- Un sistema sotto pressione: cosa dice il rapporto HEPI
- Numeri che fanno riflettere: il caso Arden University
- Il tetto del 5%: una proposta per frenare l'espansione
- Franchising universitario: il nodo della qualità
- Uno sguardo dall'Italia: paralleli e differenze
- Domande frequenti
Un sistema sotto pressione: cosa dice il rapporto HEPI
L'istruzione superiore inglese cresce troppo e troppo in fretta. È questo, in sintesi, il messaggio lanciato dall'Higher Education Policy Institute (HEPI), uno dei think tank più influenti nel panorama accademico britannico, in un rapporto pubblicato il 9 aprile 2026 che sta già facendo discutere oltremanica.
Il documento non usa mezzi termini. Alcuni fornitori di istruzione superiore in Inghilterra starebbero assumendo rischi eccessivi, con strategie di espansione aggressive che, stando a quanto emerge dall'analisi, potrebbero minacciare la stabilità a lungo termine dell'intero settore. Il rapporto parla apertamente di "comportamenti dannosi" e chiede al governo del Regno Unito di intervenire con misure concrete prima che la situazione sfugga di mano.
Non si tratta di un generico allarme accademico. Dietro le raccomandazioni del HEPI ci sono dati precisi, tendenze misurabili e una preoccupazione che coinvolge tanto la sostenibilità finanziaria degli atenei quanto la qualità dell'offerta formativa destinata a centinaia di migliaia di studenti.
Numeri che fanno riflettere: il caso Arden University
Le cifre contenute nel rapporto restituiscono un quadro impressionante. Nell'ultimo decennio, diverse istituzioni britanniche hanno triplicato il numero dei propri studenti. Una crescita che, se da un lato testimonia la vitalità del sistema universitario inglese e la sua capacità di attrarre iscritti, dall'altro solleva interrogativi seri sulla tenuta delle infrastrutture, sulla qualità della didattica e sull'adeguatezza dei servizi offerti.
Ma il dato che più colpisce riguarda un singolo ateneo. La Arden University ha registrato nello stesso arco temporale una crescita superiore al 3000%. Tremila per cento. Un numero che, da solo, basta a comprendere la portata del fenomeno e le ragioni dell'allarme.
Arden University, istituzione relativamente giovane nel panorama accademico britannico e fortemente orientata alla formazione online e flessibile, è diventata così il simbolo di un modello di espansione che il HEPI giudica insostenibile. Una crescita di queste proporzioni, per quanto legittima sul piano formale, pone domande inevitabili: i docenti sono sufficienti? Le strutture reggono? Gli standard qualitativi vengono mantenuti? E soprattutto, cosa accadrebbe se il flusso di nuovi iscritti si arrestasse improvvisamente?
Il tetto del 5%: una proposta per frenare l'espansione
Di fronte a questi numeri, la principale raccomandazione del rapporto è netta: introdurre un limite alla crescita annuale degli studenti fissato al 5%. Un tetto che, come sottolineato dagli autori, non impedirebbe agli atenei di crescere, ma li obbligherebbe a farlo in modo graduale, gestibile e compatibile con il mantenimento degli standard qualitativi.
La soglia del 5% è stata calibrata per consentire un'espansione fisiologica, quella che accompagna l'aumento della domanda di formazione superiore e l'evoluzione demografica, senza però aprire le porte a operazioni di crescita spregiudicata che rischiano di trasformare gli atenei in fabbriche di titoli.
Si tratta di un approccio che richiama, per certi versi, i meccanismi di regolazione già presenti in altri settori dell'economia britannica. L'idea di fondo è che il mercato dell'istruzione superiore, lasciato a sé stesso, non sia in grado di autoregolarsi efficacemente, e che serva un intervento pubblico per proteggere tanto gli studenti quanto la reputazione complessiva del sistema.
Va detto che la proposta non è priva di criticità. Chi la contesta fa notare che un tetto rigido potrebbe penalizzare proprio le istituzioni più innovative, quelle capaci di intercettare nuove fasce di utenza o di rispondere rapidamente ai bisogni del mercato del lavoro. La questione resta aperta, ma il HEPI sembra convinto che i rischi dell'inazione superino di gran lunga quelli di una regolamentazione più stringente.
Franchising universitario: il nodo della qualità
L'altra raccomandazione di peso contenuta nel rapporto riguarda il franchising universitario, una pratica diffusa nel sistema inglese che consente a un'università di autorizzare un altro ente, spesso privato, a erogare corsi che portano al conseguimento di titoli rilasciati dall'università stessa.
Il HEPI chiede che tutti gli accordi di franchising siano sottoposti all'approvazione governativa. Una misura che mira a contrastare la proliferazione di partnership poco trasparenti, in cui il controllo sulla qualità dell'insegnamento rischia di allentarsi pericolosamente.
Il franchising, in sé, non è un male. Può rappresentare uno strumento efficace per ampliare l'accesso all'istruzione superiore, raggiungendo studenti che, per ragioni geografiche, economiche o personali, non potrebbero frequentare un campus tradizionale. Ma quando la moltiplicazione degli accordi diventa lo strumento principale di crescita, e quando i controlli di qualità non tengono il passo con l'espansione, il rischio è quello di una progressiva erosione del valore dei titoli accademici.
È un tema che, peraltro, non riguarda solo l'Inghilterra. La questione della regolamentazione dei percorsi formativi erogati da soggetti terzi per conto di università accreditate si pone con forza in diversi sistemi educativi europei.
Uno sguardo dall'Italia: paralleli e differenze
Per chi segue le dinamiche dell'istruzione superiore italiana, il rapporto HEPI offre spunti di riflessione che vanno oltre il contesto britannico. Anche nel nostro Paese il dibattito sulla crescita degli atenei, in particolare di quelli telematici, è tutt'altro che sopito. Le università online italiane hanno conosciuto negli ultimi anni incrementi significativi nelle iscrizioni, e più di una volta si è discusso dell'opportunità di introdurre meccanismi di controllo più stringenti.
Le differenze strutturali tra i due sistemi sono evidenti: in Italia la programmazione degli accessi è già presente per diversi corsi di laurea, attraverso il meccanismo del numero chiuso, mentre il finanziamento pubblico degli atenei segue logiche diverse da quelle del sistema inglese basato sulle tuition fees. Eppure, il principio di fondo sollevato dal HEPI, ovvero la necessità di bilanciare crescita e qualità, parla un linguaggio universale.
Il rapporto arriva in un momento delicato per l'istruzione superiore a livello globale. La competizione per attrarre studenti si è intensificata, i modelli di formazione si stanno diversificando rapidamente e la pressione finanziaria sugli atenei, tanto pubblici quanto privati, non accenna a diminuire. In questo scenario, la tentazione di inseguire i numeri a scapito della sostanza è forte. Il HEPI chiede che sia la politica, e non solo il mercato, a tracciare i confini entro cui questa corsa può svolgersi.