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Il paradosso pensioni: al Sud si esce piu’ tardi ma si vive meno
Lavoro

Il paradosso pensioni: al Sud si esce piu’ tardi ma si vive meno

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Civ Inps: in Calabria si esce a 66,2 anni, in Trentino a 62,3. Ma al Sud l’aspettativa di vita scende a 80,3. Il doppio svantaggio del Mezzogiorno.

Nel quadriennio 2022-2025 l’eta’ media di pensionamento e’ salita a 65,4 anni per le donne e 64,1 per gli uomini, secondo l’ultimo Rendiconto sociale Civ Inps. Ma il dato medio nasconde un divario territoriale che vale quasi quattro anni di carriera in piu’ al Sud.

I numeri del Civ Inps: Calabria contro Trentino

Il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’istituto previdenziale ha pubblicato a giugno la fotografia regionale dell’uscita dal lavoro. Tra gli uomini il valore minimo e’ del Trentino-Alto Adige con 62,3 anni, seguito da Valle d’Aosta e Veneto sotto la soglia dei 63. All’opposto, la Calabria tocca i 66,2 anni e la Campania supera anch’essa i 66.

Tra le donne la forbice va dai 64 anni di Bolzano ai 67 dell’Umbria. Le ragioni del divario non stanno nelle regole, identiche per tutti, ma nelle storie contributive: al Nord carriere continue e salari pieni permettono di maturare prima l’anticipo, al Sud lavoro discontinuo, part-time involontario e buchi contributivi spostano l’uscita verso la vecchiaia ordinaria a 67 anni. Resta aperto il nodo del blocco dei requisiti per il 2027, su cui il governo non ha ancora chiarito gli scenari per chi e’ vicino al pensionamento.

Il secondo svantaggio: la speranza di vita

Andare in pensione piu’ tardi non sarebbe un dramma se gli anni di trattamento successivi fossero gli stessi. Non lo sono. Secondo gli Indicatori demografici Istat 2024 la speranza di vita alla nascita per gli uomini e’ di 82,7 anni in Trentino-Alto Adige e si ferma a 80,3 anni nel Mezzogiorno, con la Campania al fondo della classifica a 79,7. Sono 2,4 anni di vita in meno.

Sommando i due effetti, il conto della pensione effettivamente goduta cambia drasticamente. Un uomo che esce dal lavoro a 62,3 anni in Trentino con davanti oltre vent’anni di aspettativa di vita, raggiunge in media 20,4 anni di pensione. Un coetaneo del Mezzogiorno, in uscita verso i 65,5 anni e con un’attesa di vita piu’ corta, ne accumula circa 14,8. Quasi sei anni di differenza, equivalenti a un terzo del trattamento totale.

Il calcolo non e’ teorico. Pesa sull’effettiva equita’ del sistema contributivo: chi versa con discontinuita’ incassa per meno tempo, e chi vede applicati coefficienti di trasformazione tarati sulla speranza di vita nazionale su un orizzonte personale piu’ breve perde due volte. La differenza non e’ astratta: 5,6 anni di trattamento mancato, anche solo sull’assegno medio Inps di circa 1.300 euro lordi mensili, valgono oltre 90.000 euro su tredici mensilita’. Il ragionamento sulla revisione della previdenza complementare proposta da Giorgetti tocca proprio questo nervo scoperto.

Cosa cambia per chi lavora al Sud

Per il lavoratore meridionale il messaggio operativo e’ duplice. Primo, l’orizzonte di pianificazione previdenziale e’ oggettivamente piu’ corto: chi entra adesso nel mercato del lavoro deve considerare che la finestra di trattamento sara’ piu’ stretta anche se i requisiti formali resteranno identici a quelli del Nord. Secondo, ogni anno di lavoro nero o part-time involontario ha un costo doppio, perche’ spinge l’uscita oltre i 66 anni.

Sul fronte politico, la rinuncia del governo a Quota 41, registrata nel Documento di economia e finanza, conferma che non arriveranno scorciatoie di flessibilita’: l’unico spazio di manovra resta la previdenza integrativa, oggi sottoutilizzata soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno. La Cgil, attraverso Lara Ghiglione, ha rilanciato il tema del salario minimo legale come leva per alzare il montante contributivo. Sulla stessa linea muove il dibattito sulle implicazioni del Def per il futuro previdenziale.

Il prossimo banco di prova e’ la legge di bilancio 2026, che dovra’ decidere se assorbire o rinviare l’incremento di tre mesi previsto tra 2027 e 2028. Senza correttivi territoriali, il divario Nord-Sud nei trattamenti effettivi e’ destinato ad allargarsi ancora.

Domande frequenti

Perché l'età media di pensionamento è più alta al Sud rispetto al Nord?

Al Sud, il lavoro è spesso discontinuo, con frequenti periodi di part-time involontario e buchi contributivi, che spostano l’uscita verso la pensione ordinaria a 67 anni, mentre al Nord carriere più continue e salari pieni permettono di andare in pensione prima.

Come incide la speranza di vita sulle pensioni tra Nord e Sud?

La speranza di vita è più bassa al Sud: ad esempio, un uomo in Trentino-Alto Adige può aspettarsi di vivere 2,4 anni in più rispetto a uno del Mezzogiorno, riducendo notevolmente gli anni di pensione effettivamente goduti da chi vive nel Sud.

Quali sono le conseguenze economiche di una pensione più breve al Sud?

A causa della doppia penalizzazione di lavorare più a lungo e vivere meno anni dopo la pensione, un lavoratore del Sud può perdere fino a 90.000 euro di trattamento pensionistico rispetto a uno del Nord, considerando l’assegno medio Inps.

Quali soluzioni vengono proposte per ridurre il divario previdenziale tra Nord e Sud?

Le principali soluzioni includono una maggiore diffusione della previdenza integrativa, attualmente poco utilizzata al Sud, e l’introduzione di un salario minimo legale per aumentare il montante contributivo.

Cosa deve considerare chi inizia a lavorare oggi al Sud in vista della pensione?

Chi entra ora nel mercato del lavoro al Sud deve pianificare una finestra di trattamento pensionistico più corta e considerare che ogni periodo di lavoro nero o part-time involontario può posticipare ulteriormente la pensione.

Ci sono cambiamenti normativi previsti per il futuro prossimo in tema di pensioni?

Il governo ha rinunciato a introdurre Quota 41 e il prossimo banco di prova sarà la legge di bilancio 2026, che dovrà decidere se assorbire o rinviare l’incremento dei requisiti previsto tra il 2027 e il 2028.

Pubblicato il: 25 giugno 2026 alle ore 13:32

Antonello Torchia

Articolo creato da

Antonello Torchia

Direttore Responsabile di EduNews24.it Antonello Torchia è giornalista professionista, politologo e geografo, con un percorso formativo e professionale di ampio respiro che integra competenze in ambito economico, geopolitico, comunicativo e territoriale. Vanta una solida formazione accademica multidisciplinare: ha conseguito la Laurea in Economia e Commercio (quadriennale, Vecchio Ordinamento), la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali (LM-52) con la votazione di 110/110 e lode, e la Laurea Magistrale in Scienze Geografiche (LM-80). Un trittico di competenze che gli consente di leggere i fenomeni contemporanei con una prospettiva che abbraccia le dinamiche economiche, le relazioni tra Stati e le dimensioni spaziali e territoriali della società. Nel corso della sua carriera ha maturato una significativa esperienza nella comunicazione istituzionale e politica, collaborando con emittenti televisive e testate della carta stampata. Questa esperienza sul campo gli ha conferito una padronanza trasversale dei linguaggi mediatici, dalla televisione al digitale. Attualmente ricopre il ruolo di Direttore Responsabile di EduNews24.it, testata giornalistica online dedicata al mondo dell'istruzione, della formazione e delle politiche educative italiane ed europee, dove cura la linea editoriale e supervisiona la produzione di contenuti rivolti a docenti, studenti, istituzioni e operatori del settore educativo. È inoltre docente di Comunicazione presso la SSML Città di Lamezia Terme, istituto universitario specializzato nella mediazione linguistica, dove mette a disposizione delle nuove generazioni di professionisti della comunicazione il proprio bagaglio di competenze giornalistiche, analitiche e accademiche.

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