeri dell'equità nell'istruzione terziaria sono fra i peggiori d'Europa.

Penultimi in Ue per laureati 25-34enni

Nel 2024 il 31,6% degli italiani fra 25 e 34 anni ha un titolo terziario. Solo la Romania fa peggio; la media Ue27 si attesta a 44,1%, la Francia al 43,4%, la Spagna al 42,0%, come certifica il Rapporto ISTAT 'Livelli di istruzione e ritorni occupazionali' 2024. Il differenziale con l'Europa non si riduce: la quota italiana è cresciuta di 0,7 punti contro l'1,0 della media Ue.

A Sud la fotografia peggiora. Nel Mezzogiorno la quota di 25-64enni con titolo terziario è del 18,9%, contro il 23,2% del Nord e il 26,0% del Centro. Tra i laureati il divario occupazionale Nord-Mezzogiorno resta di 11,0 punti, e fra i 30-34enni laureati arriva a 17,8 punti. Chi nasce nel posto sbagliato del Paese parte con meno chance di studiare e di trovare lavoro anche se studia.

Il 12,9% contro il 66,6%: l'ereditarietà del titolo

Il dato più scomodo riguarda la trasmissione intergenerazionale dell'istruzione. Tra i 25-34enni che vivono in famiglie con almeno un genitore laureato, il 66,6% ha conseguito un titolo terziario. Se almeno un genitore ha al massimo il diploma, la quota scende al 42,7%. Se entrambi i genitori si fermano alla licenza media, solo il 12,9% dei figli si laurea. Un giovane figlio di non diplomati ha cinque volte meno probabilità di arrivare alla laurea rispetto a un coetaneo cresciuto in una casa di laureati.

Tra i maschi la forbice è ancora più aperta: nelle famiglie con titoli alti la quota di laureati è circa sette volte quella delle famiglie con titoli bassi; per le femmine il rapporto resta di circa quattro volte. Lo stesso meccanismo opera prima dell'università italiana: il 22,8% dei 18-24enni con genitori fermi alla licenza media abbandona gli studi senza qualifica, contro l'1,2% di chi ha almeno un genitore laureato. La dispersione precoce non è una pioggia che cade su tutti allo stesso modo.

Heller sostiene che l'istruzione superiore ha smesso di essere un veicolo di mobilità sociale e si è trasformata in una commodity che conferma la classe di partenza. I numeri italiani confermano questa lettura.

Cosa cambierebbe con un modello distribuito

La proposta di Heller punta al cuore del problema: portare l'istruzione superiore dove gli studenti vivono, anziché chiedere loro di trasferirsi per accedervi. Hub di studio fisici o virtuali nelle province a bassa scolarizzazione, Open Educational Resources UNESCO condivisi al posto dei manuali a pagamento, pubblicazione scientifica 'Diamond Open Access' senza paywall, leadership accademica meno gerarchica.

Per un giovane di una provincia interna del Mezzogiorno la differenza non sarebbe solo tecnica: significherebbe poter seguire un corso di laurea senza dover affittare una stanza a Milano o Bologna, con costi di accesso ai materiali azzerati e orari compatibili con un lavoro part-time. Anche le critiche di Massimo Cacciari alle politiche dell'Unione europea segnalano come le scelte sovranazionali abbiano spinto a trattare l'istruzione come mercato; un modello distribuito rifiuta quella direzione.

Heller ammette che la transizione non sarebbe indolore: tagliare la dipendenza dalle fee internazionali, ripensare la valutazione, ridurre il peso dei top manager accademici. È una scelta politica, prima che tecnologica, e richiede una pressione che oggi non si vede né in Parlamento né nei rettorati.

Senza una scelta esplicita di equità, gli atenei continueranno a chiamare 'merito' una statistica che fotografa il reddito dei genitori. Insegnare partecipazione civica nelle scuole in tempi di crisi democratica passa anche da qui: aprire la formazione superiore a chi oggi non ne ha la chiave d'ingresso.

Domande frequenti

Qual è la situazione dell'Italia rispetto agli altri paesi europei per quota di laureati giovani?

Nel 2024 solo il 31,6% degli italiani tra 25 e 34 anni possiede un titolo terziario, uno dei dati peggiori in Europa; solo la Romania registra una quota inferiore. La media UE27 è del 44,1%, con Francia e Spagna sopra il 42%.

Quanto incide il background familiare sul conseguimento della laurea in Italia?

L'istruzione dei genitori incide fortemente: il 66,6% dei giovani con almeno un genitore laureato ottiene un titolo terziario, contro il 12,9% di chi proviene da famiglie con entrambi i genitori fermi alla licenza media. Questo dimostra una forte trasmissione intergenerazionale dell'istruzione.

Quali sono le principali disuguaglianze territoriali nell'accesso all'istruzione terziaria?

Nel Mezzogiorno solo il 18,9% dei 25-64enni ha un titolo terziario, contro il 23,2% del Nord e il 26% del Centro. Inoltre, i laureati del Sud hanno minori possibilità occupazionali rispetto ai coetanei del Nord, con un divario che può superare i 17 punti percentuali tra i giovani.

Cosa propone il 'distributed model' suggerito da Richard Heller per l’università italiana?

Il modello distribuito prevede hub locali fisici o virtuali nelle province meno servite, risorse educative aperte gratuite, pubblicazioni scientifiche ad accesso libero e una leadership accademica meno gerarchica. L’obiettivo è ridurre le barriere economiche e geografiche all’accesso universitario.

Quali difficoltà e cambiamenti comporterebbe l’adozione di un modello distribuito?

La transizione implicherebbe la riduzione della dipendenza dalle tasse internazionali, un ripensamento dei criteri di valutazione e una riorganizzazione della governance accademica. Si tratta di una scelta politica significativa che richiederebbe un forte impegno istituzionale, oggi non ancora presente.

Perché la riforma dell'università è considerata anche una questione di equità sociale?

Senza interventi mirati, l’università continua a riflettere le disuguaglianze di partenza, premiando il reddito familiare più del merito. Aprire l’accesso alla formazione superiore è fondamentale per promuovere la mobilità sociale e la partecipazione civica, soprattutto in tempi di crisi democratica.

Pubblicato il: 22 giugno 2026 alle ore 08:41

Michele Monaco

Articolo creato da

Michele Monaco

Redattore Michele Monaco è imprenditore, ricercatore e docente universitario con oltre vent'anni di esperienza nell'innovazione digitale, nella formazione e nella consulenza strategica. Laureato in Scienze Politiche e Internazionali, è CEO di Adventus Consulting Jdoo (Umag, Croazia dove risiede stabilmente) e Presidente Nazionale di ENBAS, ente bilaterale attivo nella formazione professionale e nelle politiche attive per il lavoro. In qualità di Coordinatore Nazionale dei Progetti di Ricerca presso ERSAF, guida iniziative che coniugano intelligenza artificiale e formazione, tra cui FindYourGoal.it, piattaforma di orientamento scuola-lavoro basata sul modello LifeComp, Avatar4University.Org, sistema AI per la creazione di corsi universitari con avatar docente, KeepYouCare.it, piattaforma di telemedicina, telesoccorso e telerefertazione. È inoltre Delegato della Regione Calabria presso il Ministero degli Esteri per la Cooperazione Internazionale ed è membro del tavolo delle regioni, dove coordina un progetto per la creazione di un Hub Formativo in Tunisia. Docente a contratto di Diritto dell'Economia e Diritto Internazionale presso la SSML di Lamezia Terme e presso l'Università Telematica eCampus, è autore di pubblicazioni in ambito pedagogico sulle competenze caratteriali e il framework LifeComp. Ha tenuto interventi al Senato della Repubblica, alla Camera dei Deputati, in Regione Lombardia e a Buenos Aires su temi che spaziano dalla pedagogia speciale, alla telemedicina ed alla cooperazione internazionale. Innovation Manager certificato MISE, unisce visione strategica e competenza tecnologica con una vocazione per il dialogo istituzionale e la ricerca applicata.

Articoli Correlati