Il XXIII rapporto Inapp conferma la crescita dei contratti di apprendistato in Italia: 583.548 nel 2023, il 4% in più rispetto al 2019. Dentro quel numero, però, la formazione duale resta un'eccezione: solo 14.441 contratti riguardano il primo o il terzo livello, quelli con un vero percorso di qualifica, diploma o alta formazione. Il 97,5% è di secondo livello, il professionalizzante.
I numeri del XXIII rapporto Inapp
Il rapporto, elaborato annualmente dall'Inapp per il Ministero del Lavoro in collaborazione con l'Inps, analizza il triennio 2021-2023 e viene esteso al 2024 per il primo livello e per l'alta formazione. Dei 583.548 contratti censiti nel 2023, il 97,5% ricade nel secondo livello: 569.107 contratti in valore assoluto. Il primo livello, pensato per qualifica, diploma professionale e diploma di istruzione secondaria superiore, ferma a 12.902 contratti. Il terzo livello, dedicato ad alta formazione e ricerca, resta fermo a 1.539 rapporti.
La distribuzione territoriale è spiccatamente settentrionale: 323.388 contratti al Nord, 141.867 al Centro e 109.292 al Sud. L'età media degli apprendisti è 25 anni, lontana dall'immagine del contratto riservato ai giovanissimi: quasi 500mila lavoratori nel secondo livello hanno fra i 18 e i 29 anni. I settori che assorbono il 50% degli apprendisti sono tre: commercio, manifatturiero e servizi di alloggio e ristorazione, con una crescita post-pandemia trainata dai servizi alle imprese.
Dentro i 583mila contratti solo il 2,5% è davvero duale
Dei 583.548 contratti totali, solo 14.441, pari al 2,5%, appartengono alle due tipologie formative pensate per saldare scuola e lavoro. Il resto è il secondo livello, un contratto a costo del lavoro ridotto che molte imprese usano come assunzione standard più che come percorso formativo. Un dato lo conferma: quasi l'80% delle sospensioni di questi rapporti è dovuto a dimissioni volontarie, segnale che per il lavoratore il contratto non ha valore formativo riconoscibile.
Dentro il primo livello il quadro è ancora più polarizzato: il 53% dei contratti si concentra in due soli territori, la Provincia autonoma di Bolzano (28,5%) e la Lombardia (24,5%). Bolzano è l'unico territorio italiano in cui il primo livello supera il professionalizzante, replicando di fatto il modello germanofono. Nel terzo livello la concentrazione è analoga: il 54,5% dei 1.539 contratti è fra Piemonte (30,1%) e Lombardia (24,4%), mentre il canale che unisce università e impresa resta residuale. Il decreto Bernini e il rientro di 307mila studenti universitari in aula fa discutere la didattica atenei, ma il ponte formativo verso il lavoro resta un'infrastruttura minima.
Il contesto europeo rafforza il paradosso. Secondo i dati Eurostat sui giovani NEET nel 2025 l'Italia ha dimezzato la quota di 15-29enni fuori da lavoro e formazione in dieci anni, dal 25,7% del 2015 al 13,3% del 2025. Resta però sopra la media UE dell'11% e lontana dal target del 9% fissato per il 2030. Lo strumento potenzialmente più efficace per chiudere quel gap, l'apprendistato duale, oggi copre meno di un contratto su quaranta.
Mismatch formativo e settori ad alta vacancy
Il secondo livello si incrocia con un'altra evidenza del rapporto: metà degli apprendisti italiani lavora in commercio, manifatturiero e ristorazione. Sono gli stessi comparti dove la domanda di lavoro resta scoperta a prescindere dalle crisi. Il settore della ristorazione, in particolare, cerca decine di migliaia di figure ogni mese: il caso Alma Forma racconta un sistema che forma 925 allievi mentre la ricerca viaggia sui 66mila addetti al mese. Il contratto professionalizzante riempie formalmente le caselle ma non chiude il mismatch, perché non è progettato come percorso di qualifica.
Sul fronte opposto c'è la domanda di canali formativi che non trovano risposta: il piano Youth Industrial Framework di Berriola fotografa 234mila posti vacanti e 1,2 milioni di NEET. Il professor Tito Boeri, citato nel dibattito aperto dal rapporto, ha segnalato che alcune imprese inseriscono clausole di non concorrenza, strumento tipico dei contratti commerciali, in rapporti formalmente formativi. Un paradosso che conferma la distanza fra ambizione formativa del secondo livello e uso che se ne fa nella prassi aziendale.
Senza una riscrittura del secondo livello che lo restituisca al ruolo di contratto di inserimento formativo, e senza portare primo e terzo livello su scala nazionale invece che su due regioni, l'etichetta dei 583mila apprendisti resta un titolo amministrativo. La leva per abbattere il milione di NEET italiani passa da quel 2,5%, non dal 97,5% che oggi assorbe la quasi totalità dei contratti.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra apprendistato duale e apprendistato di secondo livello?
L'apprendistato duale (primo e terzo livello) è pensato per integrare formazione scolastica e lavoro, portando a una qualifica, diploma o alta formazione. L'apprendistato di secondo livello, invece, è prevalentemente professionalizzante e viene spesso utilizzato come contratto di lavoro standard dalle aziende, con minore attenzione agli aspetti formativi.
Perché la formazione duale è così poco diffusa rispetto agli altri contratti di apprendistato?
Solo il 2,5% dei contratti di apprendistato è di tipo duale perché la maggior parte delle aziende preferisce il secondo livello, che garantisce costi ridotti e flessibilità senza un reale percorso formativo. Inoltre, il primo e il terzo livello sono concentrati soprattutto in poche regioni, limitandone la diffusione a livello nazionale.
Quali sono i settori che assorbono la maggior parte degli apprendisti in Italia?
Il 50% degli apprendisti italiani lavora nei settori del commercio, manifatturiero e servizi di alloggio e ristorazione. Questi comparti sono caratterizzati da una domanda di lavoro elevata e da frequenti difficoltà di reperimento di personale qualificato.
Come si distribuiscono territorialmente i contratti di apprendistato in Italia?
La maggior parte dei contratti di apprendistato si concentra al Nord Italia (323.388), seguito dal Centro (141.867) e dal Sud (109.292). Il primo livello è particolarmente diffuso nella Provincia autonoma di Bolzano e in Lombardia, mentre il terzo livello si concentra tra Piemonte e Lombardia.
In che modo l'apprendistato duale potrebbe contribuire a ridurre il numero di NEET in Italia?
L'apprendistato duale rappresenta uno strumento efficace per integrare formazione e inserimento lavorativo, facilitando la transizione scuola-lavoro e contribuendo a ridurre il numero di giovani che non studiano né lavorano. Tuttavia, la sua diffusione limitata rende difficile un impatto significativo sulla riduzione dei NEET.
Quali sono le principali criticità emerse dal rapporto Inapp sull'apprendistato in Italia?
Il rapporto segnala che la maggioranza dei contratti di apprendistato non offre un reale percorso formativo e viene spesso utilizzata come soluzione lavorativa standard. Inoltre, permane un forte mismatch tra domanda e offerta di lavoro e una distribuzione territoriale e settoriale molto squilibrata dei contratti duali.