- L'attacco all'Università Sharif di Teheran
- Trenta università colpite: il bilancio del ministro iraniano
- Chi era l'Università Sharif: il MIT dell'Iran
- Le minacce di Trump e l'escalation militare
- L'università come bersaglio di guerra
- Domande frequenti
L'attacco all'Università Sharif di Teheran
Un raid aereo ha centrato in pieno un edificio dell'Università Sharif di Tecnologia a Teheran, il più prestigioso politecnico dell'Iran. L'attacco, avvenuto nelle scorse ore, ha colpito la struttura dedicata alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, riducendola a un cumulo di macerie e polvere.
Il bilancio è drammatico: almeno cinque professori e oltre sessanta studenti hanno perso la vita. Numeri che potrebbero crescere, perché le operazioni di ricerca tra le rovine proseguono e decine di persone risultano ancora disperse. Le immagini che circolano sui canali iraniani mostrano un cratere dove fino a poche ore prima sorgeva uno dei centri di ricerca più avanzati del Paese.
Non si tratta di un danno collaterale. L'Università Sharif non è un obiettivo periferico: è il cuore della formazione scientifica e tecnologica iraniana, un'istituzione che ha sfornato generazioni di ingegneri, fisici, informatici. Colpirla significa colpire il futuro accademico e tecnologico dell'Iran.
Trenta università colpite: il bilancio del ministro iraniano
Stando a quanto dichiarato dal ministro iraniano, il caso della Sharif non è isolato. Sarebbero trenta le università iraniane colpite complessivamente dai raid aerei nelle ultime settimane. Una cifra che, se confermata, configurerebbe una campagna sistematica contro le infrastrutture accademiche e di ricerca del Paese.
La comunità accademica internazionale non ha ancora reagito in modo unitario, ma le prime voci si sono levate da diverse università europee e nordamericane, con appelli alla protezione delle istituzioni educative nei conflitti armati. Il diritto internazionale umanitario, vale la pena ricordarlo, tutela esplicitamente le strutture civili, tra cui scuole e università, a meno che non siano utilizzate per scopi militari, circostanza che Teheran nega con forza.
Il parallelo con altre crisi che hanno investito il mondo accademico su scala globale è inevitabile. Se in Europa le tensioni tra governi e istituzioni universitarie hanno assunto forme politiche e giuridiche, come nel caso del governo ungherese che ha contestato la decisione della Commissione Europea sulle università, qui si è passati direttamente alla distruzione fisica. La differenza è abissale, ma il filo conduttore resta lo stesso: l'università come terreno di scontro.
Chi era l'Università Sharif: il MIT dell'Iran
Per comprendere la portata di quanto accaduto, bisogna sapere cosa rappresenta la Sharif University of Technology nel panorama iraniano e mediorientale. Fondata nel 1966 con il nome di Aryamehr University of Technology, è considerata da decenni la principale scuola di ingegneria dell'Iran, spesso paragonata al MIT di Boston o al Politecnico di Milano per il ruolo che svolge nella formazione delle élite scientifiche nazionali.
I suoi alumni occupano posizioni di rilievo non solo nelle istituzioni iraniane, ma anche in aziende tecnologiche e centri di ricerca di tutto il mondo. Silicon Valley compresa. Migliaia di laureati della Sharif hanno costruito carriere internazionali nell'informatica, nell'ingegneria aerospaziale, nella fisica nucleare. Proprio questa eccellenza, secondo diversi analisti, potrebbe aver reso l'ateneo un bersaglio strategico agli occhi di chi conduce i raid.
A livello globale, le grandi università hanno sempre rappresentato molto più di semplici luoghi di formazione. Come evidenziato nel caso delle università britanniche che hanno formato leader mondiali, gli atenei d'eccellenza sono nodi cruciali del potere scientifico, economico e geopolitico di una nazione. Distruggerli non è solo un atto bellico: è un tentativo di amputare la capacità di un Paese di rigenerarsi.
Le minacce di Trump e l'escalation militare
Lo scenario si inserisce in un'escalation che ha subito un'accelerazione drammatica nelle ultime settimane. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato pubblicamente di poter «distruggere l'Iran in una notte», una frase che ha fatto il giro del mondo e che ha innalzato ulteriormente la tensione nella regione.
Le parole di Trump non sono nuove nel tono, ma il contesto le rende molto più pesanti rispetto alle provocazioni retoriche del passato. Questa volta i bombardamenti ci sono davvero. E i morti si contano a decine tra i banchi delle aule universitarie.
La diplomazia internazionale appare al momento paralizzata. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha ancora prodotto una risoluzione unitaria, bloccato dalle consuete dinamiche di veto. L'Unione Europea ha espresso «profonda preoccupazione», formula che in gergo diplomatico significa poco più di un'alzata di sopracciglio.
L'università come bersaglio di guerra
Quello che sta accadendo in Iran pone una questione che va ben oltre il singolo conflitto. Quando le università diventano obiettivi militari, a essere colpita non è solo una nazione: è l'idea stessa che il sapere, la ricerca, la formazione delle nuove generazioni possano godere di una protezione speciale anche nel caos della guerra.
La distruzione della Sharif non è soltanto la perdita di un edificio o di un campus. È la dispersione di laboratori, archivi, progetti di ricerca, comunità scientifiche che avevano impiegato decenni a consolidarsi. È la morte di sessanta studenti che stavano costruendo il proprio futuro, e di cinque docenti che quel futuro lo stavano insegnando.
In un'epoca in cui anche le infrastrutture digitali sono diventate terreno di conflitto, come dimostrano i ripetuti attacchi informatici che hanno colpito anche l'Italia, la guerra all'Iran del 2026 mostra che la dimensione fisica della distruzione resta tragicamente attuale. I server si possono ripristinare. Le vite umane no.
La comunità accademica mondiale è chiamata a una presa di posizione chiara. Il silenzio, in questo caso, non è neutralità. È complicità.