Indice: In breve | Quanto guadagna davvero un insegnante italiano | Il confronto internazionale, senza semplificazioni | Il vero problema: la stagnazione salariale dal 2015 | Carriera lenta e ricambio generazionale bloccato | La tesi, e perché regge alle obiezioni | Domande frequenti
In breve
- L'Italia non è il paese OCSE con lo stipendio docente più basso: alla primaria supera sedici paesi in parità di potere d'acquisto.
- Il vero divario è con gli altri laureati italiani: -33%, contro una media OCSE del -17%.
- Tra 2015 e 2024 la retribuzione reale dei docenti italiani è indietro (indice 89,4), mentre l'OCSE è salita a 103,6.
- La progressione di carriera dipende quasi solo dall'anzianità e richiede più anni per arrivare al massimo stipendiale.
- L'età media dei docenti italiani è 48 anni, la più alta OCSE; il 58% dei maestri di primaria ha più di 50 anni.
L'affermazione ricorrente secondo cui gli insegnanti italiani sarebbero i peggio pagati d'Europa è, presa in questi termini, sbagliata. Lo dice lo stesso rapporto OCSE Education at a Glance, programma INES che spesso viene citato per sostenerla. Ma smontato quel titolo, quello che resta è un problema meno vistoso e più difficile da liquidare: dieci anni di stagnazione salariale reale e un divario ampio con il resto dei laureati italiani.
Quanto guadagna davvero un insegnante italiano
Con il nuovo contratto Istruzione e Ricerca 2025-2027, firmato in via definitiva il 1° luglio 2026, gli stipendi tabellari lordi vanno da 23.742 a 26.380 euro annui per chi entra in servizio nell'infanzia o alla primaria, e arrivano a 39.953-40.600 euro a fine carriera (35 anni o più) nella secondaria di secondo grado. In busta paga sono circa 1.350-1.700 euro netti al mese per un neoassunto e tra 2.250 e 2.900 euro a fine carriera. L'aumento medio previsto è di 140-150 euro lordi mensili, con l'obiettivo dichiarato dal Ministero di arrivare complessivamente a +416 euro lordi rispetto al 2018, obiettivo non ancora interamente erogato.
Il confronto internazionale, senza semplificazioni
Il fact-check dei dati OCSE ridimensiona la formula del 'più basso in assoluto'. In parità di potere d'acquisto, lo stipendio d'ingresso alla primaria in Italia (38.978 dollari) supera quello di sedici paesi OCSE, contro una media di 40.707. Il divario si vede meglio sui gradi superiori: nella secondaria di primo grado l'Italia è a 41.800 dollari contro una media di 45.687, nella secondaria di secondo grado 44.464 contro 51.749. L'Italia investe in istruzione il 3,9% del PIL, contro il 4,7% della media OCSE. È un ritardo strutturale sulla spesa complessiva, non un primato negativo sui salari.
Il vero problema: la stagnazione salariale dal 2015
I due dati che descrivono davvero il problema italiano non sono nei confronti assoluti, ma in due comparazioni. La prima è temporale. Prendendo il 2015 come indice 100, gli stipendi docenti reali in Italia nel 2024 sono a 89,4. Nello stesso periodo la media OCSE è salita a 103,6, la Francia si è fermata a 99,5, la Germania a 96,9. In dieci anni l'insegnante italiano ha perso circa dieci punti di potere d'acquisto, mentre i colleghi europei hanno guadagnato o hanno tenuto. La seconda comparazione è interna al mercato del lavoro italiano: la retribuzione dei docenti è inferiore del 33% rispetto agli altri laureati occupati a tempo pieno, contro una media OCSE che si ferma al 17%. È il divario più solido su cui costruire un giudizio, e non richiede confronti internazionali per essere onesto.
Carriera lenta e ricambio generazionale bloccato
L'altra parte del problema riguarda la struttura della carriera. Quella italiana è basata quasi esclusivamente sull'anzianità: non ci sono scatti legati alla performance o al merito, e il moltiplicatore stipendiale tra ingresso e fine carriera è inferiore a quello medio OCSE, con tempi più lunghi per arrivarci. Sul rovescio demografico, l'età media dei docenti italiani è di 48 anni secondo l'indagine TALIS, la più alta tra i paesi OCSE. Alla primaria il 58% degli insegnanti ha più di 50 anni, contro il 34% della media OCSE. Il sistema fatica a sostituirsi e a offrire prospettive di ingresso rapide ai laureati più giovani.
La tesi, e perché regge alle obiezioni
L'obiezione più comune, quando si discute di stipendi docenti, è che il lavoro nella scuola ha compensazioni non monetarie: sicurezza del posto, ferie estive, orario cattedra ridotto. È vero che il contratto pubblico offre stabilità maggiore rispetto al privato, e che le settimane di sospensione delle lezioni sono numerose. Un giudizio onesto tiene però conto di due elementi. Il primo è che quelle compensazioni erano già presenti nel 2015: non spiegano una perdita di dieci punti di potere d'acquisto in una decade. Il secondo è che la stabilità del posto convive con una quota alta di precariato reale: il ricorso costante ai supplenti annuali dice che la sicurezza dichiarata non copre tutta la platea. La domanda del titolo non ha una risposta secca. I numeri dicono che la scuola italiana non è la peggiore d'Europa in valore assoluto, ma è il settore in cui laurearsi rende meno rispetto agli altri e in cui il lavoro reale è cresciuto meno del costo della vita per dieci anni. Questa è la parte del problema che i dati sostengono senza forzature.
Domande frequenti
Gli insegnanti italiani sono i peggio pagati d'Europa?
No. In parità di potere d'acquisto, lo stipendio d'ingresso alla primaria italiana supera quello di sedici paesi OCSE. Il divario si vede sulla secondaria di secondo grado (44.464 dollari contro una media OCSE di 51.749) e soprattutto nel confronto con gli altri laureati italiani, dove il gap è del 33%.
Di quanto sono cresciuti gli stipendi con il nuovo contratto?
Il contratto Istruzione e Ricerca 2025-2027 porta un aumento medio di 140-150 euro lordi mensili. Il Ministero indica come obiettivo complessivo +416 euro lordi mensili rispetto al 2018, non ancora completamente erogato al momento della firma.
Perché si parla di stagnazione se gli aumenti ci sono stati?
Gli aumenti nominali non hanno tenuto il passo dell'inflazione. Rispetto al 2015 (indice 100), la retribuzione reale dei docenti italiani nel 2024 è a 89,4, mentre la media OCSE è salita a 103,6. Francia e Germania hanno tenuto meglio, rispettivamente a 99,5 e 96,9.
È vero che la carriera dipende solo dall'anzianità?
Sì. La progressione stipendiale italiana è legata quasi esclusivamente agli anni di servizio, senza scatti di merito o performance. Il moltiplicatore tra ingresso e fine carriera è inferiore a quello medio OCSE e richiede più anni per essere raggiunto. Il quadro non giustifica lo slogan e non liquida il problema. Il lavoro nella scuola italiana non è il meno retribuito del continente, ma è quello che, tra i mestieri qualificati, ha perso più capacità di corrispondere allo studio richiesto nell'ultimo decennio. Portare questo dato nel dibattito, al posto della formula più semplice, è un modo per rendere la discussione più utile a chi in aula ci sta davvero.