- Lo spopolamento che svuota le Terre alte
- Cambiare la narrazione: la montagna come laboratorio
- Acqua, energia, biodiversità: asset strategici ignorati
- Dalla logica dei bonus a una politica industriale strutturale
- Il caso Belluno e la lezione per il Paese
- Domande frequenti
Lo spopolamento che svuota le Terre alte
I numeri parlano da soli, e non raccontano una bella storia. Le aree montane italiane perdono abitanti da anni, in un'emorragia silenziosa che trascina con sé non solo residenti, ma capitale umano, competenze, tessuto sociale. Stando ai dati Istat, i comuni montani — che coprono oltre il 35% del territorio nazionale — registrano un calo demografico costante, accelerato negli ultimi due decenni dalla combinazione di invecchiamento della popolazione, carenza di servizi e mancanza di prospettive occupazionali per i giovani.
È un fenomeno che la politica italiana conosce bene, almeno a parole. Eppure le risposte, quando arrivano, hanno quasi sempre il sapore dell'emergenza o del provvedimento tampone. Ed è proprio da questa constatazione che prende le mosse Andrea Ferrazzi, direttore di Confindustria Belluno, nel suo libro fresco di pubblicazione: Il futuro ad alta quota.
Cambiare la narrazione: la montagna come laboratorio
Il punto di partenza di Ferrazzi è culturale, prima ancora che economico. La montagna, nell'immaginario collettivo italiano, oscilla tra due estremi: cartolina turistica da un lato, territorio marginale dall'altro. Un luogo da visitare in vacanza o da compatire nei servizi televisivi sullo spopolamento.
"La narrazione deve cambiare radicalmente", sostiene Ferrazzi nella sua analisi. Le Terre alte non sono periferia da assistere, ma un laboratorio di futuro dove sperimentare modelli di sviluppo sostenibile, innovazione energetica, gestione delle risorse naturali. Un ribaltamento di prospettiva che, se preso sul serio, potrebbe avere conseguenze profonde sul modo in cui il Paese concepisce le proprie aree interne.
Non si tratta di retorica bucolica. Ferrazzi — che dirige l'associazione degli industriali di una provincia interamente montana — ragiona da uomo d'impresa. Le aziende bellunesi, del resto, lo dimostrano ogni giorno: si può fare industria ad alta quota, si possono esportare prodotti nel mondo partendo da valli alpine. Ma servono condizioni strutturali, non pacche sulle spalle.
Acqua, energia, biodiversità: asset strategici ignorati
C'è un paradosso italiano che Ferrazzi mette a fuoco con efficacia. Le aree montane custodiscono risorse strategiche per l'intero sistema-Paese: l'acqua — dalla quale dipende l'agricoltura della Pianura Padana e buona parte della produzione idroelettrica nazionale —, l'energia rinnovabile, la biodiversità che rappresenta un patrimonio ecologico e scientifico di valore incalcolabile.
Eppure chi vive e lavora in montagna si vede spesso trattato come beneficiario di politiche residuali, anziché come custode e gestore di beni essenziali per la collettività. È una contraddizione che emerge con particolare evidenza nel dibattito sulla transizione energetica: l'Italia punta sulle rinnovabili, ma le comunità montane che ospitano dighe e centrali idroelettriche ricevono compensazioni spesso irrisorie e non hanno voce in capitolo sulle scelte strategiche.
La questione, naturalmente, non riguarda solo l'ambiente. Tocca i trasporti, la connettività digitale, l'accesso all'istruzione e alla sanità. In molti comuni montani la scuola più vicina dista decine di chilometri, l'ospedale è un miraggio, la banda larga un'aspirazione. Difficile chiedere ai giovani di restare — o di tornare — in queste condizioni.
Dalla logica dei bonus a una politica industriale strutturale
La tesi centrale del libro è netta: servono politiche industriali, non bonus episodici. L'Italia ha bisogno di una strategia organica per le Terre alte, che metta insieme fiscalità differenziata, investimenti in infrastrutture, incentivi all'insediamento di imprese e lavoratori, semplificazione burocratica.
Ferrazzi non chiede elemosina per la montagna. Chiede che venga riconosciuto il valore economico e strategico di territori che oggi, nell'agenda politica nazionale, compaiono al massimo come nota a margine. Il ragionamento è lineare: se la montagna produce acqua, energia e servizi ecosistemici per tutto il Paese, allora il Paese ha un interesse diretto a mantenere vive e produttive quelle comunità.
Una politica industriale delle Terre alte dovrebbe includere, secondo questa visione:
- Defiscalizzazione mirata per le imprese che operano in aree montane, riconoscendo i maggiori costi logistici e infrastrutturali
- Investimenti strutturali in connettività, viabilità e servizi essenziali
- Formazione e attrazione di capitale umano, con programmi specifici per portare competenze nei territori montani
- Governance partecipata delle risorse naturali, che dia voce alle comunità locali
Non è un tema soltanto italiano. In tutta Europa le aree interne e montane affrontano sfide simili, e diversi Paesi — dall'Austria alla Svizzera, dalla Norvegia alla Francia — hanno adottato strategie di lungo periodo per contrastare lo spopolamento e valorizzare i territori alpini e appenninici. L'Italia, con il suo straordinario patrimonio montano che va dalle Alpi all'Aspromonte, resta invece priva di un quadro strategico unitario.
Il caso Belluno e la lezione per il Paese
La provincia di Belluno è, per molti versi, un caso di studio emblematico. Territorio interamente montano, con un tessuto industriale vitale — dall'occhialeria alla meccanica di precisione — ma afflitto da un calo demografico che ne mina le fondamenta. Le aziende ci sono, i posti di lavoro pure. Mancano le persone.
È il rovescio della medaglia dello spopolamento: non solo povertà e abbandono, ma anche imprese che non trovano lavoratori perché il territorio non riesce più ad attrarre — o trattenere — abitanti. Un cortocircuito che la sola logica di mercato non può risolvere e che richiede, appunto, intervento pubblico strutturale.
Ferrazzi, dalla sua posizione in Confindustria Belluno, osserva il fenomeno da vicino ogni giorno. E il suo libro non è un esercizio accademico, ma un atto politico nel senso più alto del termine: mettere un tema nell'agenda pubblica, con dati, proposte e una visione chiara.
La sfida che Il futuro ad alta quota pone al sistema-Paese è semplice da formulare, assai meno da raccogliere. L'Italia può permettersi di perdere la sua montagna? Può accettare che un terzo del proprio territorio si svuoti progressivamente, portando con sé saperi, culture, risorse? La risposta, per Ferrazzi, è no. Ma tra il dirlo e il farlo, come sempre in Italia, c'è di mezzo la volontà politica. E quella, per ora, latita.