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Oggi le diagnosi di ADHD le fanno i content creator sui social e l'IA

Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) è un disturbo neuroevolutivo che interessa circa il 5% dei bambini e il 2,5% degli adulti, con oltre 1,2 milioni di persone stimate colpite in Italia. I sintomi includono difficoltà di attenzione, impulsi e iperattività che interferiscono con la vita quotidiana. Nonostante sia più noto in ambito pediatrico, molti ricevono diagnosi solo in adolescenza o età adulta. L'attenzione pubblica crescente ha portato però a fenomeni di autodiagnosi tramite social e test online, spesso imprecisi o superficiali. Sui social media si sfrutta l'effetto Forer (o Barnum), un bias cognitivo che rende attraenti descrizioni generiche e vaghe, malgrado non siano clinicamente valide. Video e quiz virali sull'ADHD su piattaforme come TikTok sono spesso poco affidabili: studi hanno rilevato che oltre il 90% dei contenuti su #adhdtest non si basa su strumenti diagnostici scientifici. Gli algoritmi li promuovono, alimentando un circolo di autodiagnosi e persino vendite di consulenze, mentre alcune app con intelligenza artificiale offrono valutazioni senza supervisione professionale, contravvenendo a normative europee sui dispositivi medici. Una diagnosi clinica autentica richiede un iter articolato: anamnesi approfondita, test validati (come l'ASRS-v1.1), interviste strutturate e valutazione multidisciplinare con specialisti. Non si conclude in poche ore ma si sviluppa in più sedute con raccolta dati da scuola, famiglia e lavoro. Errori comuni includono assumere il test online come diagnosi, identificarsi con sintomi generici o affidarsi a chatbot e influencer senza competenze professionali. Solo con questo percorso strutturato si può differenziare un disturbo vero da una semplice distrazione o disagio momentaneo, condizione che non va banalizzata né strumentalizzata.

Pubblicato: 29/06/2026