La Blue Economy italiana vale 224,9 miliardi di euro, l'11,4% del Pil, e cresce del 3,8% mentre l'economia nazionale si ferma al 2,1%. Ma la corsa del +15,9% registrata nel 2025 si è normalizzata, e adesso il vero collo di bottiglia non è la domanda: sono i lavoratori che non si trovano.
I numeri del XIV Rapporto sull'economia del mare
Il XIV Rapporto nazionale sull'economia del mare - Unioncamere, presentato al ministero delle Imprese e del Made in Italy nell'ambito del Blue Forum 2026, conta 253.599 imprese e 1.133.949 occupati diretti. Il valore aggiunto generato direttamente dalle attività marittime tocca 78,9 miliardi (+3,8%), quello attivato nel resto dell'economia arriva a 224,9 miliardi. Il moltiplicatore resta stabile a 1,8: per ogni euro speso nei settori core se ne muovono altri 1,8 nel resto del sistema produttivo.
L'occupazione avanza del 4,2%, quasi il triplo rispetto alla media nazionale. In dieci anni la composizione è cambiata: movimentazione di merci, passeggeri e turismo pesano oggi circa il 55% del valore aggiunto blu, contro il 45% del 2014. Sono le attività che collegano il mare al resto del sistema produttivo, e sono anche quelle che assorbono più manodopera.
Il paradosso: cresce l'occupazione, mancano 175mila lavoratori al 2030
Il rapporto Confindustria-BCG presentato a Genova ad aprile 2026 stima un fabbisogno di 175.000 lavoratori per la Blue Economy nel periodo 2026-2030, tra nuove posizioni e turnover. Le figure più critiche sono saldatori, carpentieri, meccanici e meccatronici, tecnici della transizione energetica, specialisti digitali e subacquei. Non è un allarme generico: il sistema Excelsior di Unioncamere fotografa già oggi tassi di difficoltà di reperimento fuori scala nel comparto navale.
Per i meccanici e i tecnici delle attrezzature navali la quota di entrate difficili da coprire supera il 98%, per i fabbri e gli utensilisti impiegati in cantieristica sfiora il 65%. Il paradosso è netto: i cantieri italiani costruiscono 568 superyacht, il 52% degli ordini mondiali, e la nautica da diporto ha chiuso il 2024 con 8,6 miliardi di fatturato, ma senza saldatori e meccanici quella crescita non si tiene.
Il tema si intreccia con la transizione digitale, dove il divario tra piccole e grandi imprese sull'adozione dell'intelligenza artificiale rischia di penalizzare proprio la filiera dei fornitori navali, fatta di piccole e medie imprese che raramente riescono ad attrarre profili tecnici qualificati.
Il baricentro industriale si sposta al Mezzogiorno
Il Rapporto sposta il baricentro della Blue Economy verso Sud. Il Mezzogiorno concentra il 34,2% del valore aggiunto e il 39,9% degli occupati del comparto, in salita rispetto al 32,5% e al 37,7% del 2025. La crescita del valore aggiunto blu nel Sud tocca l'11% in un solo anno, contro il 3,4% dell'economia complessiva della macroarea.
A livello territoriale la Liguria resta la regione più esposta, con la Blue Economy che pesa il 14,4% del valore aggiunto locale, seguita da Sardegna (7,5%), Friuli-Venezia Giulia (7,3%), Campania (7,1%) e Sicilia (7,0%). In provincia di Trieste il peso arriva al 21,4%, a Livorno al 19,4%, a La Spezia al 17,1%. Sono territori dove il rilancio di strumenti di finanza agevolata per le PMI può fare la differenza tra un cantiere che investe e uno che chiude una commessa.
Gli ITS Academy del mare come uscita concreta
Sul fronte della formazione la risposta esiste già, ma è a scala limitata. Il monitoraggio nazionale INDIRE sugli ITS Academy certifica che l'84% dei diplomati trova lavoro entro dodici mesi, e nel 93% dei casi il ruolo è coerente con il percorso. I risultati degli ITS del comparto mare superano anche questa media.
L'Accademia italiana della marina mercantile di Genova dichiara un tasso di occupazione a dodici mesi superiore al 90% con media triennale del 94%, l'Accademia nautica dell'Adriatico di Trieste tocca il 95%, la Fondazione Caboto di Gaeta sfiora il 100% con oltre 500 diplomati dal 2011. Il problema non è la resa dei percorsi, ma i numeri assoluti: le classi restano poche centinaia l'anno, a fronte di un fabbisogno che si conta in decine di migliaia.
Il ricambio generazionale nei cantieri è dietro l'angolo, ed è un problema che si somma agli squilibri già visibili nel sistema previdenziale. Ampliare l'offerta ITS e agganciarla ai territori portuali del Sud è la scelta politica che decide se il 34,2% del valore aggiunto blu del Mezzogiorno diventa occupazione stabile o resta un dato di potenziale.
Domande frequenti
Qual è il valore attuale dell'economia del mare in Italia e quanto incide sul PIL nazionale?
L'economia del mare italiana vale 224,9 miliardi di euro, pari all'11,4% del PIL nazionale, e registra una crescita superiore rispetto all'economia generale del Paese.
Quali sono le principali figure professionali difficili da reperire nella Blue Economy?
Le professioni più critiche includono saldatori, carpentieri, meccanici e meccatronici, tecnici della transizione energetica, specialisti digitali e subacquei, con tassi di difficoltà di reperimento molto elevati soprattutto nel comparto navale.
Come sta cambiando la distribuzione territoriale dell'economia del mare in Italia?
Il baricentro della Blue Economy si sta spostando verso il Mezzogiorno, che ora concentra il 34,2% del valore aggiunto e il 39,9% degli occupati, con una crescita particolarmente significativa rispetto agli anni precedenti.
Qual è il ruolo degli ITS Academy del mare nella formazione e inserimento lavorativo?
Gli ITS Academy del mare garantiscono tassi di occupazione molto elevati, spesso superiori al 90% entro dodici mesi dal diploma, ma il numero di diplomati è ancora insufficiente rispetto al fabbisogno del settore.
Quali attività contribuiscono maggiormente al valore aggiunto della Blue Economy?
Le attività di movimentazione di merci, trasporto passeggeri e turismo marittimo rappresentano oggi circa il 55% del valore aggiunto complessivo della Blue Economy, assorbendo anche la maggior parte della manodopera.
Cosa rischia la filiera dei fornitori navali di fronte alla transizione digitale?
Le piccole e medie imprese della filiera navale rischiano di essere penalizzate dalla difficoltà di attrarre profili tecnici qualificati e dal divario nell'adozione dell'intelligenza artificiale rispetto alle grandi aziende.